La Ccs senza sussidi non è sostenibile: servono fino a 3 mld l’anno

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La sostenibilità economica della Carbon capture and storage in Italia dipende in larga misura dall’evoluzione del prezzo Ets e da meccanismi regolatori dedicati. L’incertezza normativa e il trasferimento del rischio industriale sul settore pubblico restano elementi critici.

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La Ccs, ossia la cattura e lo stoccaggio della CO2, non sta in piedi senza ingenti sussidi strutturali e permanenti.

In assenza di uno schema incentivante pubblico, infatti, la Carbon capture and storage non è economicamente sostenibile in nessuno dei settori analizzati dall’Energy&Strategy-School of Management del Politecnico milanese (cemento, cicli combinati a gas, Waste-to-Energy) in un report pubblicato ieri, 21 gennaio, dal titolo “Catturare la CO2: sfide e prospettive per il futuro”.

L’Italia, spiega l’indagine, è il terzo Paese dell’Unione europea per capacità di stoccaggio della CO2 annunciata al 2030 dopo Paesi Bassi e Danimarca, con 4 milioni di tonnellate di iniezione annua prevista nel sito di Ravenna, che ha il potenziale per diventare un hub di riferimento per tutti i Paesi del Mediterraneo (dispone di una capacità totale stimata in oltre 500 milioni di tonnellate).

L’annuncio della disponibilità di un sito di stoccaggio ha reso possibile la nascita di quattro importanti progetti di cattura nel Nord Italia, tra Emilia-Romagna, Veneto e Lombardia, con una capacità di cattura a regime stimata in oltre 1,2 milioni di tonnellate l’anno.

“La rilevanza strategica della cattura della CO₂ è stata riconosciuta anche a livello normativo”, ha commentato Vittorio Chiesa, direttore e fondatore di Energy&Strategy.

Con il Net-Zero Industry Act (Nzia), infatti, l’Ue ha introdotto per la prima volta un obiettivo vincolante di capacità di stoccaggio della CO₂. Ciononostante, permangono significative incertezze regolatorie e una carenza di meccanismi di supporto lungo l’intera value chain, che rallentano lo sviluppo dei progetti necessari a rispettare le tempistiche imposte dagli obiettivi climatici.

“In base alla nostra analisi – spiega l’esperto – sarebbero necessari schemi incentivanti dedicati, eventualmente affiancati da contributi in conto capitale nella fase iniziale di sviluppo della filiera”.

Incentivi a pioggia (e dove trovarli)

In termini di finanziamenti pubblici, per raggiungere la piena decarbonizzazione nei settori considerati occorrerebbero tra 1,6 e 3,1 miliardi di euro annui, per 10-15 anni. Questo è un punto centrale: non si parla di aiuti transitori, ma di meccanismi stabili e molto estesi nel tempo.

Venendo ai numeri nello specifico, la quantificazione delle risorse necessarie per il finanziamento del contributo nei settori di cemento, termoelettrico a CCGT e Waste-to-Energy ha portato a una stima del costo complessivo per il sistema:

  • tra 7,1 e 13,2 mld € in 10 anni per il settore del cemento;
  • tra 7 e 13,7 mld € in 15 anni per il settore termoelettrico a CCGT;
  • tra 5,8 e 13,2 mld € in 15 anni per il settore Waste-to-Energy.

Inoltre, il report mostra che in tutti gli ambiti esistono specifiche misure (sostituzione del clinker, incremento dell’efficienza degli impianti, riduzione dell’incenerimento per aumento raccolta differenziata) che garantirebbero un minore ricorso alla Ccs e risparmi considerevoli.

Citando uno studio pubblicato dal Mase in cui si descrive il meccanismo di supporto che potrebbe essere implementato in Italia per lo sviluppo della filiera, nell’indagine vengono indicati i settori che potrebbero farvi ricorso: industrie hard-to-abate, impianti termoelettrici che producono energia elettrica low carbon come CCGT di nuova generazione, impianti di produzione di H2 low carbon destinato alla sostituzione di combustibili fossili e applicazioni di Beccs e Daccs e la parte di emissioni biogeniche dei rifiuti.

Vengono poi menzionate chiaramente le fonti di copertura dei costi per questi incentivi: i proventi Ets per le industrie hard-to-abate e gli oneri di sistema su bollette elettriche e gas per CCGT e idrogeno. Una quota rilevante degli incentivi finirebbe dunque in bolletta, richiedendo peraltro modifiche regolatorie ad hoc.

I conti non tornano

Da non tralasciare poi gli effetti sui costi industriali: il costo del clinker farebbe registrare un aumento fino a 150 €/t (circa 2,5–3 volte il valore attuale), il che si tradurrebbe in un costo di produzione tra 2,5 e 3 volte maggiore rispetto agli attuali 68 €/t. Per un confronto, l’incremento dovuto al costo delle emissioni nel caso di produzione senza cattura sarebbe compreso tra 35 e 100 €/t.

In generale le analisi economiche presentate nel rapporto mostrano che, alle condizioni attuali, la Ccs non risulta economicamente competitiva rispetto allo scenario senza cattura. I costi extra (tra cui ad esempio trasporto e stoccaggio) incidono in modo significativo su quelli di produzione finali.

Tuttavia, l’atteso incremento e la crescente volatilità del prezzo delle emissioni Ets potrebbero migliorare la competitività relativa della Ccs, ma ciò implica che la sua sostenibilità economica dipende in gran parte dalle fluttuazioni di un mercato regolamentato e non da una sua intrinseca efficienza attuale.

Nel report la filiera Ccs viene difesa sostenendo che anche le rinnovabili abbiano fatto ricorso a forti incentivi. Ma mentre gli schemi di supporto per Fer ed efficienza energetica sono investimenti che generano un risparmio energetico netto, riducono i costi sociali a lungo termine e sono già economicamente competitivi senza sussidi eccessivi, i finanziamenti richiesti per la Ccs sostengono una tecnologia che rimane costosa, immatura e non redditizia alle attuali condizioni di mercato, vincolando risorse che potrebbero essere investite in soluzioni più efficaci (Rinnovabili fino a 12 volte meno care della cattura della CO2).

Inoltre, il modello proposto prolunga l’uso di fonti fossili e crea lock-in infrastrutturale, rendendo più difficile in futuro sganciarsi dai sistemi tradizionali.

Ritardi sugli obiettivi

A livello globale persistono poi criticità sugli obiettivi 2030. Sebbene l’interesse verso la Ccs sia in forte crescita, le proiezioni indicano un possibile disallineamento tra la capacità di cattura e quella di stoccaggio disponibile a fine decennio, con un rischio concreto di mancato raggiungimento dei target fissati.

La prossimità delle scadenze associate agli obiettivi di decarbonizzazione a livello globale ed europeo ha determinato, tra 2024 e 2025, un’accelerazione dei progetti nel mondo, passati da 408 a 489 (+19%) per 513 Mt di CO2 catturati all’anno (+23%). Ma si tratta ancora, per lo più, di impianti in fase di sviluppo preliminare o avanzato (e solo in numero più ridotto già operativi o in costruzione), che insieme costituiscono, nel 2025, circa il 21% della capacità di cattura annunciata (108 Mt di CO2 su 513).

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