Il progetto australiano Gorgon di Chevron per la cattura e lo stoccaggio del carbonio (CCS) ha registrato nell’ultimo anno di attività la sua performance più bassa dall’avvio nel 2019.
Secondo gli ultimi dati forniti da Chevron agli analisti e rielaborati dall’Institute for Energy Economics and Financial Analysis (IEEFA), l’impianto Gorgon CCS nel 2024-25 ha catturato e stoccato circa 1,33 milioni di tonnellate di CO2, a fronte di una capacità nominale di 4 milioni, e soprattutto a fronte di emissioni complessive di circa 50 milioni di tonnellate generate annualmente dall’estrazione, lavorazione e combustione del gas associato al progetto.
La distanza tra numeri promessi e risultati effettivi è tale da aprire una questione più ampia di credibilità circa l’efficacia di mercato e di decarbonizzazione su scala industriale della CCS.
La CCS è stata presentata come pilastro della neutralità climatica per mega-progetti del gas naturale liquefatto (GNL) tipo Gorgon, situato sull’isola di Barrow nella parte occidentale dell’Australia.
L’idea è di compensare almeno una parte delle emissioni tramite la cattura e stoccaggio permanente della CO2 nel sottosuolo. Ma ciò che emerge oggi è che un impianto progettato per agire sul flusso diretto delle emissioni a monte riesce ad alleggerire una frazione solo molto marginale dell’impronta reale complessiva.
Gorgon, cartina di tornasole della CCS
Kevin Morrison, analista del settore GNL e finanza energetica, osserva che l’impianto non solo non sta migliorando le sue prestazioni, ma che in modo paradossale le sta peggiorando anno dopo anno rispetto al suo primo esercizio operativo, mettendo in discussione la convinzione che le tecnologie industriali migliorino per definizione con l’esperienza.
Paul Martin, sviluppatore di processi industriali legato a diversi progetti chimici in Nord America, sostiene che la CCS in realtà funzioni bene “per ciò a cui serve nella realtà: consentire al sistema fossile di perpetuarsi evitando di affrontare il cuore del problema, cioè la riduzione strutturale dell’uso di combustibili”.
Martin richiama, fra gli altri, il caso del progetto canadese Quest di Shell, che cattura circa 1 milione di tonnellate l’anno di CO2 dall’impianto di upgrading Scotford in Alberta: l’investimento complessivo è stato nell’ordine di 1,4 miliardi di dollari canadesi, di cui oltre un terzo coperto da fondi pubblici, e un’analisi indipendente dei documenti ufficiali di progetto stima un costo specifico vicino ai 100 dollari canadesi alla tonnellata di CO2 per lo stoccaggio previsto nell’intera vita utile dell’impianto.
A suo giudizio, numeri di questo tipo mostrano quanto sia difficile far scendere i costi reali di cattura e stoccaggio, anche in progetti gestiti da operatori esperti e sostenuti da forti sussidi pubblici.
CCS vs fotovoltaico
Una posizione opposta a quella degli analisti più critici arriva da Rosie Johnstone, presidente di CCUS Network Australia e consulente CCS presso Full Circle Carbon, secondo cui valutare i costi di Gorgon sulla base dei primi anni operativi “non è ragionevole né rappresentativo”.
Secondo Johnstone, il confronto fra i quasi 3,2 miliardi di dollari australiani già spesi e gli 11 milioni di tonnellate di CO2 effettivamente stoccati a oggi produce “una distorsione analitica” simile a quella di “calcolare il costo dell’elettricità di un impianto fotovoltaico dividendo l’investimento iniziale per l’energia prodotta nel primo anno”.
La sua conclusione è che il costo unitario debba essere calcolato “sulla quantità stoccata nell’intera vita del progetto”, che secondo le stime oscillerebbe fra 30 e 46 dollari australiani la tonnellata in scenari di lungo periodo. Il ragionamento di Johnstone è corretto dal punto di vista contabile: il costo capitale di un impianto si ammortizza in decenni, non in cinque anni. Ma il confronto con il fotovoltaico è comunque impietoso, per la CCS.
In poco più di un decennio i grandi impianti FV hanno infatti visto il costo medio dell’energia prodotta crollare del 90% e il costo d’investimento per kW ridursi di oltre l’80%, grazie a una filiera standardizzata e a un tasso di apprendimento intorno al 23%, secondo le stime della International Renewable Energy Agency (IRENA).
La CCS, nonostante ben 30 anni di sperimentazioni e applicazioni, mostra invece costi di cattura che restano nell’ordine delle decine o centinaia di dollari per tonnellata, con tassi di apprendimento molto bassi, nell’ordine del 2-7%, e progetti reali che si collocano spesso nella fascia alta delle stime teoriche. Più che una tecnologia che sta rapidamente diventando economica, quindi, appare ancora come un dispositivo complesso, costoso e poco scalabile.
