In Germania il percorso per vietare l’installazione di nuove caldaie a fonti fossili è partito ieri, 19 aprile, con una proposta di legge del governo che mira a metterle al bando dal 2024.

Si prevede che da quell’anno i nuovi sistemi debbano essere alimentati almeno al 65% con energia rinnovabile, anche se ci sono concessioni per l’idrogeno.

In Europa, già a maggio 2022, con la presentazione del pacchetto RepowerEu, la Commissione aveva annunciato che entro il 2029 non si sarebbero più potuti immettere sul mercato impianti di riscaldamento a fonti fossili.

La direttiva sulle performance degli edifici, l’EPBD, ricordiamo, prevede di bandire i sistemi a fossili per tutti gli edifici nuovi o ristrutturati già dalla data di recepimento della direttiva stessa, ma lascia la porta aperta alle caldaie a gas se predisposte per essere alimentate anche a idrogeno.

Secondo la comunicazione di RepowerEu, invece, la stretta sulla vendita di nuovi sistemi di riscaldamento inquinanti che scatterà dal 2029 verrà imposta “con l’impostazione di limiti di progettazione ecocompatibile”, cioè con la revisione dell’etichetta energetica nell’ambito del cosiddetto Ecodesign, che deve essere effettuata entro il 2025/2026.

Quel che sta accadendo è che i nuovi limiti proposti, al momento in consultazione e su cui gli stakeholder si confronteranno il prossimo 27 aprile, vieterebbero davvero l’installazione di nuove caldaie a gas e di tutti i sistemi di riscaldamento meno efficienti.

Solo rinnovabili, pompe di calore o Car

La nuova etichetta energetica che la Commissione europea si appresta ad approvare, infatti, pone una soglia minima di efficienza al 115%: è un valore che nessuna caldaia, né a gas né a idrogeno, né tanto meno a gasolio, riuscirà mai a raggiungere e che escluderebbe anche i sistemi a resistenze elettriche.

In pista rimarrebbero, di fatto, oltre agli impianti a fonti rinnovabili, solo le pompe di calore, sia elettriche che a gas o ibride (cioè aiutate anche da sistemi a metano o idrogeno) e forse qualche sistema di cogenerazione ad alta efficienza.

Questo ha messo in allarme le associazioni italiane legate al gas e alla caldaistica: Proxigas, Assogasliquidi, Assotermica, Federcostruzioni, Ance e Applia Italia, in una nota diffusa martedì manifestavano infatti “preoccupazione”.

Per le associazioni, l’approccio della Commissione è “basato su divieti che non tengono conto delle prospettive di sviluppo delle tecnologie e dei vettori energetici e, soprattutto, non considerano le specificità dei singoli Stati Membri”. Inoltre, tale approccio, secondo il comunicato diffuso, non sarebbe coerente “con il parere espresso dal Parlamento europeo sulla proposta di Direttiva sulle prestazioni energetiche dell’edilizia”, che come abbiamo scritto lascia la porta aperta ai sistemi a gas, purché hydrogen ready.

Sarà battaglia nei prossimi mesi

La Commissione manterrà il punto? Al Consultation Forum del prossimo 27 aprile ci sarà un confronto con gli stakeholder, ma le decisioni si prenderanno in autunno in una riunione a porte chiuse tra i rappresentanti degli Stati membri. Poi ci sarà l’approvazione del Parlamento e del Consiglio, che dovrebbe però essere una mera formalità, trattandosi solo di una norma implementativa.

“Leader del fronte dei contrari a limiti severi è l’Italia. Ma molto dipenderà dalla Germania che ha già deciso di andare in questa direzione, come mostra la norma proposta oggi (ieri, ndr)”, spiega a QualEnergia.it Davide Sabbadin, Deputy Policy Manager for Climate dell’European Environmental Bureau, associazione pro risparmio energetico che a Bruxelles sta seguendo da vicino il dossier.

“C’è una battaglia industriale molto forte – ci spiega Sabbadin – che vede storicamente l’Italia e la Germania grandi produttori di sistemi di riscaldamento. Mentre la Germania si è spostata di più verso le pompe di calore, l’Italia ancora un po’ arranca e, siccome storicamente c’è un’alleanza di ferro con il comparto industriale e le aziende del gas come Eni e Snam, il nostro paese sta scegliendo una posizione di retroguardia assieme a paesi come Bulgaria e Polonia”.

Posizione riassunta nel comunicato di Proxigas, Ance e le altre, secondo cui se si permetterà di vendere solo dispositivi super-efficienti, “per il nostro Paese, dove il gas è centrale nel settore domestico si prospettano ricadute sulla competitività dell’industria, sulla sostenibilità economica e sociale per le famiglie, sulla stabilità e sulla resilienza del sistema energetico”.

Seguiremo le vicende nei prossimi mesi, per vedere se prevarrà la posizione di chi crede che industria e consumatori si difendano opponendosi ai cambiamenti o quella di chi crede che decarbonizzare l’edilizia, oltre che un imperativo per arginare la crisi climataica, sia un’opportunità anche per la manifattura europea, la sicurezza energetica e le bollette.