L’efficienza energetica resta schiacciata tra misure temporanee, recepimenti europei in ritardo e scarso peso nelle scelte strategiche delle imprese.
È il quadro emerso ieri, 27 maggio, a Roma, alla terza edizione di Enerpolicy, la conferenza organizzata da Fire sulle politiche di supporto all’efficienza. Un evento da cui sono arrivate anche alcune novità su Conto termico 3.0, Fer T e certificati bianchi, raccontate ieri da QualEnergia.it (si veda l’articolo sugli interventi di Mase e Gse).
Il punto politico, però, è più ampio: per Fire l’Italia continua a trattare l’efficienza come un capitolo tecnico o un obbligo, mentre dovrebbe farne una politica industriale, tanto più in una fase di crisi energetica e forte dipendenza dai combustibili fossili.
L’indagine Fire
Dario Di Santo, direttore Fire (Federazione Italiana per l’uso razionale dell’Energia), ha presentato i risultati di un’indagine condotta nelle ultime settimane su 252 stakeholder del settore energetico. Il campione, si spiega nelle slide (pdf in basso), è rappresentativo soprattutto di grandi imprese, fornitori e professionisti, ma comprende anche enti pubblici e Pmi.
La prima criticità messa in luce riguarda il ruolo degli energy manager: circa il 30% delle risposte indica come problema principale la loro difficoltà a incidere davvero sulle decisioni strategiche (Energy Manager: cosa fa, dove lavora e quali competenze servono oggi).
In sintesi: l’energy manager sa cosa fare, ma spesso viene coinvolto troppo tardi, quando le scelte sono già state prese. L’efficienza resta così un adempimento normativo, non una leva competitiva.
Tra le proposte Fire ci sono l’abbassamento della soglia di nomina dell’energy manager a 1.000 tep, la promozione degli Ege come consulenti energetici per le Pmi e una maggiore integrazione dell’energy management nelle decisioni aziendali.
Il secondo blocco riguarda risorse e budget. Circa il 20% delle risposte segnala una carenza strutturale di fondi, soprattutto nella pubblica amministrazione e nelle Pmi. Per Fire il punto non è solo la mancanza di risorse “in questo momento difficile”, ma il fatto che gli investimenti in efficienza non siano mai stati davvero una priorità.
Da qui le proposte di rilanciare il Fondo nazionale efficienza energetica, con un fondo di garanzia rotativo operativo, promuovere i contratti Epc con ESCo e semplificare gli incentivi per le Pmi, soprattutto per interventi a breve ritorno.
Regole instabili e dati deboli
Altro nodo: l’instabilità normativa. Circa il 15% degli intervistati la indica come principale freno agli investimenti.
Il ragionamento è semplice: se le regole cambiano ogni anno, diventa difficile programmare gli interventi con ritorni. Fire propone quindi orizzonti minimi di 5 anni per tutti gli incentivi, tassi fissi garantiti e finanza agevolata autosostenibile, oltre a un unico “ombrello” normativo che razionalizzi i meccanismi oggi distribuiti tra Mase, Mimit, Gse e Invitalia.
Un altro 15% circa delle risposte riguarda la qualità del dato energetico. Senza monitoraggi affidabili, sostiene Fire, non si riescono né a convincere i decisori interni né a certificare correttamente i risparmi per accedere agli incentivi.
Le proposte sono l’obbligo di monitoraggio continuo delle utenze significative, l’integrazione su piattaforme centralizzate, l’uso di protocolli di misura e verifica dei risparmi e il rilancio dei Tee come strumento per incentivare risparmi certificati, non semplici promesse di intervento.
Nell’indagine compaiono poi decarbonizzazione, cultura organizzativa e complessità operativa. Per i settori hard-to-abate, secondo Fire, l’efficienza standard non basta e il meccanismo tradizionale dei Tee può non essere adeguato. Da qui la proposta di aste per i certificati bianchi su interventi complessi nei processi industriali, incentivi mirati per elettrificazione, rinnovabili termiche e pompe di calore nel civile, e un uso di biocombustibili e idrogeno orientato alla cogenerazione ad alto rendimento.
