Come è possibile che venga concessa l’autorizzazione per due perforazioni offshore nel canale di Sicilia ad una società con un capitale sociale di 10mila euro (la San Leon Energy che ha sede a Lecce)? Oppure concedere l’autorizzazione per trivellazioni ai fini della ricerca di gas e petrolio a sud dell’Isola d’Elba, tra Pianosa e Montecristo, nell’area Pelagos, santuario internazionale dei mammiferi marini, su un’area di 643 km2? Quest’ultima concessione è stata rilasciata alla Puma Petroleum della multinazionale australiana Key Petroleum Ltd, nel pieno della zona marina protetta che, come ricorda Legambiente, include anche le aree protette di Bergeggi, Cinque Terre, Portofino, Secche della Meloria, Asinara, i parchi nazionali dell’Arcipelago toscano e dell’Arcipelago della Maddalena.

Dell’assalto delle trivelle in mare, così come sulla terraferma, ne avevamo parlato alla presentazione del rapporto di Legambiente “Texas Italia” (Qualenergia.it, Mare Nostrum da trivellare) che evidenzia che nel nostro paese sono stati rilasciati 95 permessi di ricerca degli idrocarburi: 24 in mare (per un’area di circa 11mila km2) e 71 sulla terraferma (per oltre 25 mila km2).

Era il 26 aprile scorso, quando l’ex ministro dello Sviluppo Economico, Claudio Scajola, come ricorda anche un articolo sul Financial Times (ripreso anche da Internazionale), adottava nuove procedure per le attività di ricerca petrolifera offshore e rilasciava almeno 20 nuove licenze per esplorazioni a largo delle coste italiane, di cui 12 in Sicilia. L’aspetto sconcertante è che le amministrazioni locali siciliane erano ignare di queste autorizzazioni e solo grazie alla stampa ne sono venute a conoscenza. La reazione di molti sindaci, così come quella delle autorità regionali e di diversi comitati di cittadini (ad esempio la rete NoTriv), è stata di ferma opposizione. Va detto però che nel passato la Regione siciliana aveva dato pressoché carta bianca ai petrolieri ai fini della ricerca.

Oggi le comunità costiere siciliane temono che le trivellazioni avvengano troppo vicino ai parchi marini e ai vulcani sottomarini, ma anche che queste concessioni siano affidate a società con risorse finanziarie limitatissime e quindi incapaci di affrontare eventuali incidenti. Non ultima tra le preoccupazioni dei siciliani l’annuncio delle perforazioni della Bp a largo delle coste libiche.

Il Ministero dell’Ambiente ha pubblicato l’11 agosto un decreto, da ieri in vigore, che vieta le attività di ricerca, prospezione e coltivazione di idrocarburi liquidi e gassosi in mare all’interno del perimetro delle aree marine e costiere a qualsiasi titolo protette. Tuttavia se questo decreto salverà l’area Pelagos, non garantirebbe tutte le zone non vincolate, come il Canale di Sicilia e il mare di Pantelleria, aree di grande valore turistico e ambientale, e quindi economico.

A proposito di trivellazioni nei pressi di Pantelleria, qui emergono contraddizioni e mancanza di coordinamento tra l’Italia e i paesi del sud del Mediterraneo. Una compagnia petrolifera australiana, la Adx, all’inizio del mese di agosto ha cominciato le perforazioni nel giacimento di Lambouka-1, con una piattaforma che, sebbene sia in acque tunisine, è a sole 13 miglia nautiche da Pantelleria. Come spiega l’articolo del Financial Times, in caso di fuoriuscite di petrolio la compagnia farebbe arrivare le sue navi da Tunisi, che si trova a 70 miglia. L’isola italiana, che è nella direzione delle principali correnti, non sarebbe comunque in grado di affrontare la situazione in caso di crisi.

Qualenergia.it continuerà a monitorare la situazione nel settore e a denunciare, grazie anche al contributo di comitati locali, il pericolo di queste trivellazioni in mare, ma anche su terraferma. Perché, si è ormai capito, che la rete della legislazione italiana ha maglie molto larghe, tanto da dare il via libera a società improvvisate che vogliono operare nel settore e particolarmente disattenta alla salvaguardia ambientale. Una legislazione petrolifera per le aziende che è tra le più vantaggiose nel mondo, se solo pensiamo che le royalties che vengono richieste dallo Stato per le piattaforme offshore sono appena del 4%, mentre altrove arrivano fino al 90%. Inoltre i petrolieri in Italia possono approfittare di una franchigia di 300mila barili/anno sulla quale non pagano le royalties. Un vero paradiso, che inizia solo da poco, forse grazie anche alla mediaticità del disastro del Golfo del Messico, ad essere messo in discussione.