Se è vero che l’energia da fonte rinnovabile ha un impatto ambientale inferiore a quella fossile, in entrambi i casi la vicinanza del luogo di produzione e di consumo contribuisce sensibilmente alla riduzione degli sprechi.

I luoghi di produzione dell’energia, sia da fonti fossili che da rinnovabili, spesso non coincidono con quelli di maggior consumo, l’energia viene trasportata anche per lunghe distanze con sprechi e inefficienze importanti.

Una ricerca californiana appena pubblicata su Frontiers in Sustainability, dal titolo “Local Energy: Spatial proximity of energy providers to their power resources” (in basso il link alla ricerca) rivela che in un’epoca in cui cresce l’interesse per la generazione locale di energia, i fornitori di energia continuano a rifornirsi di risorse, anche rinnovabili, lontani dai carichi della domanda e spesso di provenienza ignota.

Gli autori della ricerca, Madison K. Hoffacker e Rebecca R. Hernandez, hanno scoperto che, in media, le risorse energetiche acquistate dai distributori della California provenivano da 270 miglia di distanza, a nord fino al Canada e a est fino all’Oklahoma. Di queste, invece, il 100% da carbone e da nucleare proveniva dalla stessa California.

“Siamo rimasti entrambi sorpresi da questi risultati – hanno commentato – che ci dicono che la produzione dell’energia distribuita in California è prodotta molto lontano dai suoi consumatori”.

Lo studio ha inoltre rilevato che solo il 20% circa dell’energia acquistata era locale. Il restante 80% è ciò che gli autori chiamano “outsited“: energia generata al di fuori dell’ambito in cui opera il fornitore. Infatti, il 42% proveniva da fuori dello Stato.

I luoghi per la generazione non vengono selezionati semplicemente perché producono la massima energia, ma perché spesso è dove la terra costa poco (almeno negli Stati Uniti).

Perché è importante la distanza tra luogo di produzione e consumo?

Un altro studio pubblicato circa un anno fa su Nature Climate Change da Kavita Surana e Sarah M. Jordaan (in basso il link alla ricerca) ha rivelato che le perdite nella generazione di elettricità dovute alla trasmissione inefficiente e alle perdite di distribuzione determinano nel mondo circa un miliardo di tonnellate equivalenti di emissioni all’anno di anidride carbonica.

Secondo le loro stime, il contenimento delle inefficienze nella trasmissione e delle perdite di distribuzione porterebbe a una riduzione di tali emissioni da 411 a 544 milioni di tonnellate equivalenti.

Insieme, questi studi propongono un parallelo tra la produzione e il consumo di energia e quello del cibo, facendo emergere come l’attitudine del consumatore a verificare la provenienza del cibo prima di acquistarlo non trovi riscontro nell’acquisto e il consumo dell’energia.

“Nel settore alimentare – scrivono Hoffacker e Hernandez – la preoccupazione per la sostenibilità della filiera agricola, in particolare gli impatti ambientali associati al trasporto di alimenti su lunghe distanze, ha portato alla nascita di movimenti a favore del “local food” e a metriche per valutare i progressi raggiunti (ad es. Miglia alimentari).

Per comprendere le relazioni tra risorse energetiche e utilizzatori e il loro impatto sulla sostenibilità è necessario un approccio analogo, che riduca al minimo la distanza tra i fornitori di energia e i clienti e renda noto il luogo di produzione.

Che succede in California?

“Negli ultimi due decenni in California c’è stato un crescente interesse di persone che sostengono un approvvigionamento energetico più pulito e più resiliente “, ha detto a Qualenergia.it Madison Hoffacker. “Si sono adottati così sistemi di energia rinnovabile autosufficienti per le loro famiglie e stimolato i propri fornitori locali di energia a seguire l’esempio su scala più ampia”.

Da circa un decennio in California sono sorte le Community Choice Aggregation (CCA), aggregazioni a livello municipale che consentono ai governi locali di acquisire energia da fornitori alternativi anche per conto dei residenti e delle imprese, pur continuando a ricevere il servizio di trasmissione e distribuzione dal fornitore di servizi esistente.

In genere, aggregando la domanda le comunità riescono a negoziare tariffe migliori con fornitori competitivi e scegliere fonti di energia più pulite.