Un altro tema è l’elettrificazione. Per Fire l’attuale sistema tariffario penalizza tecnologie efficienti come pompe di calore, induzione ed elettrificazione industriale, mentre le fasce orarie dei prezzi non spingono abbastanza a spostare i consumi nelle ore più convenienti per utenti e rete.
Nelle slide compare anche la questione dei data center legati all’intelligenza artificiale: la crescita dei consumi elettrici rischia di assorbire parte dei benefici ottenuti con le politiche di efficienza, se non sarà accompagnata da standard minimi e regole sulla flessibilità dei carichi.
Le direttive da recepire
Alla tavola rotonda tra associazioni e stakeholder tenuta al convegno è emerso con forza anche il tema del recepimento delle direttive europee. La Eed, direttiva sull’efficienza energetica, è ancora da recepire nonostante il termine sia scaduto a ottobre.
Per la Epbd, la direttiva edifici, la scadenza nazionale è invece domani, 29 maggio. In entrambi i casi, il ritardo alimenta incertezza per imprese, operatori e filiere.
Confindustria ha posto il problema dal punto di vista degli investimenti industriali: senza un quadro certo, soprattutto per Pmi e imprese industriali, diventa difficile programmare interventi. Al tempo stesso ha chiesto a Bruxelles e al governo di tenere conto delle specificità del sistema produttivo italiano, per evitare che la decarbonizzazione si traduca in perdita di capacità industriale.
Da Legambiente è arrivata una lettura più politica: il ritardo sulla Epbd segnala la scarsa volontà del governo a farsi carico dei costi della trasformazione del patrimonio edilizio. Il Coordinamento Free, come anche Italia Solare, ha insistito invece sulla necessità di misure strutturali e sul ruolo dell’Europa come traino. La critica è che in Italia non si vedano ancora segnali sufficienti per rispettare la traiettoria indicata dalle direttive.
Dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile è arrivato un richiamo al quadro macro: consumi finali fermi attorno a 110 Mtep, elettrificazione bloccata al 22-23%, dipendenza energetica estera ancora nell’ordine del 75-80%.
Elettricità Futura ha poi collegato il tema dell’efficienza alla necessità di aumentare gli investimenti in fonti rinnovabili, per ridurre progressivamente il peso del gas nel mix elettrico.
Anche sulla cogenerazione è stata chiesta una revisione del quadro: per Italcogen e Anima Confindustria, gli obblighi di diagnosi dovrebbero essere collegati a interventi concreti, mentre la cogenerazione ad alto rendimento (CAR), se chiamata a dare servizi di flessibilità al sistema, dovrebbe essere remunerata.
Gli annunci Mase e Gse
Nel corso dell’evento, come raccontato ieri da QualEnergia.it, Mase e Gse hanno fatto il punto anche sui principali dossier operativi.
Sul Conto termico 3.0, dopo il boom di domande dei piccoli Comuni e la sospensione temporanea del portale, il ministero lavora a un correttivo sull’incentivo al 100%.
Sulle rinnovabili termiche, il Mase ha avviato il confronto con la Commissione europea per il dm Fer T, il meccanismo competitivo per impianti sopra i 2 MW, complementare al Conto termico.
Nei certificati bianchi, il Gse ha annunciato l’arrivo nelle regole operative di due nuove tipologie di intervento comportamentale: l’impiego di risorse a minor impatto energetico e l’elettrificazione dei consumi attraverso sistemi alimentati da energia elettrica da Fer.
I Tee sono stati richiamati anche durante il confronto come uno dei meccanismi con miglior rapporto costo-efficacia.
Resta però da capire quanto il rilancio dello strumento, insieme al nuovo Conto termico e alle future aste Fer T, riuscirà davvero a compensare il problema più generale: senza stabilità regolatoria, recepimenti puntuali e peso reale degli energy manager, l’efficienza rischia di essere solo una politica annunciata più che praticata.
- Le slide di Di Santo (pdf)



























