La strategia “AccelerateEU” pubblicata ieri dalla Commissione europea nasce come risposta alla nuova impennata dei prezzi energetici, ma si propone anche come un programma di lungo periodo per rafforzare elettrificazione, rinnovabili e sicurezza energetica.
Accanto alle misure di emergenza (flessibilità sugli aiuti di Stato, sostegni a famiglie e imprese e possibili interventi sul gas), il piano punta infatti ad accelerare la trasformazione del sistema energetico europeo.
Su questo equilibrio tra gestione della crisi e visione strutturale si sono concentrate le reazioni delle principali associazioni europee del settore.
Rinnovabili: mancano strumenti concreti
SolarPower Europe (Spe) ha interpretato la comunicazione come una conferma politica importante: la crisi dimostra che l’elettrificazione basata su fonti rinnovabili è la via più efficace per ridurre prezzi e dipendenze. L’associazione sottolinea in particolare il valore di un target europeo sull’elettrificazione e il riconoscimento del ruolo centrale del solare nel sistema energetico.
Tuttavia, insiste sulla necessità di tradurre questa direzione in strumenti concreti: servono meccanismi finanziari che rendano gli investimenti scalabili e bancabili, così come un disegno di mercato che valorizzi la flessibilità non fossile. Senza questi elementi, il rischio è che l’ambizione resti soltanto sulla carta.
SolarPower Europe ha inoltre recentemente pubblicato una ricerca che dimostra come l’attuale parco solare dell’Ue stia compensando importazioni di gas per oltre 110 milioni di euro al giorno dall’inizio del conflitto in Medio Oriente. Ad oggi, il risparmio totale in termini di importazioni di gas evitate ha raggiunto i 6,3 miliardi di euro.
Una posizione affine è quella di WindEurope. L’associazione dell’eolico europeo ha accolto il piano come un passo necessario per affrontare la crisi dei combustibili fossili, ribadendo che l’eolico è uno degli strumenti più rapidi per aumentare la produzione domestica di energia e ridurre la volatilità dei prezzi.
WindEurope pone però l’accento su una criticità: la velocità di realizzazione dei progetti, non affrontata a dovere nel piano. Per trasformare gli obiettivi in capacità installata servono autorizzazioni più rapide, procedure semplificate e un contesto regolatorio stabile.
L’associazione evidenzia come, senza un’accelerazione amministrativa, anche gli obiettivi più ambiziosi rischino di non tradursi in risultati concreti. In questo senso, AccelerateEU viene interpretato come un segnale politico che deve ora essere seguito da interventi operativi a livello nazionale ed europeo.
Il piano sollecita inoltre gli Stati membri ad attuare il Pacchetto Reti Europee, che include la risoluzione del problema delle liste d’attesa per la connessione alla rete: attualmente, ricordano gli analisti di WindEurope, ci sono 400 GW di capacità eolica in attesa di connessione.
Accumuli ed elettrificazione dei trasporti
Il settore degli accumuli rimarca una lacuna della visione Ue. Energy Storage Europe riconosce che AccelerateEU invii un messaggio chiaro sulla direzione della competitività europea, ma avverte che senza una strategia solida per lo storage questo obiettivo rischia di rimanere incompiuto.
L’elettrificazione, infatti, aumenta la necessità di flessibilità del sistema e rende imprescindibile lo sviluppo di capacità di accumulo. L’associazione sottolinea come il piano non contenga ancora misure sufficientemente dettagliate per sostenere il deployment dello storage, né strumenti di mercato in grado di remunerarne adeguatamente il valore.
Questo punto è particolarmente rilevante perché riguarda un aspetto di sistema: senza accumuli, l’integrazione massiccia delle rinnovabili diventa più complessa e costosa. Energy Storage Europe chiede quindi un quadro regolatorio e di mercato che riconosca pienamente il ruolo dell’accumulo, evitando che diventi l’anello debole della transizione.
Transport & Environment rilancia invece il tema della redistribuzione dei costi della crisi energetica. L’organizzazione critica l’assenza di misure più incisive nei confronti del settore dei combustibili fossili e propone l’introduzione di una tassa sugli extraprofitti delle compagnie petrolifere, come chiesto da diversi Paesi membri.
Secondo il tracker dei profitti petroliferi dell’associazione, le compagnie potrebbero realizzare un guadagno di 37 miliardi di euro sulle spalle degli automobilisti europei se le condizioni di mercato dettate dal conflitto in Medio Oriente dovessero perdurare per tutto il 2026.
Le risorse così generate dovrebbero essere destinate all’elettrificazione dei trasporti, considerata una leva fondamentale sia per ridurre la domanda di petrolio sia per abbattere le emissioni. Secondo questa lettura, la crisi energetica rappresenta un’opportunità per correggere squilibri strutturali, ma AccelerateEU non sfrutta pienamente questa possibilità. Il rischio è che gli interventi si concentrino sul contenimento dei prezzi senza modificare in modo significativo le dinamiche di fondo.
Serve maggiore diplomazia energetica
Una prospettiva ancora più ampia è quella proposta da ECCO Climate, che in un’analisi rilasciata il giorno prima della pubblicazione del piano da parte della Commissione europea aveva chiesto una strategia di diplomazia energetica comunitaria più incisiva. Il think tank italiano sottolinea come l’Unione debba rafforzare le proprie relazioni con partner strategici nel campo delle energie pulite, promuovendo cooperazione e investimenti internazionali.
In questo quadro, AccelerateEU rappresenta un passo importante ma ancora parziale, perché non integra pienamente la dimensione esterna con quella interna. La transizione energetica, secondo ECCO, è anche una questione di posizionamento globale: l’Europa deve diventare un attore capace di guidare le trasformazioni del sistema energetico internazionale, riducendo al contempo le proprie vulnerabilità.
Nel contributo si evidenziano le “cinque priorità per i prossimi tre anni”, che delineano una vera agenda operativa. In sintesi, il think tank propone anzitutto un approccio più mirato nei contesti multilaterali, con meno annunci e più focus sull’implementazione concreta dell’Accordo di Parigi.
In secondo luogo, la costruzione di partnership energetiche realmente reciproche, che rispondano ai bisogni dei Paesi partner e non solo agli interessi europei; terzo, l’integrazione strutturale tra energia, clima e politica estera, utilizzando tutti gli strumenti diplomatici dell’Ue in modo coordinato; quarto, il rafforzamento del sostegno finanziario e industriale alla transizione nei Paesi terzi, per evitare che siano costretti a scegliere tra sviluppo ed obiettivi climatici.
Infine, un maggiore coinvolgimento dell’opinione pubblica europea, oggi poco consapevole del ruolo e dell’impatto della diplomazia energetica dell’Unione.




























