“La crisi climatica è la più grande truffa mai perpetrata al mondo”, ha dichiarato Donald Trump all’Assemblea generale dell’ONU a settembre. Scontata quindi la sua decisione di non partecipare alla COP30.
In realtà, gli Stati Uniti sono stati presenti a Belem con oltre 100 altri leader statali e locali, accanto ad associazioni impegnate sul clima. “Questa è una potente coalizione che rappresenta circa due terzi degli americani, tre quarti del nostro Pil e oltre il 50% delle emissioni di gas serra”, ha affermato Todd Stern, ex inviato speciale per i cambiamenti climatici sotto Barack Obama.
E il governatore della California con la sua presenza si candida a guidare le forze Usa impegnate sul clima.
Due realtà contraddittorie negli Usa
Ma, parlando degli Stati Uniti, mettiamo a fuoco due realtà contradditorie che si sono confrontate con l’emergenza climatica.
Il Sierra Club, che si definisce “la più grande e influente organizzazione ambientalista statunitense”, è nel mezzo di un’implosione: indebolita, distratta e divisa, proprio mentre la tutela dell’ambiente è sotto attacco da parte dell’amministrazione Trump.
Il gruppo ha perso il 60% dei 4 milioni di membri e sostenitori che contava nel 2019.
L’associazione, fondata nel 1892 per proteggere la catena montuosa della Sierra Nevada in California, divenne progressivamente un riferimento per l’ambientalismo americano. Contribuì all’espansione dei parchi nazionali e a impedire la costruzione di dighe nel Grand Canyon.
Nel 2016, grazie a 120 milioni di dollari del miliardario Michael Bloomberg lanciò la campagna “Oltre il carbone” con l’obbiettivo di chiudere tutte le 500 centrali a carbone del paese. L’azione ebbe un grande successo ed entro il 2017 metà degli impianti si avviava alla chiusura.
Successivamente il Sierra Club decise di ampliare la sua missione alle tematiche della giustizia sociale, ma questo nuovo orientamento non venne compreso e il numero degli iscritti si è da allora notevolmente ridotto.
C’è una storia simile, ma opposta.
Parliamo di Bill Gates, il co-fondatore di Microsoft che negli ultimi anni aveva speso miliardi di dollari per lanciare l’allarme sui pericoli del cambiamento climatico.
Oggi però è arrivato ad opporsi a quella che ritiene una “prospettiva apocalittica” e intende reindirizzare i suoi sforzi verso il miglioramento della vita nei paesi in via di sviluppo.
“Sebbene le conseguenze del cambiamento climatico saranno gravi, in particolare per le persone nei paesi più poveri, esse non porteranno alla fine dell’umanità”, ha scritto. “Le persone saranno in grado di vivere e prosperare nella maggior parte dei luoghi della Terra per il prossimo futuro”.
Secondo Michael Oppenheimer, professore di geoscienze e affari internazionali alla Princeton University, Gates sta creando una falsa dicotomia “solitamente propagandata dagli scettici del clima” che contrappone gli sforzi per contrastare il cambiamento climatico agli aiuti esteri per i poveri. “Nonostante gli sforzi per affermare che prende sul serio il cambiamento climatico, le sue parole sono destinate a essere utilizzate da coloro che vorrebbero solo vanificare gli sforzi per affrontarlo”.
Pur definendo il riscaldamento del pianeta “un problema molto importante” che deve essere risolto, Gates ha affermato che “le prospettive apocalittiche stanno inducendo gran parte della comunità climatica a concentrarsi troppo sugli obiettivi di emissione a breve termine”. Una posizioni in realtà non nuova. Ricordiamo che Bill Gates ha donato negli ultimi anni più di 3,5 milioni di dollari al think tank del negazionista danese della crisi climatica Bjørn Lomborg.
Mentre dagli Stati Uniti vengono dunque messaggi contrastanti sul clima, le sorprese positive vengono dal sud del mondo.
La Cina corre e punta ad essere un riferimento
La Cina, forte degli ottimi risultati nella transizione verde, si candida ad assumerne la leadership.
“Cari colleghi, innanzitutto dobbiamo mantenere la giusta direzione: la transizione verso un’economia verde e a basse emissioni di carbonio. Dobbiamo rimanere fiduciosi, bilanciare obiettivi quali la protezione dell’ambiente, lo sviluppo economico, la creazione di posti di lavoro e l’eliminazione della povertà, cercare progressi coordinati nel miglioramento delle condizioni di vita e nella governance climatica e promuovere uno sviluppo di alta qualità per offrire maggiori benefici alle popolazioni di tutti i paesi”, così Ding Xuexiang, vicepremier cinese, a Belem.
Nella prima metà del 2025, le energie rinnovabili hanno fornito quasi il 40% della produzione totale di energia elettrica cinese.
Sono elettriche più della metà delle auto vendute in Cina.
E le emissioni di CO2 nel terzo trimestre del 2025 sono rimaste invariate rispetto all’anno precedente, prolungando un trend piatto o in calo iniziato a marzo 2024.
L’accelerazione in atto non riguarda solo la Cina, ma anche altri paesi come Brasile, India e Vietnam dove l’energia solare e quella eolica corrono.
Ci sono poi anche casi incredibili, come l’Etiopia che ha bandito l’importazione di auto a combustione interna e punta sull’elettrico, o la Nigeria, uno stato petrolifero, che prevede di costruire il suo primo impianto di produzione di pannelli solari o, ancora, Santiago in Cile che ha elettrificato oltre la metà della sua flotta di autobus.
