Niente tagli all’inefficienza

La manovra del Governo non prende in considerazione gli sprechi energetici delle pubbliche amministrazioni, un ambito nel quale i margini di miglioramento sono enormi con notevoli recuperi di risorse economiche per gli enti locali.

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La manovra finanziaria del governo prevede la riduzione dei trasferimenti agli enti locali per un importo totale di 14,8 miliardi nell’arco del 2011 e 2012. In particolare, per i comuni i tagli saranno di 1,5 miliardi nel 2011 e di 2,5 miliardi nel 2012; per le Province di 300 milioni nel primo anno e di 500 milioni nel secondo (cifre secondo manovra al 15 giugno 2010, ndr).
Senza entrare nel merito di queste disposizioni, che lasceranno la discrezionalità alle amministrazione locali di riassestare i propri bilanci, possiamo però immaginare che ne subiranno il peso molti servizi a favore della comunità e, come spesso accade, quei servizi rivolti alle fasce più indigenti.

Cosa potrebbero fare Comuni e Province, ad esempio, per recuperare importanti risorse economiche, agendo con interventi strutturali, cioè capaci di portare benefici anche negli anni a venire?
L’amministrazione pubblica ha un’enorme patrimonio inesplorato, quello del risparmio e dell’efficienza energetica. Questo lo ha capito anche il Governo britannico che è passato all’azione. Il suo programma prevede che entro 12 mesi si debbano ridurre del 10% le emissioni di CO2 di tutti gli enti pubblici legati all’esecutivo, solo modificando i “comportamenti” energetici (luci accese inutilmente, stand-by, temperature esagerate sia per riscaldamento e condizionamento, ecc.).

Un’iniziativa che, trasferita a tutti gli enti pubblici, così come previsto, libererebbe risorse, ma soprattutto avrebbe un grande valore educativo e darebbe slancio a politiche più incisive per l’efficienza, come interventi di coibentazione, illuminazione a basso consumo, installazione di impianti a cogenerazione e fonti rinnovabili. Questa azione si sta svolgendo nell’ambito della “Campagna 10:10” che coinvolge, oltre alle istituzioni, cittadini, imprese, organizzazioni.

Niente di tutto questo viene promosso nel nostro paese né a livello governativo e, a scendere, nelle amministrazioni locali, anche se in Italia validi esempi da imitare ci sarebbero qua e là. La pubblica amministrazione è la maggiore consumatrice di energia ed è soprattutto produttrice di sprechi. Stanno nascendo comitati di cittadini che documentano su internet il lassismo degli enti locali in questo ambito: luci accese in pieno giorno o di notte nelle scuole o negli edifici comunali, illuminazione pubblica inefficiente o mal utilizzata, iniqui contratti con le società energetiche. In alcuni paesi con circa 15mila abitanti si registra una spesa annuale per i consumi energetici comunali di 300-400mila euro, moltissimo per amministrazioni così piccole.
Ci sono molti accorgimenti che potrebbero ridurre gli sprechi e dare benefici economici immediati. Ad esempio, per l’illuminazione pubblica sostituendo sorgenti luminose oramai superate come le lampade ai vapori di mercurio con lampade ad alta efficienza e introducendo regolatori d flusso su ogni punto luce: si arriverebbe ad un risparmio del 30-35% che potrebbe toccare il 75% se venissero installate lampade a Led.

Un’altra area di intervento è nella gestione dell’illuminazione dei cimiteri comunali, spesso, come piscine o palestre, affidata a società esterne, con contratti rigidi, per cui diventa molto complesso realizzare interventi di efficientamento. Sarebbe utile che i Comuni costituissero delle Esco o si affidassero a quelli già operanti. E’ il caso del Comune di Cassinetta di Lugagnano (MI) dove si è deciso di sostituire le lampade ad incandescenza del cimitero con quelle a led (ogni lampadina a led consuma 0,38 W contro 5 W di quelle tradizionali) e con un investimento di circa 2mila euro, i risparmi annuali sono stati di 2.500 €: un intervento semplice, con un tempo di recupero inferiore ai 10 mesi, che avrà effetti nei prossimi 10-12 anni.

Queste sono solo piccolissime e circoscritte esperienze che però avrebbero un peso notevolissimo se estese sui nostri 8.100 comuni e su diverse settori della proprietà pubblica, iniziando così a far quadrare i conti di molti enti locali, che continuano ad affidarsi alla “monetizzazione del territorio”, sperando di risanare i bilanci con gli oneri di urbanizzazione. Un approccio infausto per l’ambiente e l’economia del nostro paese che una classe politica miope e pigra intellettualmente non riesce ancora modificare.

 

 

 

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