Nel tentativo di semplificare le regole sulla finanza sostenibile, il Consiglio Ue ha scelto un’impostazione che rischia di allargare molto il perimetro dei prodotti finanziari legati alla transizione, fino a includere anche grandi compagnie petrolifere e del gas ancora impegnate nello sviluppo di nuovi progetti fossili.
Il 24 giugno gli Stati membri hanno raggiunto una posizione comune sulla revisione del regolamento “Sfdr – Sustainable Finance Disclosure Regulation, la normativa europea che impone agli operatori finanziari di comunicare come tengono conto dei rischi e degli impatti di sostenibilità nei prodotti venduti agli investitori.
L’obiettivo dichiarato del Consiglio è rendere il quadro più semplice, ridurre gli oneri amministrativi e permettere a risparmiatori e investitori di confrontare meglio i prodotti finanziari con caratteristiche ambientali o sociali.
La Sfdr, in vigore dal 2021, non era stata concepita come un sistema di etichette, ma nella pratica è stata spesso usata proprio così.
Le categorie esistenti sono diventate una sorta di bollino di sostenibilità, con il risultato di generare confusione, informative molto lunghe e difficili da leggere, oltre a un rischio crescente di greenwashing e vendita impropria di prodotti presentati come più verdi di quanto siano realmente.
Per correggere questa situazione, la nuova impostazione introduce tre categorie:
- “Sustainable”, dovrebbe riguardare i prodotti che investono in società o progetti già coerenti con standard elevati di sostenibilità. La seconda;
- “Transition”, sarebbe destinata a imprese o progetti che non sono ancora pienamente sostenibili, ma che si trovano su un percorso credibile di trasformazione.
- “Esg basics”, comprenderebbe prodotti che integrano criteri ambientali, sociali e di governance, ma senza rispettare i requisiti più stringenti delle prime due categorie.
L’orientamento del Consiglio Ue
È nella categoria “transition” che sorge però il problema: la posizione del Consiglio prevede che possano essere considerate anche società attive nel settore delle fonti fossili, a condizione che destinino almeno il 20% delle proprie spese in conto capitale ad attività economiche allineate alla tassonomia Ue e che abbiano una strategia chiara, con tempi definiti, per ridurre le emissioni.
Tradotto, una grande compagnia petrolifera potrebbe continuare a investire in nuovi pozzi di petrolio o giacimenti di gas e, allo stesso tempo, essere presente in un fondo finanziario commercializzato come prodotto di transizione, se una quota sufficiente (20%) dei suoi investimenti va anche verso attività classificate come “verdi”: rinnovabili, idrogeno, cattura e stoccaggio della CO2 o altri settori compatibili con la tassonomia europea.
L’orientamento degli Stati membri ammorbidisce in modo sostanziale la linea iniziale della Commissione europea. L’esecutivo Ue voleva distinguere meglio i fondi davvero sostenibili da quelli pensati per finanziare aziende in trasformazione, ma intendeva anche escludere dai fondi sostenibili e di transizione le società impegnate nell’esplorazione di nuovi progetti fossili, perché tale attività non è coerente con l’obiettivo dell’Accordo di Parigi.
In ballo c’è il modo in cui il mercato indirizza capitali privati verso la decarbonizzazione. Se una società petrolifera può comparire in un fondo di transizione pur continuando a sviluppare nuovi progetti oil&gas, il rischio è che il messaggio inviato agli investitori diventi ambiguo: il fondo sembra orientato alla transizione, ma una parte dei capitali finisce comunque a sostenere imprese ancora fortemente legate all’espansione del fossile.
Il rischio è un “assist” alle major
Per le compagnie petrolifere e del gas, l’inclusione in questi fondi avrebbe vantaggi evidenti: restare accessibili a una platea più ampia di investitori, ridurre il rischio di esclusione dai portafogli Esg, migliorare la propria reputazione e, potenzialmente, accedere a capitali a condizioni più favorevoli. L’etichetta “transition” potrebbe diventare un canale finanziario e reputazionale molto importante.
Le aziende fossili sostengono che un’esclusione rigida sarebbe controproducente e il loro argomento è che anche i grandi operatori oil&gas stanno investendo in tecnologie a basse emissioni e che, per decarbonizzare, hanno bisogno di capitali.
Inoltre, richiamano il tema della sicurezza energetica europea: in una fase di forte instabilità geopolitica, nuovi progetti petroliferi e soprattutto gas sarebbero ancora necessari per ridurre la dipendenza da pochi grandi fornitori esteri.
La critica di ambientalisti ed esperti di finanza sostenibile è però opposta. Una società che continua a investire in nuovi giacimenti, difficilmente può essere presentata come azienda in transizione credibile solo perché destina una parte dei propri investimenti ad attività verdi.
Il rischio è che la soglia del 20% finisca per funzionare come una sorta di lasciapassare, abbastanza alta da poter essere presentata come impegno climatico, ma non sufficiente a modificare il baricentro industriale dell’azienda.
Un esempio citato da Politico è TotalEnergies. Nel 2024 la società ha destinato più di un terzo dei suoi 17,8 miliardi di dollari di investimenti in conto capitale a nuovi progetti petroliferi e gas (circa 6 mld $), mentre il 27%, pari a 4,8 mld $, è andato alle energie a basse emissioni. Con l’impostazione sostenuta dagli Stati membri, un profilo di questo tipo potrebbe quindi rientrare nei fondi di transizione.
Il rischio principale è quindi una confusione tra transizione e diversificazione. Una compagnia fossile può diversificare una parte dei suoi investimenti verso tecnologie pulite senza però ridurre davvero la propria esposizione strutturale a petrolio e gas.
C’è poi un secondo rischio: indebolire la credibilità della finanza sostenibile europea. La riforma della Sfdr nasce per contrastare il greenwashing, ma se la nuova categoria di transizione verrà percepita come abbastanza elastica da includere anche l’espansione del fossile,il risultato potrebbe essere opposto: invece di aumentare la fiducia degli investitori, la nuova classificazione potrebbe alimentare il sospetto che dietro le etichette verdi continuino a nascondersi attività incompatibili con gli obiettivi climatici europei.
La posizione del Consiglio non è ancora definitiva e il mandato approvato dagli Stati membri dovrà ora entrare nel negoziato con il Parlamento europeo, una volta che l’Eurocamera avrà definito la propria posizione. Solo allora si capirà se il criterio proposto per le compagnie fossili verrà confermato, irrigidito o ridimensionato.




























