La giustizia climatica sta compiendo passi avanti nei tribunali in varie parti del mondo.

Lo testimoniano le storiche sentenze uscite in queste settimane che riconoscono la responsabilità di governi e aziende fossili di doversi impegnare con più concretezza, forza e tempestività per ridurre le emissioni di CO2.

Pure in Italia si sta per avviare una causa civile contro lo Stato (la data prevista è il prossimo 5 giugno, in occasione della giornata mondiale dell’ambiente), per ottenere un maggiore coinvolgimento delle autorità nazionali nella lotta contro i cambiamenti climatici, grazie alla campagna “Giudizio Universale” partita nel 2019 e sostenuta da centinaia tra associazioni, comitati e singoli cittadini.

In sostanza, si legge sul sito web della campagna, i ricorrenti, assistiti da un team legale, opereranno nella veste di “difensori dei diritti umani” (si può firmare l’appello).

La premessa su cui si basa questa iniziativa, si spiega (neretti nostri), “è che le acquisizioni scientifiche condivise, proprio perché non controverse, vincolano gli Stati e costituiscono un parametro di verifica della loro condotta, sia a livello internazionale che nazionale”.

Quindi i ricorrenti rivendicano il rispetto di alcuni diritti, come il diritto a essere informati sulle basi scientifiche che orientano le decisioni dello Stato, nonché il diritto umano a un clima più sicuro.

Intanto la sentenza olandese su Shell è quella che ha dato lo scossone più forte ai petrolieri.

La Corte distrettuale dell’Aia ha stabilito che Shell debba ridurre del 45% le sue emissioni nette di Co2 al 2030 rispetto alla baseline del 2019, accogliendo così le principali richieste dell’azione legale condotta da Friends of The Heart Netherlands (Milieudefensie) con altre sei associazioni ambientaliste.

L’obbligo di riduzione comprende tutte le emissioni associate alle attività operative di Shell e all’utilizzo dei prodotti energetici venduti dal gruppo olandese.

Secondo i giudici olandesi, c’è il rischio imminente che Shell venga meno al suo impegno a ridurre le emissioni di CO2, perché la sua attuale politica climatica non è concreta e ha molte limitazioni.

Pochi giorni fa in Australia, la Corte federale ha stabilito che il ministro dell’Ambiente, Sussan Ley, deve proteggere i più giovani dai futuri danni causati dal cambiamento climatico. L’azione legale, nel caso specifico, è stata promossa da otto teenager con una suora di 86 anni contro l’ampliamento, da parte di Whitehaven Coal, di una miniera a carbone nel New South Wales.

Va detto che il giudice, Mordecai Bromberg, non ha imposto lo stop al progetto di espansione della miniera, però ha riconosciuto un punto essenziale: il ministro ha il dovere di adottare una ragionevole attenzione per evitare di mettere a rischio la salute dei più giovani, nel decidere se approvare o no il potenziamento del sito minerario.

Nella sentenza, infatti, ci sono molteplici riferimenti alla pericolosità del surriscaldamento globale causato dalle emissioni di CO2: si parla, ad esempio della maggiore frequenza e intensità delle ondate di calore e degli incendi. E secondo le stime citate nella sentenza, ampliare la miniera di carbone comporterebbe il rilascio in atmosfera di ulteriori 100 milioni di tonnellate di anidride carbonica.

Tornando ai petrolieri, il think-tank indipendente Carbon Tracker ha pubblicato un nuovo studio, “Absolute Impact 2021”, dove spiega che i piani net-zero per azzerare le emissioni di CO2 al 2050, presentati finora dai petrolieri, fanno acqua da più parti, perché ad esempio, in quasi tutti i piani, mancano obiettivi intermedi al 2030 per la riduzione in termini assoluti delle emissioni.

Ricordiamo, infine, che di recente in Germania c’è stata un’altra sentenza storica.

La Corte costituzionale, infatti, ha in parte bocciato la legge clima del 2019, ritenendo che le sue misure non facciano abbastanza per ridurre le emissioni di CO2 e, quindi, siano in contrasto con la tutela dei diritti delle generazioni future.

Tanto da spingere il governo tedesco a rafforzare la politica climatica prevedendo ora un taglio delle emissioni del 65% al 2030 (rispetto al 1990) e di raggiungere la neutralità climatica già nel 2045 anziché 2050.