Enel, risarcimenti e greenwashing

  • 10 Dicembre 2009

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L'Enel chiede a Greenpeace un risarcimento di 1,6 milioni di euro per i danni causati con i blitz nelle sue inquinanti centrali a carbone. Intanto mostra il suo lato verde nelle campagne pubblicitarie in Italia e all'estero. Il silenzio della grande stampa nazionale.

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L’Enel ha chiesto a Greenpeace Italia e a Greenpeace International un risarcimento, da pagare entro 15 giorni, pari a 1,6 milioni di euro per le azioni di protesta effettuate dal 2006 dall’associazione ambientalista presso le centrali a carbone che, a dire dell’Enel, avrebbero causato l’interruzione (o la riduzione) della produzione elettrica.
La notizia era stata riportata ieri in un articolo sul Financial Times (“Enel seeks damages from Greenpeace”) e con una brevissima dal Sole 24 Ore. Oggi è stata ripresa da pochissimi organi di stampa, quasi tutti a carattere locale, che in gran parte vengono diffusi proprio nei dintorni delle grandi centrali a carbone di proprietà della società elettrica. Dai media nazionali solo qualche trafiletto e tanta autocensura.

La richiesta di risarcimento sarebbe pari alla metà del bilancio annuale dell’associazione che ricava con iscrizioni e contributi individuali (Greenpeace non si finanzia con il denaro pubblico né con quello di partiti politici o di aziende).
L’azione dell’Enel ha tutta l’aria di un’intimidazione nei confronti di Greenpeace. Una delle organizzazione che da anni sta svelando le molte contraddizioni del colosso energetico sia in campo ambientale (Enel emette 44,4 milioni di tonnellate di CO2, seconda solo a Edison con 22,7 milioni di ton.) che in fatto di investimenti e di impulso, più o meno dichiarato, alla politica energetica di questo paese.
E’ una spina nel fianco soprattutto per quanto concerne gli impianti a carbone operativi nella penisola e per quelli proposti per la loro riconversione a carbone. Parliamo di Brindisi, Civitavecchia, Genova, Porto Tolle, ecc.. In quest’ultimo caso la decisione di riconversione è ancora sospesa per un ricorso proprio da parte di Greenpeace, Wwf Italia e altri soggetti. Già nel luglio 2007 la Commissione VIA aveva chiesto all’Enel di fornire ulteriori chiarimenti ed approfondimenti in merito agli “interventi migliorativi” presentati dalla società.

La parte più consistente del risarcimento richiesto da Enel sarebbe da attribuire ai blitz di Greenpeace alla centrale Federico II di Brindisi Cerano nel 2007 e nel 2009; in particolare il danno (1,1 milioni di euro, secondo Enel) si riferisce all’utilizzo dell’olio combustibile al posto del carbone (le navi carboniere erano state costrette all’ormeggio per alcuni giorni).
In merito alla perdita di profitto, una considerazione va fatta. Nei giorni in cui Enel ha dovuto alimentare la propria centrale a olio combustibile il costo di produzione è sì raddoppiato rispetto all’utilizzo del carbone (da circa 20 a 40 €/MWh), ma in quei giorni l’elettricità veniva venduta ad un prezzo superiore ai 74 €/MWh. Quindi si tratta solo di una riduzione nel profitto e non di una perdita secca come afferma l’amministratore delegato Fulvio Conti.
“Chiedere soldi a Greenpeace per aver protestato è come chiedere soldi al sindacato quando c’è uno sciopero”, ha detto Pippo Onufrio, direttore di Greenpeace. “Abbiamo il diritto di protestare, a maggior ragione quando chiediamo misure per proteggere l’ambiente e il clima, che è di tutti”.

La centrale di Brindisi (2.640 MW) produce un terzo delle emissioni di CO2 del gruppo Enel, pari a 15 milioni tonnellate di CO2, cioè più di due volte di quanto potrebbero essere se la centrale fosse riconvertita a gas. Le emissioni permesse sono invece di circa 11 milioni di tonnellate. Inoltre la centrale ha un parco carbonifero scoperto di oltre 11 ettari, pari a circa 14 campi da calcio; qui le montagne di carbone rilasciano polveri che creano inquinamento anche a livello locale. E la produzione elettrica rilascia, oltre che anidride carbonica, anche sostanze tossiche come polveri sottili, ossidi di azoto e zolfo.

C’è poi il problema della gestione dei rifiuti della centrale. Nel maggio 2009, in seguito a un’indagine condotta dal Corpo Forestale dello Stato, è stato scoperto che i rifiuti provenienti dalla centrale di Brindisi Sud (ceneri tossiche e altri materiali pericolosi) venivano smaltite illegalmente in Calabria. I reati accertati sono di disastro ambientale e associazione a delinquere finalizzata al traffico illecito di rifiuti pericolosi. L’indagine ha portato all’arresto di 10 persone, tra cui anche dipendenti e dirigenti Enel.
Solo tra il 2006 e il 2007 a pochi chilometri dalle case e dal mare, in un’area sottoposta a vincolo paesaggistico-ambientale e ritenuta di interesse comunitario, sarebbero state scaricate 100mila tonnellate di fanghi prodotti dal trattamento delle acque reflue dell’impianto: una piramide alta 100 metri su una base di 30 sepolta a Lazzàro (RC). Il vantaggio economico per i protagonisti dell’affare è stato stimato in 6.400.000 di euro all’anno.
L’attività investigativa, ancora in corso, ha accertato che i rifiuti, classificati come pericolosi, venivano trasformati con certificati di analisi insufficienti in rifiuti non pericolosi e avviati apparentemente anche per la produzione di laterizi. L’Enel aveva dato la sua disponibilità a collaborare con la magistratura fin dalle prime indagine risalenti al 2007.

Ci sembra che tutto ciò basti per poter giustificare azioni plateali necessarie, anzi indispensabili, per far conoscere all’opinione pubblica il livello di inquinamento prodotto da questo impianto, tanto che il Tar di Lecce ha assolto Greenpeace con la seguente motivazione: “l’azione dell’associazione appare come reazione alla violenza inquinante cui è sottoposto il contesto ambientale, tale da far recedere di significato eversivo modalità e intrusioni attuate”.
Assordante è il silenzio dei media nazionali, quotidiani e Tv, su questa richiesta di risarcimento. Autocensura? D’altra parte, come chiedere di poter rinunciare ad una delle maggiori entrate pubblicitarie di un prestigioso inserzionista? Tanto vale non dare una notizia e informare i cittadini. Enel in questi giorni è anche presente a Copenhagen e nel nostro paese con una campagna pubblicitaria internazionale che, come afferma letteralmente il sito di Enel, “vuole raccontare al pubblico l’impegno dell’azienda, attraverso l’attività di ricerca e di sperimentazione, nel mettere a disposizione delle persone un’energia innovativa, disponibile, a emissioni zero”. Greenwashing, e neanche tanto celato, come quelle turbine eoliche che girano negli spot televisivi dell’Enel.

LB

10 dicembre 2009

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