La generazione distribuita e i diritti del prosumer

Per dare slancio alla generazione distribuita servono approcci, modelli, regole e soluzioni che mettano al centro il prosumer. La tecnologia è matura e in molti casi i prezzi sono competitivi rispetto alle fonti fossili. La strada sembra quindi tracciata e anche se le utility fanno resistenza ci sono diverse imprese che lavorano in questa direzione.

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Leggi l’articolo nella versione digitale della rivista QualEnergia

Con lo sviluppo delle moderne energie rinnovabili dell’inizio del Terzo millennio, ha iniziato a modificarsi il paradigma che definiva il mercato elettrico come un sistema basato su un numero ridotto d’impianti di generazione centralizzata e sulla distribuzione capillare attraverso le reti elettriche di alta, media e bassa tensione verso piccoli e grandi consumatori, sempre in modo unidirezionale.

Per far fronte alla necessità di ricorrere a metodi di produzione d’energia elettrica più sostenibili e in grado di fronteggiare la crescente domanda energetica a livello mondiale, le tecnologie della generazione distribuita, in particolare quella fotovoltaica ed eolica, hanno permesso in meno di quindici anni di rendere disponibile energia pulita in prossimità dei punti di consumo, a prezzi sempre più competitivi.

Tecnologie affidabili

La filiera delle energie rinnovabili si è concentrata per anni nel cercare di ridurre i costi degli asset fisici, cioè dell’hardware (pannelli, turbine eoliche, dispositivi elettronici di conversione), migliorando al contempo performance e affidabilità dei prodotti.

Negli ultimi cinque anni un analogo percorso è stato intrapreso da parte di sistemi evoluti di accumulo elettrochimico, quali ad esempio quelli basati su batterie al litio, al sodio e al vanadio, e ciò ha permesso di rendere disponibili tecnologie abilitanti in grado introdurre elementi di flessibilità aggiuntiva nel sistema elettrico.

Si può affermare che oggi le tecnologie siano note, affidabili e disponibili, con prezzi competitivi rispetto alle fonti fossili, e con enormi vantaggi dal punto di vista delle ricadute ambientali e della flessibilità d’installazione, esercizio, controllo e disinstallazione.

La filiera industriale delle energie rinnovabili, un comparto in continua crescita a livello mondiale, sta rifocalizzando interesse e sforzi, sia nell’ambito di ricerca e sviluppo sia dell’industrializzazione delle soluzioni, dalla pura componente hardware al software, con l’obiettivo di migliorare l’efficienza e l’intelligenza di utilizzo dell’energia, anche in maniera condivisa, rendendo al contempo stabili e sicuri i prosumers e la rete elettrica stessa.

La direzione è ormai tracciata, come evidenziato anche dalla nuova proposta della direttiva Ue sulle energie rinnovabili (767 2016/0382, del 30/11/2016), in cui si afferma che gli autoconsumatori rinnovabili (soggetti dotati di impianti rinnovabili per la produzione, l’accumulo, la gestione e l’utilizzo dell’energia in maniera decentrata e condivisa) individualmente o attraverso soggetti aggregatori:

  • abbiano diritto a svolgere l’autoconsumo e la vendita, senza essere soggetti a procedure sproporzionate e a oneri che non siano cost-reflective;

  • mantengano i loro diritti in quanto consumatori;

  • ricevano una remunerazione per l’energia elettrica da fonti rinnovabili autogenerata e scambiata con la rete che rifletta il valore di mercato dell’energia elettrica immessa in rete.

Inoltre, gli Stati membri devono provvedere affinché gli autoconsumatori rinnovabili che vivono nello stesso blocco o multi appartamento (cioè nello stesso condominio) o che si trovino nello stesso sito nell’ambito di unità commerciali con servizi in comune o di un sistema di distribuzione chiuso, siano autorizzati a impegnarsi congiuntamente in autoconsumo come se fossero un unico autoconsumatore rinnovabile.

