La crisi energetica legata al conflitto in Medio Oriente sta riportando verso l’alto la domanda mondiale di carbone, tanto da spingere l’Agenzia internazionale dell’energia (Iea) a rivedere le sue previsioni per il 2026.
Un nuovo record che arriva mentre uno studio appena pubblicato su Environmental Research Letters avverte che alcuni feedback naturali innescati dal riscaldamento globale potrebbero amplificare ulteriormente l’aumento delle temperature, aggiungendo fino a 0,4 °C entro fine secolo.
Ma andiamo con ordine. Secondo il nuovo “Coal Mid-Year Update 2026” della Iea (link in basso), quest’anno i consumi globali di carbone aumenteranno dell’1,2%, raggiungendo il nuovo massimo storico di circa 8,9 miliardi di tonnellate. Solo pochi mesi fa, nel rapporto pubblicato a dicembre 2025, l’Agenzia prevedeva invece una lieve diminuzione.
Il rialzo arriva dopo un 2025 in cui la domanda aveva già toccato il record di 8,8 miliardi di tonnellate (+0,3% sull’anno precedente) nonostante per la prima volta in mezzo secolo la produzione elettrica da carbone fosse diminuita contemporaneamente in Cina e India. Nel primo caso ha pesato soprattutto la forte espansione delle rinnovabili (La Cina si elettrifica e il nuovo sistema energetico prende forma), nel secondo un monsone anticipato e particolarmente intenso.
Le due economie restano comunque decisive per il mercato mondiale. Nel 2025 la Cina ha consumato 4,9 miliardi di tonnellate, oltre il 56% del totale globale: il solo settore elettrico cinese utilizza circa un terzo di tutto il carbone consumato nel mondo. L’India si è fermata invece a quasi 1,3 miliardi di tonnellate, in calo dell’1%.
Con il caro gas più spazio al carbone
Il principale fattore alla base della revisione per il 2026 è la crisi in Medio Oriente. Lo Stretto di Hormuz ricopre in realtà un ruolo marginale negli scambi mondiali di carbone, ma la forte riduzione delle spedizioni di Gnl attraverso il passaggio ha spinto verso l’alto i prezzi del gas naturale.
Nei sistemi elettrici in cui sono disponibili sia centrali a gas sia potenza a carbone non utilizzata, questo ha favorito un nuovo “gas-to-coal switching”, cioè una maggiore produzione da carbone a scapito del gas.
Per la Iea, in Cina la domanda dovrebbe aumentare dell’1% nel 2026 rispetto allo scorso anno, arrivando a circa 5 miliardi di tonnellate. A sostenere i consumi sono la crescita della domanda elettrica, la debole produzione eolica in alcuni periodi dell’anno e i maggiori prezzi del Gnl.
Il caro-petrolio ha inoltre migliorato la competitività della produzione di sostanze chimiche a partire dal carbone, anche se acciaio e cemento dovrebbero continuare a ridurre i propri consumi.
Ancora più marcato l’aumento previsto in India, dove la domanda dovrebbe crescere del 4,2% annuo, a 1,3 miliardi di tonnellate, tornando sulla traiettoria di espansione precedente al calo temporaneo del 2025. Oltre alla crescita dei consumi elettrici e industriali, potrebbe incidere un El Niño particolarmente intenso, con più fabbisogno per il raffrescamento e minore disponibilità di idroelettrico.
In espansione anche il consumo nel Sud-est asiatico: nei Paesi Asean dovrebbe raggiungere circa 574 milioni di tonnellate, trainato soprattutto da Indonesia e Vietnam. Nel primo caso il carbone continua a essere centrale anche per l’alimentazione degli impianti industriali dedicati alla produzione di nickel, cemento e alluminio.
Nell’Unione europea prosegue invece il declino strutturale: la domanda di carbone dovrebbe scendere a 276 milioni di tonnellate nel 2026. La contrazione sarà però meno forte di quanto stimato in precedenza, soprattutto in Paesi come Germania e Polonia, dove sono presenti centrali a gas e capacità a carbone disponibile.
Negli Stati Uniti, dopo il balzo di oltre il 9,5% registrato nel 2025, la Iea prevede invece una flessione del 7% quest’anno. Il declino è tuttavia più lento del previsto anche per il rinvio della chiusura di alcune centrali e per le preoccupazioni sulla sicurezza del sistema elettrico in un contesto di crescita della domanda, compresa quella dei data center.
Il 2027 dipenderà da Hormuz
L’evoluzione del mercato è molto incerta e se nel 2027 i flussi di Gnl attraverso Hormuz torneranno gradualmente verso i livelli precedenti al conflitto e i prezzi del gas diminuiranno, la Iea prevede una riduzione della domanda mondiale di carbone dello 0,4%, un livello comunque superiore a quello del 2025. Se invece le spedizioni di Gnl attraverso lo Stretto resteranno limitate, i consumi potrebbero aumentare ancora.
Mentre cresce la domanda, nel 2026 la produzione mondiale di carbone dovrebbe diminuire di circa il 2%, pur mantenendosi sopra i 9 miliardi di tonnellate per il terzo anno consecutivo. A incidere è soprattutto la Cina, responsabile di oltre metà dell’estrazione globale, dove a giugno e luglio la produzione è scesa di circa il 10% su base annua dopo le ispezioni di sicurezza avviate in seguito all’esplosione in una miniera dello Shanxi a maggio.
La combinazione tra minore produzione cinese, maggiore ricorso al carbone in Giappone e Corea del Sud e domanda più alta del previsto sta sostenendo anche gli scambi internazionali, soprattutto di carbone termico, quello usato come combustibile per produrre elettricità e calore.
Sono risaliti di conseguenza anche i prezzi: ad esempio il carbone termico australiano “Newcastle” ha raggiunto in media 139 dollari per tonnellata a giugno, per poi scendere a 131 dollari ad agosto.
Valori nettamente superiori a quelli di fine 2025, ma ancora molto lontani dai picchi di oltre 400 dollari per tonnellata raggiunti durante la crisi energetica del 2022.
I feedback che possono amplificare il riscaldamento
Il nuovo record di domanda atteso per il carbone si inserisce in un quadro climatico nel quale le conseguenze delle emissioni potrebbero essere peggiori di quanto considerato in molte proiezioni.
Uno studio pubblicato il 10 settembre su Environmental Research Letters ha provato a quantificare congiuntamente quattro meccanismi di feedback legati a scongelamento del permafrost, zone umide, acque interne e incendi. Con l’aumento delle temperature questi sistemi possono rilasciare a loro volta CO2 e metano, alimentando ulteriore riscaldamento.
Secondo gli autori, queste emissioni indotte dal cambiamento climatico potrebbero amplificare del 20-30% il riscaldamento globale entro il 2100, aggiungendo circa 0,2 °C nello scenario caratterizzato da una più rapida riduzione delle emissioni e fino a 0,4 °C in uno scenario con emissioni più elevate.
Si tratta di fenomeni che, spiegano i ricercatori, sono ancora in larga parte assenti dai modelli utilizzati per valutare la risposta delle temperature alle emissioni antropiche.
Lo studio sottolinea però anche che la dimensione di questo effetto non è predeterminata: ridurre rapidamente le emissioni derivanti dai combustibili fossili limita anche l’attivazione dei feedback naturali, diminuendo il riscaldamento aggiuntivo che permafrost, incendi, zone umide e acque continentali potrebbero generare nel corso del secolo.
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