Obiettivi ambiziosi e dati ancora microscopici
Un recente lavoro del London Register of Subsurface CO2 Storage, riportato dal Carbon Capture Journal, offre un primo bilancio storico quantitativo della CCS. Dal 1996 a oggi, la quantità totale di CO2 effettivamente stoccata sotto forma geologica non supera 383 milioni di tonnellate, pari a meno di quattro giorni di emissioni globali attuali da combustibili fossili.
Questi numeri, per quanto in crescita, confermano che la CCS negli ultimi 30 anni ha avuto un’efficacia assolutamente marginale, praticamente inesistente, rispetto alla scala delle emissioni.
La domanda centrale diventa allora se questi ritmi siano all’altezza della traiettoria climatica che la maggioranza del mondo si è prefissa. Guardando la distanza tra le poche decine di megatonnellate finora immagazzinate in assoluto e le migliaia all’anno che sarebbero teoricamente necessarie, la risposta è no. Sarebbe essenziale un salto di scala tecnologico, industriale, economico e infrastrutturale che oggi non è minimamente visibile.
La questione regolatoria
Michael Liebreich, fondatore di BloombergNEF e voce influente nel dibattito sull’economia della decarbonizzazione, offre un ulteriore tipo di lettura della realtà attorno alla CCS: secondo Liebreich il problema non è tecnico, bensì regolatorio.
Finché alle compagnie fossili è consentito centrare i propri obiettivi climatici affidandosi a offset molto più economici della CCS, tipicamente compensazioni di bassa qualità, poco durevoli, o crediti comunque più a buon mercato della CCS, gli incentivi a far funzionare i progetti di cattura e stoccaggio in modo efficiente e a basso costo restano strutturalmente deboli, secondo Liebreich
Da queste posizioni emergono due visioni diverse: CCS come “specchietto per le allodole” che consente la sopravvivenza delle fonti fossili, oppure CCS come soluzione potenzialmente efficace ma mal regolata. In attesa di eventuali giri di vite regolatori, la realtà incontestabile e che Gorgon (ritratto in alto nella foto di Chevron) cattura meno del 3% delle emissioni associate al gas che contribuisce a portare sul mercato.
Capacità di stoccaggio come risorsa scarsa
Una ricerca pubblicata su Nature potrebbe rappresentare uno spartiacque significativo del dibattito contemporaneo. Un gruppo di studio guidato da Matthew Gidden, della University of Maryland e dell’International Institute for Applied Systems Analysis, e Joeri Rogelj, dell’Imperial College London, propone per la prima volta un concetto di limite geologico prudenziale, in base al quale la capacità di stoccaggio globale realmente utilizzabile in condizioni sicure non supererebbe 1.460 miliardi di tonnellate (Gt) di CO2.
Tale conclusione deriva dall’esclusione progressiva di aree sismicamente attive, zone protette, porzioni troppo vicine a centri abitati, profondità non adeguate e bacini territorialmente contestati. L’effetto cumulato è una riduzione di un ordine di grandezza rispetto alle stime considerate nei modelli energetici globali fino a oggi.
Nell’illustrazione, tratta dallo studio, la disponibilità di stoccaggio dopo l’applicazione dei principi precauzionali, in base all’entità della perdita di stoccaggio totale (dai colori chiari ai colori scuri) e alla percentuale di potenziale tecnico perso, dove il blu rappresenta una perdita assoluta elevata ma una perdita percentuale bassa, il rosso rappresenta una perdita percentuale elevata, ma una perdita assoluta bassa e il vinaccia rappresenta una perdita elevata su entrambi i fronti.
Implicazioni della ricerca di Nature
Dal punto di vista climatico, il limite implica che utilizzando l’intero potenziale di stoccaggio geologico per rimuovere CO2 già emessa, la riduzione massima di temperatura sarebbe compresa tra 0,4 e 0,7 °C. Non poco, ma a condizioni molto difficili, se non impossibili, da ottenere.
Sulla base delle emissioni globali attuali, circa 38 Gt/anno, i 1.460 Gt di CO2 di capacità massima di stoccaggio geologico sicuro stimata dallo studio consentirebbero circa 38-39 anni di emissioni mondiali catturate interamente, cosa irrealistica.
