Secondo il servizio di osservazione dell’Ue, Copernicus, il limite di incremento della temperatura della terra di 1,5° C come media pluriannuale auspicato a Parigi verrà superato già entro il 2030.
Nel 2025, inoltre, il contenuto di calore degli oceani, cioè la quantità di energia che si accumula dalla superficie fino a una profondità di duemila metri, ha raggiunto il livello più alto mai registrato. Si tratta di un segnale molto preoccupante, considerando che gli oceani assorbono oltre il 90% del riscaldamento causato dalle attività umane.
Malgrado il susseguirsi di dati allarmanti, l’attenzione sull’emergenza climatica si è ridotta notevolmente. Basta vedere l’evoluzione delle tematiche affrontate al World Economic Forum di Davos.
Sei anni fa, Larry Fink, amministratore delegato di BlackRock, un gruppo che gestisce patrimoni per 14mila miliardi $, si era speso per mobilitare Wall Street nella lotta al riscaldamento del pianeta, promettendo di trasformare la finanza. “Ogni governo, azienda e azionista deve affrontare il cambiamento climatico, l’emergenza numero uno del Pianeta”, aveva scritto Fink, chiedendo “una radicale riorganizzazione della finanza”.
In effetti le principali banche, gestori patrimoniali e proprietari di asset del mondo, si erano impegnati a utilizzare parte dei loro trilioni di dollari per cercare di arginare il cambiamento del clima.
E ricordiamo che Greta Thunberg, fino a tre anni fa era ancora al centro dell’attenzione di Davos e si scagliava contro i grandi gruppi energetici: “qui si incontrano quelli che distruggono il pianeta”.
Oggi la situazione è completamente cambiata.
Significativa, ad esempio la retromarcia di Larry Fink. E le alleanze, come la Net-Zero Banking Alliance e l’iniziativa Net-Zero Asset Managers, che avrebbero dovuto orientare gli investimenti verso l’energia pulita e allontanarli dai combustibili fossili, sono in gran parte fallite.
Di fronte alle ricadute della guerra in Ucraina e al ritorno di Trump alla Casa Bianca, Wall Street ha in gran parte abbandonato i suoi impegni sul clima.
Il cambio di marcia è chiaramente visibile analizzando i flussi netti di capitale verso i fondi d’investimento che scelgono aziende e titoli basandosi sul rispetto della sostenibilità ambientale e sociale. Così i titoli Esg, acronimo di Environmental, Social e Governance, nel 2024 si erano già ridotti a 32 miliardi di $, e nel 2025 hanno visto un disinvestimento netto di 57,5 miliardi.
“Queste società si erano iscritte senza avere la minima idea di cosa stessero firmando”, ha affermato Paddy McCully, analista di Reclaim Finance, un’organizzazione no-profit che spinge Wall Street ad affrontare il cambiamento climatico. “Si univano al gregge e volevano fare bella figura, ma non hanno mai avuto la minima intenzione di cambiare il loro modello di business”.
Per di più l’industria del fossile si è scatenata in una maxi operazione di lobbying con indicazioni agli eletti per leggi ad essa favorevoli.
Come ha affermato il nuovo amministratore dell’EPA, Lee Zeldin, “Stiamo conficcando un pugnale dritto nel cuore della religione del cambiamento climatico per abbassare il costo della vita per le famiglie americane, liberare l’energia americana, riportare i posti di lavoro nel settore automobilistico negli Stati Uniti”.
Un esempio di questo cambiamento viene dall’aggiornamento della dichiarazione di intenti di Tesla. Se in precedenza aveva affermato che si impegnava ad “accelerare la transizione mondiale verso un’energia sostenibile”, oggi afferma: “la nostra missione è costruire un mondo di straordinaria abbondanza”.
Ma l’abbandono dell’attenzione sulla mobilità elettrica ha generato forti contraccolpi.
Ford ha subito un calo di 19,5 miliardi di dollari nei suoi profitti per compensare questa svolta e Tesla ha perso la sua posizione di leader mondiale nella vendita di veicoli elettrici.
L’Europa sembra tenere a fatica la barra, con alcune incertezze come nel caso dell’annacquamento dello stop alla vendita di auto a combustione interna dal 2035.
Se però guardiamo la trasformazione energetica in atto a livello globale la situazione è più rosea.
Come chiarisce Francesco Starace, già amministratore delegato dell’Enel: “Ma quale retromarcia. L’Europa non si è fermata, non ha rinnegato nulla, continua ad aggiungere 50-60mila MW di rinnovabili ogni anno, e adesso si installano anche le batterie. Anche se non vogliamo, la transizione energetica sta avanzando. In Europa e pure in Italia”.
Vediamo allora qualche dato.
Nel 2024, le rinnovabili rappresentavano il 47,5% del consumo lordo di elettricità nell’Ue, un valore quasi triplo rispetto al 2004 quando la quota era del 15,9%.
Nel 2025 la situazione è ancora migliorata malgrado il minor contributo dell’idroelettrico e dell’eolico. Va soprattutto sottolineato che l’elettricità da solare e vento lo scorso anno in Europa ha coperto il 30% della produzione, sorpassando per la prima volta il contributo dell’elettricità da fossili.
E il fotovoltaico è diventata la fonte elettrica numero uno nella Ue nel giugno 2025, mese in cui la produzione solare ha fornito il 22% della generazione elettrica totale comunitaria.
Il Consiglio dell’Unione europea ha approvato in via definitiva a gennaio la normativa che vieta l’importazione di gas russo nell’Ue entro la fine del 2027. La decisione è stata presa con una maggioranza qualificata, nonostante l’opposizione di Slovacchia e Ungheria.
Dunque, l’Europa si avvia ad eliminare la dipendenza dal gas russo. Un buon risultato, peccato però che la Ue rischi di cadere in quella del gas statunitense.
Nel 2025 l’Europa ha importato più di un quarto del gas dagli Stati Uniti. E, secondo le proiezioni al 2030 di Energy Economics and Financial Analysis, l’import di gas Usa potrebbe raggiungere il 40% del totale.
La situazione non è dunque semplice. Una ragione in più per spingere con decisione la generazione di elettricità con le rinnovabili e l’impiego di sistemi di accumulo così come le misure per l’efficienza energetica. Ad esempio, la diffusione di soluzioni come le pompe di calore per ridurre la domanda di gas nel settore civile.
L’articolo è la prima parte dell’editoriale della rivista bimestrale QualEnergia n.1/2026. La seconda parte: Batterie, il fattore che rende “solida” la corsa delle rinnovabili (23 febbraio 2026)




























