Strategie e strumenti per diffondere le rinnovabili nel rispetto del paesaggio

Per raggiungere e superare gli obiettivi al 2030 e poi quelli al 2050 sarà inevitabile una significativa spinta delle fonti rinnovabili. Una crescita che andrà accompagnata da strumenti e strategie che tutelino il paesaggio e includano anche una gestione sostenibile dei boschi.

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L’articolo sul n.4/2017 della rivista bimestrale Qualenergia

Gli obiettivi della nuova strategia energetica nazionale non possono sfuggire alla necessità di far convivere due interessi pubblici, entrambi irrinunciabili: una produzione energetica basata su fonti rinnovabili che si contrapponga ai cambiamenti climatici in atto e un’attenzione al paesaggio, inteso come bene che compendia valori culturali, ambientali e produttivi territoriali altrettanto cruciali per il futuro.

Seppure a parole non si dubiti della necessità di una piena convergenza tra i due obiettivi, nei fatti questo non avviene e si assiste allo sbandieramento di posizioni parziali o miopi: i difensori del paesaggio ignorano o sottostimano le urgenze energetiche e climatiche mentre i fautori delle energie rinnovabili le considerano una frivolezza.

Questa è la posizione sostenuta da chi può permettersi il lusso della bellezza che non guarda all’aspetto invisibile, inevitabilmente etico, del rapporto tra l’uomo e il pianeta.

Quest’oggettiva mancanza di dialogo, segnata da incomprensioni, divieti inappellabili, norme e leggi carenti, per quanto riguarda la necessità di una riconversione energetica, porta a negare le politiche generali che coinvolgono tutti i governi mondiali (al netto degli opportunismi e dell’ignoranza) e la Costituzione Italiana che solennemente pone, all’articolo 9, la tutela del paesaggio tra i princìpi fondamentali della Repubblica.

In entrambi i casi, si tratta di movimenti, azioni, sentimenti largamente diffusi tra chi non si rassegna – non sempre cogliendo la necessità di una convergenza d’interessi – a un clima costantemente più dannoso all’uomo e al pianeta o a un paesaggio che, nel degrado crescente, manifesta la rottura della necessaria unità tra natura e cultura.

Se questa incomprensione è evidente, è facile immaginare come possa crescere ancora quando, come prevede la Sen, si giungerà nel 2030 a un raddoppiamento dell’eolico e in misura maggiore (da 20 a 50 GW) della potenza solare e si renderà necessario (anche solo mirando al 10% del fabbisogno), localizzare un centinaio d’impianti per una superficie complessiva di 8 mila ettari. Superfici che dovranno essere addirittura triplicate quando nel 2050 l’obiettivo salirà a 120-140 GW.

Il consumo di suolo è un problema concreto che inizialmente riguarderà aree urbanizzate o industriali dismesse e poi si troverà a concorrere con le superfici naturali e coltivate. Per ridurre al minimo il loro sfruttamento sarà necessario, in primo luogo, il pieno dispiegamento delle possibilità di ricavare energia da campi e boschi.

A questo proposito si ritiene che poco possano contribuire le energy crops, sia sotto forma di colture annuali, come colza e kenaf, sia poliennali o permanenti (short rotation forestry).

Servizi ecosistemici

Di là da ogni valutazione economica, ambientale o paesaggistica, la necessità d’irrigazione (in molte aree) e di fertilizzanti, diserbanti, macchinari rende i loro bilanci, anche solo in termini di energia o carbonio, comunemente negativi.

Al pari, i residui (paglie, legno di potatura) è opportuno destinarli al ritorno al suolo dove contribuiscono considerevolmente, oltre che a migliorarne la struttura fisica e la fertilità chimica, all’immagazzinamento di carbonio.

Diversa considerazione meritano i reflui zootecnici, spesso di difficile smaltimento che insieme alla frazione organica dei rifiuti da raccolta differenziata e ai fanghi di depurazione delle acque, costituiscono fonte importante di biometano.

A fini energetici è desiderabile che un grande contributo provenga da una gestione sostenibile dei boschi volta, insieme alla produzione di legna ed energia, al rafforzamento delle funzioni ambientali e culturali. Come ricorda nel 2005 il Millennium Ecosystem Assessment «i campi coltivati e i boschi devono fornire insieme differenti ‘servizi ecosistemici’».

Mirare a una multifunzionalità che fornisca alimenti e materie prime, regoli il clima, la qualità dell’aria e delle acque, la formazione del suolo, mitighi i rischi naturali, supporti la funzionalità degli habitat, preservi la biodiversità, garantisca benefici non materiali come l’eredità culturale, l’arricchimento spirituale e intellettuale e i valori estetici e ricreativi. Si tratta di servizi che i boschi possono fornire in misura crescente anche in considerazione dell’avanzare, in Italia, della loro estensione.

L’Inventario Nazionale delle Foreste e dei serbatoi forestali di Carbonio (Infc) indica una superficie pari a 10,9 milioni di ettari, con un aumento, rispetto al 2005, di oltre 600 mila ettari. In un’area così vasta, il prelievo di legna -per il 70% da ardere – è molto basso. Del tasso annuale medio di crescita (4 mc/ha) solo lo 0,6 è utilizzato e s’importano dall’estero i due terzi del fabbisogno nazionale.