Se invece la cattura riguardasse solo metà delle emissioni residue e tecnicamente captabili, un’ipotesi comunque molto ambiziosa ma più coerente con uno scenario di forte elettrificazione e decarbonizzazione diretta, la capacità durerebbe circa 75-77 anni. Ciò assumendo però di usare la CCS solo nei settori industriali difficili da decarbonizzare, come cementifici, acciaierie, fertilizzanti, chimica di base e trattamenti di gas con alta concentrazione di CO2, e non per tentare di compensare l’intera filiera di progetti fossili complessi, come quelli di liquefazione e esportazione di GNL, in cui la gran parte delle emissioni resta comunque legata agli anelli a valle della filiera e alla combustione finale del gas.
Va notato poi che una capacità teorica di 75-77 anni può sembrare ampia, ma la sua piena utilizzabilità è tutt’altro che scontata. Gran parte della capacità aggiuntiva è offshore o distante dai distretti industriali hard-to-abate, rendendo necessarie infrastrutture dedicate di trasporto ad alta pressione, con investimenti pluriennali.
Inoltre, le condizioni del sottosuolo non sono statiche né uniformi: pressione, permeabilità e migrazione del plume, cioè il fronte fluido che si propaga nella formazione geologica dopo l’iniezione, non sono costanti e molti siti richiederebbero perforazioni aggiuntive nel tempo. Per questo il potenziale geologico stimato, pur ampio, non equivale automaticamente a una capacità operativa realmente mobilizzabile su scala industriale globale.
I ricercatori evidenziano poi che ogni tonnellata di CO2 stoccata per compensare emissioni fossili correnti riduce lo spazio disponibile per la rimozione futura e quindi per un eventuale, ulteriore calo delle temperature.
Il risultato della ricerca non nega l’utilità della CCS, ma costringe a trattarla come risorsa intergenerazionale scarsa, stabilendo un concetto nuovo nella governance climatica.
Dove la CCS funziona
La CCS potrebbe avere senso solo dove la chimica produce CO2 già concentrata e dove la localizzazione geografica consente trasporto minimo o stoccaggio in sito, secondo Michael Barnard, Chief Strategist di TFIE Strategy Inc., fra i più riconosciuti analisti indipendenti sui costi comparati delle tecnologie a basso tenore di CO2.
Ciò significa, in prima battuta, processi nei quali la CO2 non deve essere separata da grandi flussi di azoto e prodotti di combustione. Barnard cita come esempi impianti di ammoniaca, fermentazione bioetanolica, produzione di metanolo da reforming, linee di cemento riprogettate per separare processi termici e combustione.
In questi casi, l’iniezione sotterranea è “una funzione immediata dell’impianto stesso” perché la CO₂ non viene catturata a valle della combustione, ma emerge già nel cuore del processo industriale sotto forma concentrata. Non occorre costruire filiere separate di raccolta e trasporto: la CO2 viene compressa e inviata al giacimento direttamente dal punto di produzione, come estensione naturale dell’impianto di processo.
Questa distinzione evidenzia che la CCS non sarebbe da intendersi come una tecnologia universale, bensì uno strumento chirurgico per pochi comparti dove non ci sono alternative di decarbonizzazione immediatamente praticabili (Eni e Snam per la cattura e lo stoccaggio della CO2. Un solo pro e troppi contro).
Una CCS molto diversa da come viene raccontata
Le evidenze fin qui discusse suggeriscono che la CCS non sia né la scorciatoia salvifica promessa soprattutto dagli operatori delle energie fossili negli anni della “transizione morbida”, né un totale fallimento tecnologico da archiviare. Sarebbe da vedere piuttosto come un dispositivo ad alta intensità tecnica, costoso, geologicamente limitato e con applicazioni molto selettive.
Il caso Gorgon dimostra che, se piegata a un obiettivo di legittimazione delle energie fossili, la CCS fallisce inevitabilmente. Se invece la si colloca dove la scienza indica, cioè in settori con CO2 pura, stoccaggio disponibile in sito e con obblighi stringenti e misurabili, potrebbe risultare uno strumento utile, ancorché costoso, per ridurre una quota residuale e specifica delle emissioni globali.
Oggi, la direzione prevalente indicata dall’Unione europea e da prestigiose organizzazioni internazionali, oltre che dai giganti del settore petrolio e gas, rischia di consumare una capacità geologica limitata per compensare emissioni molto più facilmente evitabili tramite l’elettrificazione e l’efficienza energetica.
La sfida è invertire i termini del rapporto: usare la CCS solo dove nulla attualmente la sostituisce, non dove soluzioni già molto più pronte, economiche ed affidabili la rendono del tutto svantaggiosa (Ccs, geotermia, idrogeno: i nuovi progetti italiani finanziati dalla Commissione Ue).



