Le CCA sono diventate quindi un’opzione interessante per le comunità che desiderano un maggiore controllo locale sulle proprie fonti di elettricità, più energia rinnovabile e a prezzi inferiori di quanto offerto dall’utility tradizionale.

I ricercatori hanno tuttavia rilevato che, avendo iniziato la loro attività di recente, le CCA stanno ancora costruendo i loro portafogli energetici e per questo potrebbero dover affrontare ostacoli aggiuntivi rispetto ad altre tipologie di fornitori nell’acquistare energia a livello locale.

La ricerca ha permesso, infatti, di scoprire, da un lato, che le CCA acquistano 2,5 volte l’energia rinnovabile rispetto agli altri fornitori e che questa costituisce quasi la metà dei loro portafogli energetici; dall’altro, che le CCA acquistano la loro energia 2,5 volte più lontano dei loro competitors.

E quale cambio di rotta con le Comunità Energetiche?

Il Politecnico di Milano stima che in uno scenario mediano di sviluppo di comunità dell’energia e autoconsumo collettivo in Italia, nei prossimi 5 anni potremmo avere 3,6 GW di fotovoltaico in più (pari al 55% dell’obiettivo Pniec al 2025) e, da qui al 2044, una riduzione dei costi di trasmissione di circa mezzo miliardo di euro e un taglio della CO2 di oltre 25 milioni di tonnellate, per un valore di altri 500-750 milioni di euro (vedi QualEnergia.it).

La Direttiva europea sulle Comunità Energetiche è dunque veramente sfidante: incentivare l’autoconsumo orario locale significa minimizzare la quota di energia che dall’impianto di produzione va oltre la cabina di MT/BT, quindi ridurre significativamente sprechi, inefficienze ed emissioni, consentendo di conoscere esattamente la provenienza dell’energia consumata.

In Italia, in particolare nell’ambiente cooperativo e in quello dei GAS (Gruppi di Acquisto Solidale), da oltre dieci anni si parla dell’energia mutuando il concetto di “Km Zero” dalla filiera alimentare senza che tuttavia si sia ancora riscontrato un interesse analogo a quello registrato per il cibo.

Le cooperative energetiche  – è il caso di ènostra, WeForGreen, Energia Positiva, di cui abbiamo ampiamente trattato – si sono infatti sempre scontrate con l’impossibilità di fornire localmente l’energia prodotta con gli impianti finanziati collettivamente.

Con diverse sfumature, in queste esperienze la quantità di energia venduta ai soci (in alcuni casi anche tramite fornitori terzi) proviene solo in piccola parte dai propri impianti, mentre la restante è acquistata da altri produttori. Ancorché rinnovabile certificata, la provenienza dell’energia e la distanza dal luogo di consumo sono infatti sconosciute.

Le stesse cooperative, inoltre, sono andate via via assumendo carattere nazionale e, ampliando l’area geografica di residenza dei soci, gli impianti di produzione si sono sempre più allontanati dai luoghi di consumo dell’energia.

Sarà interessante verificare se gli esiti della sperimentazione delle Comunità Energetiche appena avviata potranno riportare le cooperative energetiche alla dimensione di comunità di territorio oltre che di scopo.

Certo è che se le Comunità Energetiche potranno moltiplicarsi e diffondersi saremo in grado anche di rivitalizzare e sviluppare le economie, le competenze e le professionalità locali.

La redistribuzione dell’economia nelle varie regioni italiane fa parte di un processo già innestato con il ritorno di migliaia di persone ai rispettivi luoghi di origine che, anche in modalità smart working, hanno ripreso a vivere, produrre e consumare (anche l’energia) lontano dalle grandi metropoli in un’ottica appunto di chilometri zero.

“Sono sempre colpita dalle somiglianze geografiche tra la California e l’Italia – dice Rebecca R. Hernandez – visto che affrontiamo molte delle stesse sfide nel raggiungimento degli obiettivi di una rapida transizione energetica verso le energie rinnovabili. Dare priorità alle rinnovabili locali produce ostacoli imprevisti, ma un numero crescente di studi (come quelli menzionati, ndr), dimostrano che la localizzazione della generazione di energia è una priorità che sia la California sia l’Italia non possono più ignorare”.

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