Le aziende fossili e quel prezzo da pagare

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Dal silenzio degli anni ’70 ai disastri di oggi: la lunga ombra sulle compagnie fossili. Il conto dei danni e le strategie messe in campo per seguitare il business as usual. Le controverse posizioni di Eni, anche in Israele.

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Gli effetti catastrofici sul clima causati dall’incremento di emissioni erano noti alle industrie petrolifere fin dagli anni ’70.

ExxonMobil, Chevron, Shell, Total e la “nostra” Eni avevano prodotto studi e ricerche che dimostravano la loro consapevolezza sulle conseguenze dell’estrazione e combustione delle fonti energetiche fossili.

Il prezzo che paghiamo è il titolo del documentario prodotto da Greenpeace Italia e ReCommon, basato sulle testimonianze delle persone che vivono nei territori impattati da queste fonti e su ricerche e fonti attendibili e documentate (trailer del documentario in fondo all’articolo).

Il prezzo da pagare per i danni al clima e all’ambiente

Negli ultimi vent’anni il riscaldamento globale ha contribuito ad aggravare gli eventi meteorologici più estremi causando oltre 570.000 vittime su scala mondiale.

Le temperature record registrate nell’estate 2022 sono state associate a oltre 60mila decessi e si stima la perdita di 4,4 miliardi di euro a causa della ridotta produttività legata al caldo nel 2023.

Ad esempio, l’alluvione del 2023 in Emilia-Romagna ha causato danni per 9 miliardi di euro e nuove alluvioni si sono verificate nell’autunno del 2024 in Veneto, Sicilia e ancora in Emilia-Romagna.

I costi economici legati a frane e alluvioni in Italia ammontano a circa 2,8 miliardi di euro l’anno.

I numeri riportati sono esemplificativi di una situazione ben più grave. Infatti, uno studio pubblicato nel 2023 dalla rivista scientifica One Earth stima che per compensare i danni provocati dalle compagnie fossili, le stesse dovrebbero pagare circa 200 miliardi ogni anno da oggi al 2050. E questo ci dice dove si trova la gran parte delle responsabilità.

La distanza tra la narrazione e l’azione delle aziende fossili

Gli eventi meteorologici estremi sono ancora considerati e comunicati in larga misura come fenomeni di maltempo eccezionale, sebbene l’eccezione sia ormai diventata quasi regola.

Ricercatrici e ricercatori dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change), concordano nell’attribuire le cause del riscaldamento globale e la crisi climatica alle emissioni di gas serra derivanti da attività umane.

La prima fonte di emissione sono le attività connesse con l’estrazione e la combustione delle fonti energetiche fossili, petrolio, carbone e gas. Mentre fino agli anni ’90 le compagnie del fossile avevano negato il cambiamento climatico, dagli anni 2000, pur riconoscendolo e dichiarandosi impegnate a intraprendere percorsi di mitigazione, hanno messo in campo evidenti azioni di greenwashing per promuovere la propria reputazione positiva, anche sponsorizzando eventi culturali e istituti di ricerca.

Secondo quanto riportato da Oil Change International in un report del 2024, Big oil reality check – Aligned in failure (pdf) ancora oggi queste stesse società non stanno facendo abbastanza per ridurre il loro impatto sul clima. La prevalenza di marrone scuro nell’immagine e l’assenza di un solo colore verde spiega l’insufficienza della loro azione.

“A livello internazionale, la distanza tra le dichiarazioni delle compagnie oil&gas e le loro strategie industriali è sempre più evidente”, ci dice Eva Pastorelli, campaigner finanza pubblica e multinazionali di ReCommon.

“Prendiamo ad esempio Eni. L’azienda è molto presente sui principali media italiani con le sue sponsorizzazioni, ma anche sui social dove si propone come azienda impegnata nella transizione, intenzionata ad assumere un ruolo guida nel nostro e in altri paesi grazie ai suoi investimenti all’estero. Eni parla di transizione equa e ordinata e di riduzione delle proprie emissioni, ma queste dichiarazioni non si sposano con i piani di investimento dell’azienda”, dice Pastorelli.

