È una partita a tre, quella tra Cina, Ue e Usa (e presto si aggiungeranno anche altri paesi). Parliamo dello sviluppo dell’industria necessaria alla transizione climatica.

Attualmente, come è noto, la leadership è indiscutibilmente di Pechino in vari settori, dal fotovoltaico alla mobilità elettrica.

Secondo l’ultimo rapporto di Bloomberg NEF la Cina è il “motore di crescita della spesa mondiale nelle tecnologie a basse emissioni di carbonio”.

Oltre un terzo dei quasi 800 miliardi di dollari in investimenti pubblici e privati spesi globalmente nel 2021 in questi settori sono attribuibili alla Cina (vedi grafico sulla evoluzione degli investimenti nella transizione energetica globale). Interessante anche la forte crescita globale del 2020 e 21 che, come vedremo, è destinata ad accelerare molto nei prossimi anni.

Infatti, l’adozione degli obiettivi di neutralità climatica da parte della maggior parte dei paesi e le conseguenze dell’aggressione russa all’Ucraina hanno imposto un’accelerazione della transizione verde, in particolare in Europa.

Non solo sul fronte della maggiore indipendenza energetica grazie a rinnovabili e accumuli, ma sottolineando l’esigenza di una propria manifattura e della disponibilità di materie prime critiche.

La prima risposta organica alla sfida cinese è venuta proprio dall’Unione europea.

Così nel 2017 è nata la European Battery Alliance, nel 2020 la Raw Material Alliance e nel 2022 la Solar Industry Alliance. E a Davos, questo gennaio, è stata lanciato il “Net-zero industry act”.

Ma novità vengono anche da oltreoceano. Dopo un lungo braccio di ferro con i repubblicani, che ne ha depotenziato la portata, il 16 agosto 2022 il presidente Biden ha infatti firmato l’Inflation Reduction Act (IRA), che prevede un impegno decennale per 738 miliardi di dollari. Di questi, ben 369 dovrebbero servire per la transizione energetica.

Insomma, finalmente anche gli Usa, dopo il periodo buio di Trump si allineano nelle risposte alla sfida climatica.

Tutto bene? Non esattamente, come si intuisce dalla reazione della Germania e della Francia preoccupate che questa onda di incentivi green possa attrarre investimenti negli Usa, a discapito della Ue.

In effetti, nella seconda metà del 2022 sono cresciuti molto gli annunci di gigafactories di batterie negli Stati Uniti con 242 GWh sorpassando i valori europei.

Un’accelerazione visibile anche nel solare: First Solar ha deciso di costruire negli Usa la sua quarta fabbrica e la coreana Hanwha Qcells intende ampliare il suo stabilimento in Georgia.

Per ottenere i sussidi per l’acquisto di veicoli elettrici negli Stati Uniti, le case automobilistiche dovranno utilizzare minerali critici e componenti delle batterie provenienti dagli Usa o dei suoi partner commerciali a partire dal 2023. Ma né la Ue né il Giappone hanno accordi di libero commercio con gli Usa.

“L’Europa si trova di fronte ad un forte rischio di deindustrializzazione“, ha affermato a Davos Ilham Kadri, amministratrice di Solvay. Una valutazione decisamente esagerata.

In realtà è probabile che l’attuale situazione imporrà, al contrario, un impegno più incisivo del vecchio continente in un gioco al rialzo che può fare solo bene alla transizione climatica.

La Commissione europea intende infatti proporre un Fondo sovrano europeo per le tecnologie verdi e un allentamento delle regole sugli aiuti di Stato, con un’accelerazione dei tempi e una semplificazione delle procedure.

Sul primo strumento ci sono però perplessità da parte di alcuni paesi che, al contrario vedono molto favorevolmente la semplificazione sugli aiuti di Stato. Atteggiamento comprensibile per la Germania, considerando che la metà degli aiuti autorizzati hanno visto nel recente passato imprese tedesche. Ed è il motivo per cui i paesi più deboli, come l’Italia, sperano di più nel decollo di un grande fondo verde.

Una cosa è certa. Il lancio dell’IRA ha posto le premesse per rilanciare l’economia verde negli Usa. Sono molte e aziende che intendono costruire fabbriche, centri di ricerca. Le ricadute in Europa saranno diversificate. Una minaccia, ma anche l’apertura di nuove opportunità.

Il primo ministro olandese Mark Rutte ha affermato a Davos che mentre l’IRA ha avuto alcune “conseguenze indesiderate”, rappresenta comunque un’opportunità per adattare le regole sugli aiuti di stato europee e fornire maggiori sussidi all’industria. E da più parti si sottolinea l’importanza di spingere su prodotti molto innovativi per reggere la concorrenza.

Del resto, l’aggressione russa all’Ucraina aveva già rappresentato un potente messaggio sulla necessità di una progressiva autonomia energetica e su un forte rilancio delle rinnovabili.

Ricordiamo che l’Europa ha installato un record di 41,4 GW nel 2022, un aumento del 47% rispetto al 2021, ma anche che la Cina domina l’industria fotovoltaica e continuerà nel medio periodo a giocare un ruolo di primo piano. I programmi dell’industria europea di riuscire ad avere una capacità produttiva di 30 GW entro il 2025 non potranno che vedere un’accelerazione alla luce dalle nuove misure della Ue.

Peraltro, secondo uno studio di Ember, se venisse alzata dal 40 al 45% la quota di rinnovabili al 2030, come propone lo scenario di REPowerEU lanciato dalla Commissione dopo l’invasione all’Ucraina, le importazioni di gas al 2030 si dimezzerebbero con un risparmio di 200 miliardi € tra il 2025 e il 2030.

Dunque, la risposta ai forti incentivi degli Usa e della Cina e la reazione all’aggressione russa possono potenziare notevolmente il contributo delle rinnovabili in Europa e irrobustire la sua industria verde.