L’Ispra, a seguito dei risultati del progetto Life Proforbiomed, stima che dalle foreste nazionali si possono ottenere 3 milioni di Tep/ anno pari all’1,6 dei consumi energetici riferiti al 2012. Nel rispetto del perseguimento dei servizi ecosistemici il prelievo consentito da una corretta gestione, è in armonia con altre necessità, come la prevenzione dagli incendi, la difesa del suolo, l’immagazzinamento di carbonio, la tutela della biodiversità, del paesaggio forestale e agroforestale.

In tale direzione vanno anche comprese le scelte che riguardano la cosiddetta “foresta urbana”. Prati e giardini storici, alberature e verde di arredo, verde pensile o verticale sono tutte tipologie che determinano elevati costi energetici e, al contempo, hanno riflessi positivi sul microclima urbano.

Approfondite ricerche ed esperienze condotte soprattutto nelle città americane, dicono che, attraverso il rinfrescamento che deriva dall’ombreggiamento e dall’attività evapotraspirante, i consumi di energia sono significativamente ridotti. Per esempio, l’ombreggiamento con alberi di un’abitazione monofamiliare può portare alla riduzione del 30% dei consumi estivi e l’isola di calore può diminuire di 2-4 °C con importanti benefici sui costi di condizionamento termico.

Sui servizi ecosistemici determinati dagli alberi, sono state anche fatte valutazioni economiche che hanno evidenziato benefici pari a 2-3 volte le spese sostenute per l’impianto e la gestione. I benefici energetici si riferiscono a “tradizionali” impianti a verde. Altre valutazioni vanno fatte per diverse forme di agricoltura urbana da considerare positivamente anche in termini di sicurezza alimentare e funzione sociale. Bisogna, però essere consapevoli che le tipologie di verde pensile e soprattutto verticale quanto più si allontanano dalle forme classiche dell’architettura mediterranea tanto più hanno di costi energetici insostenibili.

Paesaggi in trasformazione

La trasformazione è insita nel concetto stesso di paesaggio e i paesaggi dell’energia sono via via mutati. Così il primigenio paesaggio mediterraneo è cambiato per dare spazio all’agricoltura e, in misura non piccola, a seguito di disboscamenti indotti provocati da prelievi per finalità energetiche. Il paesaggio della rivoluzione industriale è quello ammorbato dal carbonio.

La produzione di energia idroelettrica ha modificato la geografia di molte regioni di montagna. Tralicci, oleodotti e raffinerie fino ai paesaggi mostruosi di Chernobyl disegnano i più recenti paesaggi energetici. I nuovi paesaggi dell’energia vanno, innanzi tutto, pianificati e non lasciati alle scelte egoistiche delle industrie, alla disperazione di agricoltori in bolletta, all’incapacità gestionale degli amministratori locali.

I piani energetici e ambientali ne sono la necessaria premessa individuando, nell’analisi congiunta dei due fattori, le aree non idonee e nel fornire ai piani paesistici gli elementi utili a definire vincoli e regimi autorizzativi.

La conoscenza dei caratteri paesaggistici che connotano i luoghi, il confronto con le popolazioni consente di localizzare gli impianti nel rispetto del mosaico paesaggistico e quindi di reti ecologiche che non interrompano flussi e relazioni necessarie agli equilibri ambientali e culturali.

Una preziosa opportunità si è recentemente aperta con il decreto del Ministero dello Sviluppo Economico riguardante la diffusione nelle venti isole minori italiane delle energie rinnovabili sia in termini di solare termico per generare calore e la produzione di elettricità da fotovoltaico o da eolico.

Sono anche previsti “Progetti integrati innovativi” che possono includere anche impianti eolici offshore o alimentati dal moto marino. Le piccole isole possono diventare aree test e ospitare interventi pilota. Si spera non riguardino solo l’efficacia in termini energetici ma allo stesso tempo la compatibilità ambientale e culturale, in una parola paesaggistica.

Per tutti i progetti di paesaggio, poiché luogo concreto e visibile delle interazioni tra natura e uomo, e per la piena adozione delle tecniche agroecologiche vale la convinta applicazione dei due avverbi che accompagnano la classica definizione di Emilio Sereni (1961) di paesaggio agrario: «Quella forma che l’uomo, nel corso e ai fini delle sue attività produttive agricole, coscientemente e sistematicamente imprime al paesaggio naturale».

Coscientemente, sistematicamente qualificano la responsabilità alla quale chi si occupa di agricoltura o, in questo caso, di energia, è chiamato. Coscientemente, perché abbia consapevolezza di sé, del rapporto con il mondo esterno e degli effetti su di esso espressi. Sistematicamente, perché abbia cognizione di intervenire in un insieme complesso, la cui somma va ben oltre le singole parti che lo compongono, i saperi che lo determinano, gli effetti che, nel tempo e nello spazio, si producono.

L’articolo è stato originariamente pubblicato sul n.4/2017 della rivista bimestrale Qualenergia, con il titolo “Energia del paesaggio”

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