Certo non si può dire che la vita non sappia regalarci continue sorprese. Ogni tanto sembra volerci sferzare per farci uscire dal torpore della quotidianità.

Che poi, se a stimolarci in tal senso è qualche grande discorso – ad esempio quello famoso di Steve Jobs alla Stanford University nel 2005 – ne osanniamo l’autore perché ci tocca il cuore, mentre se è il destino a farlo con i suoi mezzi spesso brutali, perché nel frattempo ci siamo dimenticati del discorso di prima, la reazione è tutt’altra.

Il fatto è che con il destino possiamo anche prendercela, ma quello che ci mette di fronte non lo possiamo evitare. Non è né un social, né un videogioco. La pandemia ci ha messo a dura prova, ma l’abbiamo affrontata sapendoci mettere in gioco su tanti aspetti e la situazione stava migliorando. Per carità, il coronavirus è un grande trasformista e ha tutte le caratteristiche per accompagnarci a lungo, ma nei Paesi ricchi e fortunati come il nostro stavamo andando verso una nuova normalità.

Poi è arrivata l’invasione dell’Ucraina, che purtroppo comunque vada sarà un insuccesso per tutti, e siamo precipitati in un caos molto più oscuro.

Caos che ha avuto fra le prime manifestazioni pratiche l’aumento dei prezzi di diversi beni, fra cui l’energia, che già dall’estate scorsa si era conquistata le prime pagine dei quotidiani e le prime posizioni delle ricerche internet. Certo, non il ruolo da protagonista che chi opera in questo settore auspicava. Ma qui siamo, e qui dobbiamo decidere come muoverci. Che fare, dunque?

Quei “se” che non servono

Per cominciare suggerisco di evitare le litanie tipo: eh, se non avessimo bloccato le trivellazioni del gas, se non ci fossimo affidati alla Russia, se non avessimo ridotto gli investimenti sui combustibili fossili, se avessimo ancora il nucleare… Non solo perché sono inutili in assenza di una macchina del tempo, ma soprattutto perché sono fondamentalmente sbagliate.

La tentazione che si ha di fronte a crisi come quella che stiamo vivendo è quella di farsi prendere dalla paura e di reagire chiudendosi a riccio e attaccandosi a quello che in passato ha funzionato. Ma difficilmente questo funziona, perché il presente ha le sue peculiarità e raramente si può veramente tornare indietro. Soprattutto, non si può risolvere una crisi che affonda le sue radici nel cambiamento climatico con ciò che lo ha causato e che, dunque, è alla base della crisi stessa.

Ma se avessimo aumentato la produzione di gas e diversificato di più staremmo meglio! Dicono. In quanto ai prezzi direi di no. O meglio lo dice il mercato e lo dicono le regole del sistema energetico. Queste si possono modificare, ovviamente, ma non è così semplice e banale e non bisogna aspettarsi miracoli in un Paese, o in un’Unione, che purtroppo non sono così ricche di risorse da potere adottare regole autonome.

La crisi dimenticata degli anni ’70

In quanto alla sicurezza degli approvvigionamenti senza dubbio sì. Ma qui la storia si fa lunga. Dopo le crisi energetiche degli anni Settanta furono varati una serie di provvedimenti e di azioni volti a favorire l’uso razionale dell’energia e a diversificare le fonti e i Paesi fornitori.

La spinta su efficienza e rinnovabili (a quei tempi in fase di ricerca, idroelettrico a geotermoelettrico a parte) rallentò negli anni successi, quando i prezzi dell’energia scesero e la crescita dirottava l’attenzione dei decisori su altri temi (già, le crisi si dimenticano in fretta e la storia non si usa come insegnamento).

Sul fronte della generazione elettrica si decise di rafforzare il programma nucleare, ma dopo gli incidenti di Three Mile Island e Čhernobyl’ le centrali di cui si decise la costruzione in quegli anni rimasero incomplete, come Montalto di Castro, o non furono costruite, finché non vennero dismesse anche quelle in funzione (Garigliano in realtà si fermò prima ancora del referendum del 1987). In compenso furono realizzate centrali policombustibile (come quella realizzata nella località citata a fianco del relitto nucleare in costruzione), che si rivelarono però antieconomiche all’atto della liberalizzazione dei mercati.

