Solamente nel 2024, la Cina ha installato 277 GW di fotovoltaico, 79 GW di eolico e 42 GW di storage a batteria, per 398 GW complessivi di nuova capacità pulita. Gli Stati Uniti? Solo 49 GW, cioè otto volte di meno.
All’indomani dell’approvazione del “Big Beautiful Bill” promosso da Donald Trump, il New York Times e il Washington Post hanno lanciato l’allarme: gli Stati Uniti stanno compromettendo la loro leadership industriale e tecnologica, sabotando le filiere verdi e l’accesso all’elettricità a basso costo proprio nel momento in cui l’economia globale avrà bisogno di soddisfare maggiori consumi elettrici.
Secondo l’analisi di Thomas Friedman, il disegno di legge rappresenta “uno degli atti di autolesionismo strategico più gravi immaginabili” e potrebbe “consegnare alla Cina il futuro dell’energia, dei trasporti e dell’intelligenza artificiale”.
Il “Big Beautiful Bill” ha infatti demolito o fortemente ridimensionato l’architettura di incentivi che aveva rilanciato le rinnovabili negli Usa durante l’amministrazione Biden, frenando lo sviluppo industriale e tecnologico.
La Cina, al contrario, continua a investire massicciamente nell’elettrificazione, consolidando un vantaggio nelle tecnologie verdi che è già strutturale in campo scientifico e manifatturiero, e che potrebbe diventare sistemico anche nell’ambito dei consumi verdi nel loro complesso.
Nell’illustrazione, tratta dal New York Times, i flussi delle esportazioni delle diverse tecnologie rinnovabili di Cina e Stati Uniti.
Tagli ideologici che ostacolano AI e industria elettrica
Il nuovo disegno di legge repubblicano, approvato senza consultazioni pubbliche né l’ausilio di esperti indipendenti, cancella o limita fortemente i crediti d’imposta per fotovoltaico, eolico, batterie e veicoli elettrici, definiti da Trump “una truffa” e “una rovina per il paesaggio”. Tutto ciò proprio mentre il settore tecnologico americano avverte che “non possiamo far crescere l’intelligenza artificiale senza più elettricità”.
Secondo Energy Innovation, il taglio degli incentivi causerà una perdita di 344 GW di nuova capacità elettrica entro il 2035, cioè energia sufficiente ad alimentare quasi metà delle case americane. La Clean Energy Buyers Association ha avvertito il Congresso che senza quegli incentivi, “migliaia di progetti rischiano di non partire, con conseguenze su occupazione, bollette e catene del valore industriale”.
In parallelo, secondo Bloomberg Green, il costo livellato dell’energia solare utility-scale è salito del 14% nel primo semestre 2025, a causa dell’incertezza normativa e delle nuove tariffe su acciaio e alluminio importati.
“Non è solo una questione di clima, è una questione di competitività”, ha affermato Jesse Jenkins di Princeton Zero Lab, secondo cui “tagliare gli incentivi mentre aumentano i costi fissi è una ricetta per il collasso della rampa di lancio progettuale”.
Pechino punta sull’elettricità per dominare la nuova economia
Nel frattempo, la Cina ha aggiunto nei primi cinque mesi del 2025 più capacità eolica e fotovoltaica di quanta ne abbia aggiunta l’intera rete statunitense in tutto il 2024.
Non si tratta solo di installazioni domestiche: aziende cinesi stanno esportando moduli fotovoltaici, turbine eoliche, veicoli elettrici e batterie in decine di Paesi, spesso in combinazione con pacchetti finanziari e accordi strategici.
La Cina controlla oltre il 90% della produzione mondiale di polisilicio e possiede più della metà dei brevetti globali sulle tecnologie energetiche pulite. Con oltre 700mila brevetti verdi registrati, Pechino si è assicurata una leadership industriale che estende il proprio “soft power” anche a Paesi tradizionalmente vicini agli Stati Uniti, come Turchia, Kenya, Brasile e Arabia Saudita.
Il vantaggio cinese si basa su una strategia coerente: produzione elettrica abbondante e conveniente, capacità industriale scalabile e coordinamento tra governo, industria e finanza. “Quando ci impegniamo su un obiettivo, tutti lavorano insieme”, ha spiegato Jian Pan, co-presidente del colosso cinese delle batterie CATL.