Nel 2024 la produzione di energia da rinnovabili ha rappresentato l’1,1% del mix energetico di Eni, mentre l’estrazione di petrolio e gas ha rappresentato il 93,5% dell’energia prodotta; l’energia elettrica da gas il 4,5% di quella prodotta. Lo 0,9% del mix energetico di Eni è costituito poi dalla produzione di biocarburanti. L’estrazione di petrolio e gas rappresenterà ancora l’87,1% del mix energetico di Eni al 2030 (fonte: Reclaim Finance).

Pastorelli, citando l’ultimo piano industriale di Eni, fa notare che la compagnia prevede di aumentare la produzione di combustibili fossili del 3-4% annuo fino al 2028, per poi mantenere gli stessi livelli fino al 2030.

“Dalle analisi condotte da Reclaim Finance sulla strategia climatica di Eni, si evince che nel 2024 e 2025 la produzione di petrolio e gas porterà l’azienda a discostarsi rispettivamente del 73 e dell’89% dallo scenario Net Zero Emission entro il 2050 indicato dall’Agenzia Internazionale dell’Energia”.

“Le compagnie fossili internazionali – conclude la campaigner di ReCommon – continuano nella loro opera tesa a distrarre l’attenzione, oltre che i fondi pubblici, verso false soluzioni alla crisi climatica: le tecnologie di cattura e stoccaggio della CO2, il trasporto su lunga distanza e l’utilizzo di quantità inverosimili di idrogeno per decarbonizzare l’intera industria italiana. Questa opera di ‘distrazione’ si sostanzia anche attraverso la partecipazione di lobbisti del comparto fossile in vari tavoli istituzionali e negoziali sul clima, non ultimo all’interno della delegazione italiana presente alla COP29 di Baku, come abbiamo denunciato tramite la coalizione Kick Big Polluters Out”.

In Basilicata il più grande giacimento petrolifero europeo su terraferma

Quando si parla di giacimenti petroliferi si pensa al Medio Oriente. Tuttavia, il documentario ci ricorda che il più grande giacimento petrolifero su terraferma d’Europa si trova in Basilicata. È nella Val d’Agri che si estrae l’80% del petrolio italiano, con impatti importanti in termini di emissioni in atmosfera e nel terreno.

In Basilicata operano Eni, Shell, TotalEnergies e Mitsui. Il Centro Olio Val d’Agri di Viggiano, gestito da Eni, si trova in un territorio di importante valore naturalistico sul quale impatta pesantemente.

Nel 2021 Eni è stata condannata in primo grado per traffico illecito di rifiuti prodotti da questo Centro. Attualmente è in corso il secondo grado di giudizio. Un altro procedimento giudiziario nei confronti dei manager della partecipata statale riguarda la fuoriuscita di petrolio accertata nel 2017 nello stesso Centro Olio. L’accusa è di disastro ambientale.

La popolazione locale da anni raccoglie e pubblica dati relativi all’impatto del Centro Olio e si è attivata per promuovere un nuovo modello di produzione e consumo di energia da fonti rinnovabili, come testimonia nel documentario Camilla Nigro dell’Osservatorio Popolare Val d’Agri – Liberiamo la Basilicata. E va detto che, nonostante royalties e compensazioni riconosciute alla Regione dalle compagnie petrolifere, la Basilicata resta la Regione più povera d’Italia.

Sappiamo che fin dalla COP 19 del 2013 e sicuramente alla prossima COP 30 brasiliana la richiesta, ancora inascoltata, va sempre nella direzione di mettere fine a tutte le attività di estrazione di combustibili fossili.