Libertà in Europa

Sempre nella già citata nuova proposta di direttiva Ue si prevede espressamente che gli Stati membri debbano assicurare che le comunità abbiano diritto a generare, consumare, immagazzinare e vendere l’energia rinnovabile, anche attraverso accordi di acquisto di energia, senza essere soggette a procedure burocratiche sproporzionate e ad oneri che non rispecchino i costi.

La meta sembra quindi definita, quantomeno a livello europeo, nonostante il percorso normativo-regolatorio non sia omogeneo e lineare neppure all’interno del nostro continente.

Vi sono paesi europei che oggi dispongono di regole di mercato che creano contesti più favorevoli nei confronti della generazione e accumuli distribuiti e delle energy communities (Germania, Austria, Olanda, in parte Regno Unito), altri invece che si muovono più lentamente a causa di resistenze congenite alle specifiche architetture dei sistemi e dei mercati elettrici nazionali vigenti e alla oggettiva complessità dell’opera di armonizzazione e di riforma normativa e regolatoria degli stessi.

I percorsi che le imprese della filiera delle energie rinnovabili stanno seguendo per raggiungere l’obiettivo dell’abilitazione dei prosumers verso il modello di comunità energetiche sostenibili sono diversi, ma è possibile provare a raggrupparli e classificarli in base alla provenienza del background in tre categorie principali:

  • dal settore dell’automazione industriale, ovvero da imprese che storicamente hanno sviluppato metodi di controllo di processo, e che ora applicano sistemi di controllo analoghi a impianti di generazione, accumulo e consumo di energia dando vita ai Vpp (Virtual Power Plant); ad esempio il progetto tedesco Caterva (originato da Siemens);

  • dal settore della tecnologia energetica/elettrica, ovvero da imprese della filiera rinnovabile, fotovoltaica principalmente, che stanno integrando logiche sempre più evolute per il controllo e l’interoperabilità di singoli impianti, spesso integrando queste funzionalità negli inverter o attraverso soluzioni di accumulo e energy management “all in one”; per esempio il progetto della energy comunity e l’acquisizione di Auto Grid della tedesca SonnenBatteries, o i progetti di smart community dell’ austriaca Fronius e della tedesca Sma;

  • dal settore del software e dell’Itc, ovvero di imprese già attive nell’IoT (Internet of Things), e che applicano metodi di controllo complessi già presenti in altri ambiti (finanza, big data) al settore dell’energia. Per esempio: i vari progetti blockchain, o come la startup olandese Oneup, il progetto Slock.it di Rwe, il progetto Powerpeers di Vattenfall o l’acquisizione della start-up Demand Energy da parte di Enel.Nello sviluppo di questi sistemi innovativi di energy management un altro elemento peculiare e che l’industria di settore sta adottando è la prospettiva, cioè l’approccio, con cui tali strumenti sono sviluppati.

Se da un lato le utilities, storicamente abituate a rapporti “top-down con i clienti-consumatori, sono più propense a mantenere tale approccio, mirando a sviluppare strumenti chiusi, che restino nelle mani delle utilities stesse, vi sono anche imprese che stanno ribaltando questa prospettiva mettendo il prosumer al centro, con sistemi bottom-up” e totalmente “aperti” e pienamente interoperabili.

In questo secondo caso, le comunità energetiche diventano degli aggregati che possono mutare e crescere nel tempo, e che consentono ai prosumers stessi di diventare dei veri protagonisti nella gestione della propria energia, decidendo ad esempio di cedere parte della propria generazione in esubero in taluni momenti per riceverne dagli altri utenti quando ne abbiano reale necessità, e decidendo infine se utilizzare parte della propria capacità di generazione/o di accumulo per fornire servizi evoluti verso gli operatori di rete come riserva primaria, black-start o power quality, se previsto e adeguatamente remunerato dal mercato elettrico nazionale o regionale di riferimento.

L’articolo è stato originariamente pubblicato sul n.1/2017 della rivista QualEnergia, con il titolo “Diritto di produrre”

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