Secondo un recente rapporto di Ember metà del mondo ha già superato il picco di generazione fossile.
Tuttavia, per consolidare i progressi serviranno politiche e investimenti mirati nei Paesi emergenti. Ad esempio, malgrado il suo gigantesco potenziale, l’Africa nel 2024 ha visto solo 2,4 GW di nuova potenza solare, con Sudafrica ed Egitto in testa. Nel 2025, si prevede che 18 paesi africani installeranno almeno 100 MW di nuova capacità fotovoltaica, rispetto ai soli due paesi del 2024.
Ma sarà fondamentale ridurre il costo del capitale attraverso meccanismi di finanziamento innovativi, strumenti di riduzione del rischio e investimenti del settore privato per riuscire a far decollare le rinnovabili in questo continente.
Transizione globale: rinnovabili sorpassano le fossili nel primo semestre 2025
La corsa assume si allarga a macchia d’olio, pur con alcune eccezioni.
La crescita record del solare e la costante espansione dell’eolico stanno ridisegnando il mix energetico globale, con il sorpasso delle rinnovabili sul carbone nel primo semestre 2025 per la prima volta nella storia. E, soprattutto, nei primi sei mesi dell’anno solare ed eolico hanno generato più elettricità rispetto all’aumento della domanda elettrica mondiale.
Oltre il 50% delle economie mondiali ha visto le emissioni di carbonio derivanti dalla produzione di energia da combustibili fossili raggiungere il picco. E con la velocità del cambiamento nel settore elettrico, molti altri si aggiungeranno a questa lista nei prossimi anni.
Si prevede che le nuove rinnovabili raggiungeranno la cifra record di 793 GW nel 2025, in aumento rispetto ai 717 GW installati del 2024. Entro la fine del 2025, il mondo avrà 5.000 GW di capacità rinnovabile. Un buon risultato ma servirà un grande sforzo per raggiungere l’obiettivo di 11.000 GW entro il 2030.
Occorre dunque accelerare ancora, anche se si intravvedono alcune nuvole.
Il 2025 sarà probabilmente l’anno con il livello maggiore ritmo di crescita di nuova potenza fotovoltaica nel mondo, ma dobbiamo aspettarci un rallentamento nei prossimi anni.
Intendiamoci, le installazioni solari continueranno a crescere – dalle grandi centrali a terra al solare da balcone – ma è probabile che il tasso di crescita annuale abbia toccato il suo massimo. Questo perché Pechino ha tirato il fiato dopo una corsa incredibile.
Il rallentamento nasce soprattutto dalle nuove regole per cui in Cina dal 1° giugno 2025, i nuovi impianti fotovoltaici utility-scale devono competere sul mercato.
Di conseguenza questo paese, che da solo rappresenta più della metà del mercato globale, potrebbe ridurre di un centinaio di GW le nuove installazioni, passando nel 2026 a 200 GW. Questa, almeno, è la stima di S&P Global Commodity Insights, secondo cui l’industria si trova oggi “in una fase di margini compressi, competizione feroce e ottimismo ridotto al minimo”.
Ciò nonostante, nei prossimi cinque anni a livello globale si installerà una quantità di fotovoltaico paragonabile a quella messa in campo nei 20 anni precedenti.
La rapidità della crescita delle rinnovabili non è stata compresa
Sebbene i moduli solari e le batterie siano diventati simboli di un rapido progresso, la maggior parte dei modelli energetici non ha saputo tener conto del crollo dei loro prezzi che venivano previsti solo fra due-tre decenni: un pessimismo fuori luogo che ha messo in discussione miliardi di investimenti per il clima.
Ad esempio, il National Renewable Energy Laboratory degli Stati Uniti ha ridotto di oltre il 50% la proiezione dei costi per il 2050 per il fotovoltaico su scala industriale tra le edizioni del 2015 e del 2024. E anche queste valutazioni ribassate sottostimano le reali tendenze del mercato.
Naturalmente, il mondo fossile aveva tutto l’interesse a sottovalutare la portata dell’onda rinnovabile in arrivo.
Ma le energie rinnovabili attraggono ormai il doppio degli investimenti globali – più di 2.000 mld $ – rispetto ai combustibili fossili, e i grandi emettitori di CO2 come Cina e India si stanno rapidamente spostando verso l’energia a basse emissioni di CO2 riducendo il ruolo del carbone.
L’ultimo World Energy Outlook 2025 dell’Iea, pubblicato durante i giorni di apertura del vertice sul clima COP30 in Brasile, indica per l’appunto che il carbone ha raggiunto o è prossimo al picco, mentre il petrolio dovrebbe seguire intorno al 2030 e il gas entro il 2035, sulla base delle intenzioni politiche dichiarate dai vari governi. Una valutazione, questa della Iea, più cauta rispetto al passato anche in relazione delle nuove posizioni fossili degli Usa.
Mentre era in corso la COP, una riflessione è che questa volta si sarebbe dovuto puntare all’implementazione, ovvero all’adozione di misure per raggiungere gli obiettivi già prefissati, piuttosto che a definirne di nuovi.
“Il nostro ruolo alla Cop30 è quello di creare una tabella di marcia per il prossimo decennio per accelerare l’implementazione”, affermava Ana Toni, amministratore delegato della Cop30.
L’articolo è l’editoriale del n. 5/2025 della rivista bimestrale QualEnergia


























