Eppur si muove qualcosina nell’incerto settore della CCS?
La cattura con stoccaggio della CO2 (Carbon Capture and Storage, da cui l’acronimo CCS) è una tecnologia ancora poco diffusa e considerata immatura sul piano dei costi e dell’efficienza, come confermano i numerosi ritardi e fallimenti di progetti in tutto il mondo (si veda CCS in stallo globale: il caso Gorgon e i limiti strutturali della tecnologia).
Intanto nei Paesi Bassi è stato inaugurato il 7 settembre il più grande impianto CCS europeo su scala commerciale, presso lo stabilimento di Yara nella cittadina di Sluiskil.
Come riporta una nota della multinazionale norvegese che produce fertilizzanti, strumenti digitali per l’agricoltura e prodotti chimici come l’ammoniaca, il progetto crea la prima filiera transfrontaliera completa per la cattura, il trasporto e lo stoccaggio permanente di anidride carbonica.
Alla cerimonia di inaugurazione erano presenti il primo ministro norvegese Jonas Gahr Støre e quello olandese Rob Jetten, il commissario europeo per il Clima Wopke Hoekstra e il presidente e amministratore delegato di Yara International, Svein Tore Holsether.
Secondo Holsether, il nuovo impianto “dimostra che la decarbonizzazione industriale su larga scala è possibile”. L’Europa, ha aggiunto, deve trovare il modo di ridurre le emissioni mantenendo nel nostro continente “l’industria, i posti di lavoro e le catene del valore critiche”.
I dati principali del progetto
Il sito CCS di Yara Sluiskil, secondo l’azienda, è in grado di catturare e liquefare fino a 800.000 tonnellate di CO2 all’anno derivanti dal processo di produzione di ammoniaca.
La CO2 sarà trasportata via nave in Norvegia a Øygarden, dove sarà temporaneamente stoccata in serbatoi prima di essere iniettata sotto i fondali del Mare del Nord a 2.600 metri di profondità, grazie alle condottte sottomarine del progetto europeo Northern Lights.
Si stima che il nuovo impianto consentirà di stoccare in modo permanente circa 12 milioni di tonnellate di anidride carbonica nei prossimi 15 anni.
Parlando all’inaugurazione dell’impianto, Hoekstra ha affermato che “questo è esattamente il tipo di progetto di cui l’Europa ha bisogno per coniugare l’ambizione climatica con una base industriale solida e resiliente”.
Abbiamo chiesto all’azienda alcune informazioni sui costi complessivi per catturare e immagazzinare una singola tonnellata di CO2, in modo da poter confrontare il dato con il prezzo delle quote di emissione sul mercato europeo ETS (Emissions Trading System) e valutare la competitività economica della CCS. Aggiorneremo quindi l’articolo con le loro eventuali risposte.
Ostacoli e rischi della CCS
Più in generale, una nota pubblicata il 25 agosto dalla società di analisi GlobalData riporta che diverse compagnie petrolifere e del gas continuano a dare priorità alla CCS a supporto di asset energetici tra cui impianti Gnl (gas naturale liquefatto), raffinazione, produzione di idrogeno e operazioni upstream.
Tra i progetti citati figura anche Northern Lights, di proprietà congiunta di Equinor, Shell e TotalEnergies, per il trasporto e lo stoccaggio offshore di CO2 in Norvegia.
I numeri della CCS però restano modesti a livello internazionale: circa 140 progetti operativi in diversi settori industriali/produttivi con una capacità cumulativa pari a circa 62 milioni di tonnellate all’anno.
L’attuale fase del mercato, afferma l’analista di GlobalData Ravindra Puranik, “riflette che il settore è andato oltre l’interesse per le iniziative su scala pilota, ma molti progetti devono ancora superare gli ostacoli commerciali, normativi e infrastrutturali necessari per la costruzione e la messa in servizio”.
“La disponibilità di gasdotti, rotte marittime e hub di stoccaggio condivisi di CO2 sarà fondamentale per ridurre i rischi di questi progetti e migliorare gli aspetti economici degli investimenti”, precisa Puranik.
Al momento, molti impianti annunciati “rimangono esposti a rischi finanziari, inflazione dei costi, incertezza normativa e ritardi nell’ottenere contratti per il ritiro o lo stoccaggio di CO2 a lungo termine”.
Secondo un rapporto dell’Energy & Strategy School del Politecnico milanese, pubblicato a gennaio, la cattura della CO2 non è sostenibile in termini economici senza ingenti sussidi pubblici permanenti nei tre settori esaminati (cemento, cicli combinati a gas, incenerimento dei rifiuti).
Servirebbero fino a 3 miliardi di euro l’anno, per 10-15 anni, per decarbonizzare pienamente con la sola CCS questi settori in Italia.
Anche per la relazione pubblicata a maggio dalla Commissione europea, la CCS è una tecnologia ancora immatura come soluzione per decarbonizzare le industrie su larga scala.
A marzo si contavano solo tre siti autorizzati, sette progetti con domanda di autorizzazione e una capacità complessiva di iniezione nei siti di stoccaggio geologico superiore a 19 milioni di tonnellate annue, a fronte di un obiettivo Ue al 2030 pari ad almeno 50 milioni di tonnellate annue.
Come abbiamo scritto, la cattura e lo stoccaggio dell’anidride carbonica richiede siti geologici adatti, autorizzazioni complesse, reti di trasporto della CO2, contratti industriali e fondi pubblici.
Sono tutti anelli deboli della catena, ognuno dei quali può trasformare una capacità teoricamente possibile in un’infrastruttura poco o per nulla utilizzabile nella realtà.





