Eni, Israele e il diritto internazionale

Nella sua newsletter del 10 ottobre, ReCommon ha riportato due notizie secondo le quali Eni avrebbe inviato 30.000 tonnellate di greggio dal Centro Olio Val D’Agri verso Israele (fonte: “Behind the Barrell”, 2024) e avrebbe anche ottenuto una licenza di esplorazione di un giacimento di gas in zona economica palestinese.

Quanto all’invio del greggio, Eni ha inviato una diffida e una richiesta di rettifica a ReCommon a causa della presunta natura diffamatoria delle affermazioni. La Società ritiene di non aver “effettuato alcuna spedizione verso Israele in quanto il greggio Eni prodotto nel Centro Olio in Val D’Agri viene interamente destinato alla raffineria di Taranto per essere lavorato nei propri impianti”.

Nella sua replica, ReCommon, prendendo atto della smentita di Eni, si chiede come mai la Società non abbia ritenuto di commentare “con la stessa sicumera e fermezza in risposta al Business and Human Rights Resource Centre (BHRRC) che, già nel settembre del 2024, chiedeva a Eni di rispondere proprio in merito al medesimo evento”.

Peraltro, l’affermazione di ReCommon è basata sulle stesse fonti utilizzate da BHRRC che il Collettivo ha citato nella sua replica.

Quanto all’ottenimento delle licenze di esplorazione nel Mediterraneo in zona economica palestinese da parte di Eni, la Società sostiene che “nessuna licenza è stata emessa in relazione a tale gara, né tanto meno alcuna attività esplorativa è stata avviata da Eni nell’area fino ad oggi”.

Eni, inoltre, dichiara di aver partecipato “nell’estate del 2023, quindi ben prima dei tragici eventi del 7 ottobre 2023, insieme ad altre compagnie energetiche, ad una gara internazionale indetta legittimamente da Israele nel 2022 per un’area offshore con sei blocchi esplorativi (in acqua di sfruttamento economico situate, in base al diritto internazionale, tra Israele ed Egitto). I risultati di tale gara hanno visto Eni vincitrice.

Ricordiamo che sulla vicenda, nel febbraio 2024, c’erano state una interrogazione parlamentare e una mozione alla Camera per sollecitare il governo a interrompere l’esplorazione di gas naturale concessa da Israele in aree marittime che la Palestina rivendica come proprie (Attività offshore di Eni al largo di Gaza. Verdi e M5S chiedono il blocco).

Nello stesso mese, tre organizzazioni palestinesi, Al-Haq, Al Mezan e Pchr, hanno inviato diffide a Eni, Dana Petroleum Limited e Ratio Petroleum, intimando loro di “desistere dall’intraprendere qualsiasi attività nelle aree della Zona G che ricadono nelle aree marittime dello Stato di Palestina” perché ciò “costituirebbe una flagrante violazione del diritto internazionale”.

Diritto internazionale a cui ha fatto riferimento Francesca Albanese, Relatrice Speciale ONU sulla situazione dei diritti umani nei Territori Palestinesi Occupati (Opt) dal 1967, a proposito del coinvolgimento di Chevron nell’estrazione di gas dai giacimenti di Leviathan e Tamar e di BP nella espansione del proprio coinvolgimento nell’economia israeliana, con licenze di esplorazione confermate nel marzo 2025, che consentono a BP di esplorare le distese marittime palestinesi sfruttate illegalmente da Israele (Le aziende energetiche fossili coinvolte nell’occupazione illegale della Palestina).

“Eni, che non è mai intervenuta così frontalmente sulla vicenda prima d’ora – ci spiega Eva Pastorelli – sembra non avere alcuna intenzione di considerare una rinuncia alle attività di esplorazione, che potrebbero essere state solamente ‘congelate’ a causa del genocidio in Palestina. Una gara ‘legittimamente indetta da Israele’, secondo Eni, che trascura però il riconoscimento dello Stato di Palestina e della sovranità sulle sue acque da parte di oltre 150 paesi e il fatto che il 62% dell’area di esplorazione assegnata al consorzio a guida di Eni ricade nella zona economica esclusiva palestinese”.

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