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“CSP in Italia bloccato da due anni”, l’appello di ANEST a Di Maio

Il settore del solare termodinamico attende da due anni il decreto del MiSE che ne dovrebbe disciplinare l’incentivazione e definire le regole. Anest lancia un appello al nuovo ministro e racconta lo stallo del settore in Italia.

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La tecnologia solare termodinamica (o CSP – Concentrated Solar Power), nella sua evoluzione più recente a sali fusi, è nata proprio in Italia con l’intuizione del Premio Nobel Carlo Rubbia e il lavoro dell’ENEA.

Ma da giugno 2016 le imprese italiane che operano in questo settore sono bloccate.

Lo denuncia ANEST, Associazione Nazionale Energia Solare Termodinamica, che lancia un appello al nuovo ministro dello Sviluppo Economico, Luigi Di Maio, che si è dichiarato anche in questi giorni favorevole alle rinnovabili, di prendere in mano in tempi rapidi la situazione ed emanare in tempi brevi un nuovo Decreto FER che contenga una parte dedicata al solare termodinamico, per non far morire un comparto ad alta tecnologia e innovazione.

Da giugno 2016, quando è uscito l’ultimo Decreto per le Fonti di Energia Rinnovabile (FER), scaduto a novembre dello stesso anno senza che ci sia stato il tempo di partecipare alle aste in modo adeguato, non è stato fatto più nulla“, spiega l’associazione in una nota stampa.

“Sono passati due anni, e tra addetti ai lavori si parla genericamente di un possibile Decreto per le FER innovative (tra cui il CSP) che dovrebbe essere sottoposto all’attenzione degli organismi preposti, ma che nessuno a oggi conosce né per i suoi contenuti né per la tempistica”.

In questo blocco totale, la situazione per l’intera filiera nazionale del CSP è a dir poco drammatica, prosegue la nota:

  • i progetti autorizzati dopo due anni di silenzio amministrativo e istituzionale hanno le autorizzazioni in scadenza e nessuno si preoccupa che tale ritardo non è dovuto agli operatori ma dipende da altri uffici amministrativi;
  • diversi soggetti disponibili a finanziare i progetti sono stanchi di aspettare e stanno rivolgendo le loro attenzioni ad altri Paesi dove è più facile e più sicuro investire o stanno riconvertendo i progetti CSP in più semplici e remunerativi impianti fotovoltaici;
  • le aziende italiane che faticosamente hanno creduto in questa tecnologia e su cui hanno investito, si trovano a un bivio: o aprire stabilimenti per produrre all’estero o a brevissimo dovranno chiudere. In entrambi i casi ci saranno licenziamenti e perdita di posti di lavoro.

“Si parla molto di ‘futuro rinnovabile’, ma al dato dei fatti ciò che si dice è più teoria che pratica: forse, come spesso è accaduto in passato, nel nostro Paese l’innovazione non è poi così importante. Meglio diventare dei bravi assemblatori, degli onesti produttori di materiale senza valore aggiunto, che far crescere il nostro prestigio di terziario all’avanguardia in grado di competere sui mercati internazionali. Ma è questa l’ Italia che vogliamo?”, conclude l’associazione.

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