Il paradosso americano: abbondanza fossile, scarsità elettrica
Trump ha rilanciato lo slogan dell’“energy dominance”, cioè di un dominio energetico basato su petrolio e gas. La Casa Bianca ha chiesto a Giappone e Corea del Sud “trilioni di dollari” per costruire infrastrutture per il gas naturale liquefatto (GNL) in Alaska, e ha riaperto trivellazioni sui terreni federali.
Il problema, per gli States, ma non solo, è che queste misure non rispondono alle urgenze di elettrificazione della nuova economia.
“Gli Usa hanno bisogno di aggiungere entro il 2035 una quantità di energia pari a quella oggi consumata da California, Texas e New York messi insieme. E se non la produciamo noi, le aziende andranno altrove”, ha detto Jason Bordoff della Columbia University.
In effetti, i centri dati per l’intelligenza artificiale (AI) stanno cercando energia anche fuori dagli Stati Uniti, attratti da Paesi che offrono pacchetti integrati di rinnovabili e infrastrutture digitali, fra cui Arabia Saudita, Qatar, Emirati e ovviamente la stessa Cina.
“Dipendere da regioni instabili per alimentare l’infrastruttura digitale americana non è nell’interesse della sicurezza nazionale”, ha avvertito Bordoff.
Tra ritardi strutturali e disallineamento industriale
Anche laddove gli incentivi restano, come per il nucleare, le tempistiche rendono l’energia inutilizzabile nel breve termine.
“Per costruire un reattore negli Stati Uniti servono 10 anni, se tutto va bene”, nota Friedman. E i fornitori globali di turbine a gas, come GE Vernova, Siemens e Mitsubishi Power, non riusciranno a soddisfare gli ordini prima del 2030, se va bene, cioè ben dopo la fine del mandato di Trump, quando il mondo potrebbe già doversi confrontare con un contesto economico, geopolitico e climatico diverso da quello attuale.
Per contro, un impianto fotovoltaico di scala utility in Texas con batterie può entrare in funzione in meno di 18 mesi, come ha mostrato il recente record di 2,6 GW installati nel solo primo trimestre 2025.
Secondo Doug Lewin, esperto del mercato texano ERCOT, il Texas ha ridotto quasi a zero i blackout proprio grazie all’aumento di rinnovabili combinate con accumulo. Ma ora questi progetti saranno meno competitivi, e i consumatori pagheranno bollette più alte.
Secondo Energy Innovation, gli effetti cumulati del disegno di legge potrebbero comportare la perdita o mancata creazione di 830.000 posti di lavoro nel settore rinnovabile entro il 2030 negli USA.
Una corsa persa per scelta
La situazione attuale è paradossale perché contraddice e svaluta il ruolo importante storicamente avuto dagli Usa nel campo delle rinnovabili. Gli Stati Uniti hanno inventato le prime celle fotovoltaiche, le prime batterie ricaricabili, il primo parco eolico.
Ma la discontinuità delle politiche pubbliche ha permesso alla Cina di recuperare e superare gli Stati Uniti. “Gli Usa erano addormentati”, ha detto Michael Carr, oggi direttore del consorzio Solar Energy Manufacturers for America.
“La transizione energetica è molto negativa per gli Usa, perché cediamo terreno geopolitico ed economico a un rivale strategico come la Cina”, ha commentato Varun Sivaram, ex consigliere dell’amministrazione Biden e membro del Council on Foreign Relations.
Cina, primo “elettrostato”
Come scritto di recente dal Financial Times in un articolo da Shanghai: “La Cina si avvia a diventare il primo ‘elettrostato’ al mondo, con una quota crescente della sua energia proveniente dall’elettricità e un’economia sempre più trainata da tecnologie pulite”.
Il Washington Post, da parte sua, rafforza questo allarme, sottolineando come i tagli contenuti nel disegno di legge repubblicano “riducono sostanzialmente la quantità di elettricità che gli Stati Uniti riusciranno ad aggiungere alla rete nei prossimi anni, proprio mentre la Cina accelera”.
L’America sembra dunque sabotare il proprio futuro con una legge miope e ideologicamente motivata. Il “Big Beautiful Bill” non solo frena la transizione interna americana, ma rischia di trasformare l’elettrificazione mondiale in una partita senza storia, con un vincitore per distacco annunciato.
Per evitare di restare un gigante fossile in un mondo elettrico, servirebbe una strategia coerente, stabile e guidata dall’innovazione, non da slogan vuoti scollegati dalle dinamiche in atto.





