E qui sta il problema: o si punta sul mercato e sui prezzi bassi (crisi a parte), oppure si punta sulla sicurezza degli approvvigionamenti e sulla capacità di resistere alle crisi. La realtà è che fino allo scorso anno a tutti è andato bene di sacrificare la resistenza ai prezzi. Volendo si poteva fare diversamente, ma si è voluto altro e piangere ora è insensato.

Sulla diversificazione degli approvvigionamenti valgono considerazioni analoghe. Ovviamente staremmo meglio se avessimo più gasdotti e rigassificatori. Il paradosso è che fu Eni a fermarne l’espansione una ventina di anni fa per la paventata (dal cane a sei zampe) “bolla del gas”, non gli ambientalisti.

Inutile posticipare il problema

Si potrebbero realizzare ora le infrastrutture mancanti? Sì, e in parte ha senso farlo in ottica diversificazione e, parzialmente di prezzo, ma rimane il fatto che è altrove che conviene cercare le soluzioni al problema.

Pur diversificando, infatti, ci troveremo comunque a fare i conti con prezzi energetici crescenti negli anni: i Paesi che campano sui combustibili fossili, Russia docet, non potranno che ritardare il più possibile la transizione energetica da un lato e fare cassa alzando i prezzi dall’altro. Quindi si posticiperebbe il problema, non si risolverebbe. Meglio spingere sulle fonti che abbiamo in casa e che contestualmente rispondono all’esigenza della decarbonizzazione.

Sì, perché questa crisi non deve farcela dimenticare. Il grano lo stiamo pagando caro da mesi non per l’invasione dell’Ucraina, che è avvenuta da poco e che ha aumentato le incertezze portando a un aumento ulteriore, ma per il crollo dei raccolti nel Nord America dovuto proprio agli eventi climatici estremi dello scorso anno. Eventi che ormai sono sempre più frequenti e continueranno a prescindere dall’esito del conflitto, che tutti auspichiamo sia il più possibile veloce e positivo.

Apro parentesi: ringraziamo chi ha finanziato i negazionisti per decenni – impedendo che la transizione iniziasse prima – e, consiglio, stiamo in guardia da chi, non potendo più raccontare quella favola, ora ci propone di aspettare soluzioni che rischiano di non arrivare mai – come il nucleare pulito, sicuro ed economico – oppure ci dice che le rinnovabili e l’efficienza possono sì aiutare, ma non risolvere il problema per una serie di difetti.

Le nostre fonti energetiche

Torniamo alle fonti che abbiamo in casa e che quindi non pongono problemi di approvvigionamento. Sono di due tipi: la riduzione della domanda di energia e l’uso di fonti rinnovabili.

Le seconde hanno effettivamente dei limiti, come la non programmabilità di fotovoltaico ed eolico, ma mentre le realizzeremo produrremo anche le soluzioni per farvi fronte, totalmente o parzialmente. Altrimenti saremmo ancora fermi al limite del 12% di rinnovabili non programmabili sulla potenza messa in rete che ci comunicavano negli anni ’90 all’università.

Nel frattempo, conviene finanziare la ricerca, affinché perfezioni ciò che esiste oggi e introduca soluzioni migliori.

L’efficienza energetica deve essere la prima risorsa. E non solo perché lo dice il principio energy efficiency first, ma anche perché se non riduciamo la domanda tutte le altre sfide risulteranno sempre più difficili. La cosa che più fa rabbia è che in questi mesi se ne sia parlato poco o nulla.

Un giacimento da sfruttare

Ma il potenziale è enorme. E si può partire da una serie di azioni a costo zero ma a impatto garantito.

Basti pensare ai trasporti: con una guida accorta si può tranquillamente risparmiare il 15-20% di combustibile nel trasporto privato. Se poi si riducesse a 110 km/h la velocità in autostrada si otterrebbe altrettanto. Invece è pieno di gente che posta sui social il suo malcontento per gasolio e benzina, ma poi passa da un semaforo all’altro accelerando come se avesse di fronte chilometri di strada libera (e frenando poi di conseguenza, con buona pace di chi si lamenta di particolati ed emissioni).

