Cattura e stoccaggio CO2, la strategia Ue è in consultazione

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Bruxelles punta a una struttura di governance centrale e a istituire una vigilanza indipendente del mercato dei servizi di trasporto e stoccaggio della CO2.

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Nonostante rappresenti una soluzione molto costosa, difficilmente scalabile e che legittima il protrarsi dell’utilizzo delle fonti fossili, la cattura e stoccaggio della CO2 (“Ccs”, Carbon capture and storage) è stata fatta rientrare tra le tecnologie e strategie di decarbonizzazione dell’Ue.

La direzione generale per l’Energia della Commissione europea ha però recentemente riconosciuto alcune criticità del settore nello sviluppo di un vero e proprio mercato della Ccs, in particolare connesse alle autorizzazioni e al riutilizzo delle infrastrutture esistenti e alla mancanza di un meccanismo di pianificazione a livello comunitario.

Per questo motivo, ha lanciato una consultazione fino all’11 settembre su una proposta di regolamento dedicata (link in basso).

La catena del valore della gestione industriale del carbonio – spiega la Commissione nel documento in consultazione – non è ancora pienamente sviluppata. Ad oggi è in costruzione solo un numero limitato di progetti Ccs e sono state prese decisioni finali di investimento solo per pochi siti di stoccaggio nell’Ue.

Secondo la valutazione d’impatto sul traguardo climatico per il 2040 l’Europa dovrebbe catturare 50 milioni di tonnellate di CO2 all’anno già entro il 2030, 280 milioni entro il 2040 e fino a 450 entro il 2050. Almeno fino al 2040, poi, tutta la CO2 catturata sarà destinata allo stoccaggio permanente, mentre il riutilizzo si svilupperà solo dopo la fine del prossimo decennio.

Il piano Ue in consultazione

L’obiettivo dell’iniziativa della Commissione è garantire, attraverso misure legislative, la creazione di una catena del valore della CO2 “ben funzionante e orientata al mercato dell’Ue”. Viene data priorità alla rimozione degli ostacoli al trasporto transfrontaliero attraverso norme che evitino la frammentazione del mercato, rimuovendo eventuali trattati internazionali che lo limitano.

Inoltre, si punta a garantire che alle infrastrutture situate in Paesi terzi interconnessi (o che collegano tali Paesi all’Ue) si applichino norme equivalenti a quelle comunitarie.

Oggetto della proposta anche il finanziamento delle infrastrutture mediante tariffe di rete, la creazione di condizioni che favoriscano il riutilizzo e la riconversione delle infrastrutture per la CO2 esistenti, un quadro “permanente ed esaustivo” che favorisca il rilascio delle autorizzazioni per le infrastrutture e gli impianti e una struttura di governance adeguata da abbinare a una vigilanza indipendente del mercato dei servizi di trasporto e stoccaggio.

Per aumentare la fiducia degli investitori verso le nuove infrastrutture e i nuovi impianti e risolvere i problemi di coordinamento lungo la catena del valore, la proposta prevede anche un meccanismo di pianificazione infrastrutturale a livello europeo e lo sviluppo di una piattaforma apposita per risolvere eventuali problemi di coordinamento.

La Commissione ha specificato che intende completare l’iniziativa e la valutazione d’impatto che la accompagna entro il terzo trimestre del 2026.

Le principali criticità

Ad oggi continuano a esistere evidenti ostacoli al trasporto transfrontaliero della CO2. Tra le cause Bruxelles cita l’insufficiente operatività transfrontaliera, gli ostacoli normativi e l’incertezza giuridica.

Inoltre, resta poco chiaro quali norme si applichino alle infrastrutture usate per trasportare la CO2 verso e attraverso Paesi terzi interconnessi, in cui potrebbe esserci un potenziale di stoccaggio per gli emettitori europei.

Tutti fattori che rendono i rischi di investimento percepiti particolarmente elevati.

L’Ue dispone di un notevole potenziale di stoccaggio geologico, ma solo in determinate località, per esempio a causa delle caratteristiche del sottosuolo o delle scelte politiche degli Stati membri.

Questo significa che alcuni Paesi hanno effettivamente un ampio margine di manovra e possono cercare di importare CO2 per far crescere il settore fino al livello necessario a svilupparlo in modo efficace sotto il profilo dei costi.

Altri Stati membri, invece, hanno una capacità di stoccaggio limitata o nulla. L’infrastruttura di trasporto del futuro dovrà quindi tentare di ottimizzare i collegamenti tra gli emettitori e i siti di stoccaggio e di utilizzo della CO2.

Questo è ciò che spinge l’Ue a cercare di sviluppare l’infrastruttura di trasporto a supporto del mercato interno di settore. L’intervento dei singoli Stati membri, sostiene la Commissione, non sarebbe infatti altrettanto efficiente.

Il piano richiederebbe infatti un “approccio armonizzato e coordinato” tra i vari Stati membri, per evitare i possibili effetti distorsivi di politiche non coordinate e frammentate.

Ccs, i costi dei sussidi ricadono sui cittadini

La Ccs resta una tecnologia sulla quale è difficile fare affidamento sotto diversi punti di vista. A cominciare dai costi.

Secondo una recente analisi della Ieefa relativa al Regno Unito, l’enorme costo dei progetti Ccs pianificati nel Regno Unito verrà scaricato sui contribuenti e sui consumatori di elettricità, mentre il governo continua a investire in questa tecnologia “non comprovata” e “ad alto rischio”.

Il governo britannico ha già stanziato oltre 50 miliardi di sterline in sussidi per sostenere progetti che, nel complesso, rappresentano solo l’8% dell’obiettivo Ccs del Regno Unito per il 2050.

Circa il 75% di questa somma, specificano gli analisti, sarà pagato dai consumatori attraverso imposte ambientali in bolletta, in un momento in cui famiglie e aziende sono alle prese con i prezzi elevati dell’elettricità.

“Data l’immaturità tecnica di questa tecnologia e la sua storia di sforamenti dei costi, questa somma è probabilmente solo la punta dell’iceberg”, afferma Andrew Reid, analista finanziario Ieefa e autore del rapporto.

L’investimento totale per installare e gestire l’infrastruttura Ccs nel Regno Unito potrebbe invece ammontare a 408 miliardi di sterline entro il 2050. Entro il 2030 saranno necessari in media 5 miliardi di sterline all’anno, che poi diventeranno 19 mld/anno tra il 2031 e il 2050.

Oltre ai costi e ai rischi commerciali, puntualizza lo studio, la maggior parte delle applicazioni Ccs nel Paese sono ben lungi dall’essere tecnologicamente comprovate su larga scala.

Il Comitato sui cambiamenti climatici del Regno Unito ha riconosciuto che “le incertezze associate ai tassi di cattura aumenteranno costantemente a partire dal 2035, in linea con l’implementazione della Ccs, e diventano una fonte significativa di incertezza nel 2050”.

Nel settimo bilancio del carbonio, il Comitato ha ridotto del 30% l’obiettivo annuale di cattura e stoccaggio della CO2 per il 2050, portandolo a 73 milioni di tonnellate di anidride carbonica (MtCO2).

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