Produzione di calore: le fossili ancora dominanti, solo il 14% è rinnovabile

Nel periodo 2018–2024 il consumo globale di calore è cresciuto del 6%, ma le rinnovabili hanno coperto solo la metà di questo aumento. Dalle analisi della Iea.

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La produzione di calore a livello globale continua a basarsi, in gran parte, sulle fonti fossili.

Secondo il report “Renewables 2025″ (link in basso) dell’Agenzia internazionale dell’energia (Iea), nel 2024 il calore ha rappresentato quasi la metà dei consumi energetici finali e il 37% delle emissioni di CO₂ legate all’energia, ma solo il 14% di quel calore è arrivato da fonti rinnovabili (esclusi gli usi tradizionali della biomassa).

Un dato che mostra quanto sia ancora lontana la decarbonizzazione di uno dei settori più difficili da trasformare: il calore per uso industriale e civile.

Stando ai dati riportati nell’indagine, nel periodo 2018-2024 il consumo globale di calore è aumentato del 6%, trainato soprattutto dall’espansione industriale in Asia e dalla crescita del fabbisogno nei Paesi emergenti.

Le rinnovabili (sempre escludendo le forme tradizionali di biomassa) hanno coperto solo la metà di questo aumento, portando la loro quota dal 12 al 14% del totale, come mostra la figura in basso, che illustra anche le previsioni al 2030, in cui comunque le proporzioni tra le fonti non sembrano variare di molto.

A livello globale, quasi l’80% della crescita del calore rinnovabile è arrivato dalla bioenergia (soprattutto nell’industria) e dall’elettricità rinnovabile, utilizzata per alimentare pompe di calore, caldaie e forni elettrici.

L’industria punta sull’elettrificazione, ma le fossili restano dominanti

Nel comparto industriale, la Cina guida la transizione. Negli ultimi sei anni il Paese ha registrato la maggiore crescita di calore rinnovabile al mondo, grazie all’utilizzo di scarti di biomassa e all’aumento dell’uso di elettricità rinnovabile per il calore di processo.

Seguono India e Unione europea: la prima grazie alle industrie dello zucchero e dell’etanolo, dove i residui di biomassa svolgono un ruolo centrale, la seconda per effetto della maggiore elettrificazione dei processi e del ricorso crescente alla geotermia.

Eppure, il bilancio resta squilibrato: nel periodo 2025-2030 la domanda di calore industriale è attesa in crescita del 14%, ma solo il 44% di questo aumento sarà coperto da rinnovabili. La quota complessiva del “calore verde” nell’industria dovrebbe crescere poco: dall’attuale 12% al 16% a fine decennio.

L’elettricità rinnovabile fornirà quasi l’80% della crescita del calore industriale “pulito”, spinta dall’aumento generale della quota rinnovabile nella produzione elettrica e contemporaneamente dal triplicarsi del consumo elettrico per il calore di processo.

Quest’ultimo, stima la Iea, che passerà dal 4% nel 2024 al 12% nel 2030: la crescente dipendenza dall’elettricità per il calore di processo dovrebbe derivare principalmente da industrie non energivore, grazie alle pompe di calore industriali sempre più capaci di soddisfare esigenze di temperatura fino a 200 °C, e dalle industrie del riciclaggio di rottami metallici e dell’alluminio, che utilizzano forni ad arco elettrico.

La bioenergia coprirà circa l’11% della domanda di calore industriale entro il 2030, in crescita di 1,7 EJ (+14%) da qui a fine decennio.

Edifici: entro il 2030 spodestata la bioenergia

Nel settore edilizio Cina, Ue e Stati Uniti concentrano da soli tre quarti della crescita del calore rinnovabile degli ultimi anni, grazie alla diffusione di pompe di calore e di riscaldatori elettrici alimentati da fonti rinnovabili.

La Iea prevede che tra il 2025 e il 2030 l’uso di calore rinnovabile negli edifici crescerà di quasi il 40%, portando la quota dal 16% al 21% del consumo totale. Entro il 2030, inoltre, l’elettricità rinnovabile supererà la bioenergia come principale fonte di calore verde negli edifici.

Le pompe di calore, pur avendo registrato un lieve calo globale delle vendite dell’1% nel 2024, e un brusco -21% nel mercato europeo, restano la tecnologia cardine della decarbonizzazione del riscaldamento. Oltre all’elettricità, sfruttano anche il calore ambientale, che da solo rappresenterà un quarto della crescita del calore rinnovabile negli edifici nel periodo 2025-2030 (+1,3 EJ).

Il solare termico, dopo anni di stasi, vedrà i suoi consumi in ripresa (+25%, pari a +0,4 EJ, da qui a fine decennio), così come la geotermia diretta, che potrebbe più che raddoppiare (+0,18 EJ nello stesso periodo).

Un settore chiave per il clima

La Iea lancia anche un avvertimento nel report: se non si ridurrà rapidamente l’uso di combustibili fossili per la produzione di calore, il settore da solo potrebbe consumare oltre un quinto del bilancio di carbonio globale compatibile con, l’ormai irragiungibile, obiettivo di 1,5 °C entro il 2030.

Nel periodo 2025-2030, le emissioni cumulative legate al calore raggiungeranno 100 Gt di CO₂, mentre le emissioni annuali aumenteranno ancora di 0,6 Gt (+4%). Un segno che la decarbonizzazione del calore, a differenza di quella elettrica, non ha ancora imboccato una traiettoria compatibile con gli obiettivi climatici.

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