Il fotovoltaico sarà la principale fonte energetica dell’umanità e conquisterà questo ruolo soprattutto grazie ai piccoli impianti distribuiti, sempre più competitivi rispetto all’elettricità presa dalla rete. A dirlo non è un’associazione dell’industria del FV o un’Ong ambientalista, bensì “un avversario” delle rinnovabili, un gigante del petrolio, la Shell. Al 2100, dicono le previsioni della multinazionale, il solare potrebbe fornire il 38% del fabbisogno energetico totale, al 2060 il 40% di quello elettrico.

I petrolieri “cattivi” dunque si ravvedono e riconoscono finalmente che il futuro è delle rinnovabili? Non proprio: gli scenari che Shell dipinge, pur ammettendo un ruolo da protagonista del solare, sembrano disegnati più sugli interessi della compagnia che sulle tendenze in atto. Va ricordato che l’azienda dal 2009 ha chiuso con gli investimenti in rinnovabili, mentre continua a puntare sull’oro nero, anche con lo sfruttamento di risorse tra le più difficili e rischiose, come quelle dell’Artico, o di quelle con i peggiori impatti ambientali, come le sabbie bituminose dell’Alberta, in Canada.

Il documento Shell (qui, pdf), dipinge due scenari alternativi. Un primo scenario detto “Ocean“, più ottimistico dal punto di vista sociale, vede diminuire le diseguaglianze con conseguente maggior incremento della domanda di energia; un secondo scenario, detto “Mountains“, prevede che la ricchezza resti invece più concentrata e la domanda di energia cresca meno. In entrambi si conta di arrivare a un bilancio annuale di emissioni pari a zero al 2100 (ma in entrambi si prevede una riduzione delle emissioni troppo lenta per rimanere sotto alla soglia critica dei 2 °C, superata la quale le conseguenze del riscaldamento globale diverrebbero inaccettabili).

Nel più ottimistico Ocean (vedi grafico a destra), come detto, il solare ha un ruolo importante: già al 2040 si prevede che sia la quarta fonte per importanza sul mix energetico totale (ora è la tredicesima); al 2060 si presume che fornisca il 40% del fabbisogno elettrico e, come detto, a fine secolo il 37,7% del fabbisogno totale di energia, con contributi anche dell’80% sul fabbisogno elettrico in alcuni paesi. A spingere l’energia solare, soprattutto come generazione distribuita, sarà la competitività sempre maggiore che la tecnologia guadagnerà all’aumentare dei costi dell’energia.

Lo sviluppo del solare immaginato da Shell avviene però in un panorama energetico alquanto particolare: la compagnia immagina che il solare cresca molto soprattutto nel residenziale, anche abbinato ad accumuli e reti intelligenti, mentre non prevede un grande sviluppo di grandi impianti e anche delle altre rinnovabili, come l’eolico.

E qui  sorge qualche dubbio. Infatti, nel costruire i suoi scenari, Shell presume che lo sviluppo di impianti a rinnovabili su larga scala sia “rallentato dall’opposizione dell’opinione pubblica”, mentre nello stesso scenario conta, senza porsi troppi interrogativi, sullo sviluppo di tecnologie e pratiche molto ma molto più controverse e avversate, come quelle necessarie per estrarre petrolio in acque profonde, da sabbie bituminose e quelle per catturare e stoccare la CO2, tutte soluzioni su cui la multinazionale sta in effetti investendo.

Nel mix energetico immaginato dalla compagnia petrolifera, infatti, continuano ad avere un grande peso le fonti fossili: il petrolio continua a coprire il 70% del fabbisogno dei trasporti fino al 2060, si punta moltissimo sui biocarburanti e, infine, la cattura della CO2 si dà per applicabile su larga scala in tempi molto brevi; ad essa è affidata quasi in toto la missione (impossibile?) di compensare l’aumento delle emissioni di un sistema energetico ancora basato sulle fossili (vedi grafici sotto).

Il sospetto che viene è che il futuro dipinto da Shell sia più che altro una mediazione tra quello che bisognerebbe perseguire per ridurre le emissioni e quello che dovrà sussistere affinché gli interessi dell’azienda non vengano intaccati. Un sospetto confermato quando si noti l’enfasi con cui Shell prevede che le grandi riserve di shale gas, su cui contano molto i suoi concorrenti, non si materializzino e che, dopo un boom del gas per alcuni decenni, il petrolio resti ancora centrale, con prezzi del barile tali da giustificare investimenti ad alto rischio, come quelli per l’estrazione di greggio dall’Artico o dalle sabbie canadesi.

Insomma, uno scenario piuttosto di parte. Certo, va detto, la previsione di Shell è molto più ottimista sulle rinnovabili rispetto a quelle di altri grandi del petrolio come BP o Exxon, ma il suo scenario di compromesso resta comunque insostenibile per il clima: l’azzeramento delle emissioni al 2100 ipotizzato, peraltro molto incerto visto il panorama prospettato, sarebbe troppo lento per farci restare sotto la soglia dei 2 °C (vedi grafico sotto).

Quella di dipingere futuri insostenibili in cui si sopravvaluta il contributo delle fossili e si sottostima il potenziale di efficienza energetica e rinnovabili, d’altra parte, sembra essere una caratteristica peculiare degli studi che escono dalle aziende Big Oil. Lo mostra bene questo report di REN 21 (qui, pdf) che mette a confronto diversi scenari per i prossimi decenni: in quelli elaborati dai petrolieri si stima regolarmente che le rinnovabili crescano di un quarto o della metà non solo rispetto alle previsioni di organizzazioni ambientaliste come Greenpeace, ma anche in confronto ad enti indipendenti, certo non “verdi” come la International Energy Agency (vedi tabella sotto, clicca per ingrandire).

Nel decennio scorso diversi Chief Executive della Shell hanno prospettato intriganti scenari con quote molto elevate per le energie rinnovabili, fino ed oltre il 50%. L’unico problema è che questi erano scenari di lunghissimo periodo (a 50 anni e più) e che la quota delle fonti fossili, sebbene ridotta, in valori assoluti era molto maggior rispetto al presente. Insomma, il business dell’energia convenzionale restava intatto, fuori da ogni quadro di probabile rischio climatico e di limitatezza delle risorse petrolifere e fossili.

Questi scenari a volte lasciano il tempo che trovano. E’ la volontà della politica e delle comunità, e a volte anche delle imprese più innovative, ad accelerarli e non i desiderata di questo o quel singolo soggetto industriale. E questo aspetto, molti studi che progettano sul come arrivare al 100% di rinnovabili lo indicano con chiarezza.