Se si regolassero meglio gli impianti di climatizzazione negli edifici del terziario e del residenziale, oltre a stare meglio in termini di comfort, si risparmierebbe un altro 15-25% di energia.

Se poi cominciassimo a porci domande tipo: ma dobbiamo veramente spostarci tutte le volte che lo facciamo? Possiamo lavorare in modo diverso? Dobbiamo proprio produrre SUV o potremmo puntare su veicoli più leggeri e risparmiosi? I prodotti che offriamo alla gente potrebbero essere migliorati in termini di impronta energetica e carbonica? Ci serve sempre lo streaming o qualche volta potremmo sfruttare il CD in casa o leggere un libro? Beh, useremmo meno energia e chissà, potremmo scoprire che possiamo stare anche meglio.

Ovviamente si può investire in tutta una serie di interventi di riqualificazione di processi, impianti ed edifici. Molti sono stati evidenziati dalle diagnosi energetiche realizzate in questi anni, ancora di più da chi ha saggiamente adottato un sistema di gestione dell’energia.

Quindi si sa da dove partire. Ma il potenziale è molto più ampio e interessante se si approfitta della situazione per mettere in discussione la proposta di valore dei propri prodotti e servizi o i processi e le filiere che usiamo per i prodotti e servizi attuali.

Le possibilità di cambiare (non solo di ottimizzare ed efficientare) sono enormi. Un giacimento da sfruttare aprendo le menti del personale e lasciando ai propri collaboratori un po’ di tempo per pensare ed evadere dal quotidiano in cerca di altri stimoli.

Cosa possiamo fare?

Vista la situazione e le risorse scarse, è poi evidente che occorre investirle bene. Il Governo si sta sforzando di introdurre ristori senza impattare troppo i conti pubblici, ma il rischio di queste misure a pioggia è di risultare costose e inutili nel caso, probabile, che la crisi dei prezzi dovesse continuare.

Meglio sarebbe spingere di più su chi ne ha più bisogno, come le imprese energivore e i soggetti in difficoltà economica. A tale proposito, cosa aspetta il MiTE a fare uscire le linee guida sui TEE, il decreto sulle aste e gli altri provvedimenti di miglioramento del conto termico e del fondo nazionale per l’efficienza energetica? E perché non decidersi a rivedere il sistema delle detrazioni fiscali in modo che premi di più chi più decarbonizza?

C’è infine il tema del paesaggio, che in Italia merita di essere tutelato anche in ragione di tutti i torti subiti nei decenni passati fra mostri di cemento, quartieri orribili e infrastrutture opinabili. Ma tutelarlo non significa congelarlo (tanto più che se non rispondiamo alla crisi climatica ci penseranno gli eventi estremi a cambiarlo, e non in positivo). Un ambiente vivo è un ambiente che si evolve e che muta, anche se questo modifica forme a cui siamo abituati e affezionati. Quello che conta è tutelarne gli aspetti fondamentali, la salute, la capacità di migliorarne l’uso.

E questo si fa mettendo da parte le posizioni estreme e venendosi incontro, ascoltandosi e collaborando. Le sovrintendenze devono partecipare costruttivamente alle conferenze di servizi, non intervenire a valle con veti senza neanche sentire le ragioni dei portatori di interesse. Altrimenti il rischio è che si alternino periodi in cui si potrà realizzare qualunque cosa ad altri in cui sarà impedito tutto, con danno per tutti.

Chiudo con un messaggio di speranza. Chi di noi è stato provato di più dalla vita tende a vedere tutto come affrontabile e superabile (il campione è il biblico Giobbe, ma sono tanti fra noi ad avere sperimentato parte delle sue avventure), chi invece è stato “fortunato” tende a vedere tutto nero… come il carbone.

Ma è ora di cambiare fonti e di progettare un mondo differente. Quello che serve nei tempi bui sono pittori capaci di farci andare al di là delle apparenze, alleggerendo le nostre anime con i giusti colori e indicandoci la via per coniugare sviluppo, uguaglianza, sostenibilità. Il tutto condito di pace.

Dario Di Santo è il direttore di Fire, Federazione italiana per l’uso razionale dell’energia. L’articolo è stato pubblicato anche sulla rivista della Federazione, “Gestione Energia”, ripubblicato su QualEnergia.it nell’ambito di un accordo con Fire.