Eolico offshore in Sicilia fra navi puniche e transizione energetica del XXI secolo

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Il faticoso percorso del progetto Med Wind a largo della Sicilia occidentale tra esigenze di decarbonizzazione ed archeologiche, con una classe dirigente che non si impegna a trovare una sintesi, imponendo nuovi e inutili paletti.

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La scelta fra preservare navi puniche di inestimabile valore in fondo al mare o la costruzione di nuovi parchi eolici offshore in quegli stessi mari è una scelta capziosa e fuorviante.

Può servire solo a nascondere altri interessi oppure una incapacità di sintesi fra esigenze pur diverse, che sono però ugualmente importanti e risolvibili.

Spieghiamo meglio la questione, facendo riferimento a uno dei due progetti eolici proposti nel tratto di mare a largo della Sicilia.

Il progetto di eolico offshore “Med Wind”

Il progetto Med Wind prevede la realizzazione fra il 2024 e il 2030 di un parco eolico offshore molto al largo delle Isole Egadi, con una potenza installata di circa 2,8 GW e una produzione stimata di 9 TWh l’anno.

Il parco sarebbe composto da 190 turbine galleggianti. In quanto galleggianti, le turbine non sono quindi assicurate al fondale marino con fondazioni stile piattaforma petrolifera, ma sono tenute in equilibrio da un sistema indipendente di contrappesi sottostante, agganciato alle sole strutture eoliche, che sono assicurate a loro volta al fondale con cavi molto meno impattanti rispetto alle fondazioni classiche, e che non richiedono trivellazioni o infissioni.

La realizzazione di questo impianto è funzionale agli obiettivi del Piano nazionale integrato economia e clima (Pniec) e da solo coprirebbe il 50% della crescita prevista dal Pniec per il comparto eolico.

L’iniziativa consentirà di generare energia elettrica verde pari al fabbisogno di 3,4 milioni di famiglie e di ridurre le emissioni di CO2 di circa 2,7 milioni di tonnellate l’anno, con un investimento complessivo di circa 9 miliardi di euro, cui sono da aggiungere circa 150 milioni  di euro annui per 25 anni, come spese di gestione e manutenzione del parco, secondo Renexia, la società italiana promotrice del progetto.

Di questi capitali, circa 6,5 miliardi di euro in investimenti e 141 milioni di euro di spese operative annue ricadranno sul territorio italiano. In particolare, 3,4 miliardi di euro investimento e 91 milioni di euro di spese operative annue interesseranno direttamente il territorio siciliano, ha indicato la società.

Il progetto Med Wind potrebbe creare circa 17.500 nuovi posti di lavoro in Italia, di cui 6.600 in Sicilia, nei sei anni stimati per la realizzazione. Per la gestione operativa nei 25 anni di vita previsti per l’infrastruttura saranno occupate poi 1.500 persone, di cui circa 680 sull’Isola, sempre secondo Renexia (il progetto orginale in sintesi che sarà comunque modificato, pdf).

L’opposizione al progetto

Regna però un po’ di confusione sulle critiche a questo progetto.

Con una risoluzione, presentata dal deputato regionale del Partito Democratico Nello Dipasquale su istanza di alcuni sindaci della fascia costiera, la Commissione Cultura del Parlamento siciliano ha recentemente censurato la proposta di progetto, affermando che “il Canale di Sicilia costituisce sito di rilevante interesse archeologico per la quantità e varietà di reperti sommersi”.

“In quella zona, ci sono tanti rinvenimenti di navi puniche di valore inestimabile, sebbene non ci sia oggi una campagna archeologica per risalire a questi manufatti”, ha detto a QualEnergia.it la deputata del Movimento 5 Stelle e membro della Commissione Cultura siciliana Roberta Schillaci, confermando l’orientamento espresso dalla risoluzione.

Sulle prime, e sulla base di una bozza di studio preliminare ambientale preparata da Renexia, i deputati siciliani avevano anche lamentato il fatto che l’isola risultasse completamente bypassata dal cavidotto di collegamento con la rete dell’alta tensione, che dal parco eolico sarebbe andato a connettersi direttamente in Campania.

Ciò avrebbe significato un bassissimo coinvolgimento della Sicilia e un’assenza di investimenti infrastrutturali di rete all’interno dell’isola per portare l’energia verde prodotta dall’impianto eolico nel resto d’Italia.

La sensazione era che fosse più questo aspetto a ostacolare il progetto che non la necessità di tutelare la eventuale presenza di reperti archeologici in fondo al mare.

Quali rimedi?

La procedura autorizzativa degli impianti offshore è di competenza del Ministero della transizione ecologica (Mite). Se il tracciato del cavo marino interessa le acque di competenza della Regione, quest’ultima sarà chiamata ad esprimersi in Conferenza dei Servizi al Mite, ma non avrà un potere vincolante; se il tracciato interesserà aree protette, sarà necessario un parere regionale di natura ambientale maggiormente rilevante del precedente.

Come operatore del sistema di trasmissione (TSO), Terna non ha comunque nessun ruolo nell’ambito del procedimento autorizzativo. Si tratta, infatti, di un ente “terzo” che deve garantire l’aderenza del progetto alla soluzione di connessione fornita al produttore e da questo accettata (STMG), oltre che ad alcuni standard tecnici a garanzia della sicurezza del sistema elettrico nazionale.

Preso atto della situazione nel suo complesso, Renexia sta preparando un nuovo studio ambientale che, secondo fonti della società, sarà presentato entro maggio al Mite nell’ambito della Valutazione d’impatto ambientale (Via) del progetto.

Il piano in preparazione ha completamente modificato il percorso del cavo, prevedendo che attraversi il territorio siciliano, con la relativa infrastrutturazione di rete dai punti di connessione nelle località di Partanna (TP) e Partinico (PA).

Renexia ha inoltre fatto una serie di precisazioni sui punti contestati, inviandole ai componenti della Commissione Attività produttive e a quelli della Commissione Cultura.

Nel tratto di mare individuato per la realizzazione del parco Med Wind, i ricercatori non hanno individuato alcun sito di interesse storico e archeologico, secondo quanto certificato dall’Istituto Anton Dorhn, tra i più importanti enti di ricerca al mondo nei settori della biologia marina e dell’ecologia, che ha messo a disposizione della soprintendenza tutta la documentazione raccolta, secondo Renexia.

Riguardo l’aspetto ambientale, circa l’80% dell’area studiata dai ricercatori dell’Anton Dohrn è risultata idonea ad accogliere le turbine galleggianti. Ampie aree di fondale sono caratterizzate da serio deterioramento, anche a causa di attività di pesca a strascico, e prive di significative forme di vita, secondo lo studio.

Non è quindi previsto alcun impatto negativo sull’ecosistema, mentre nella restante area, che è di interesse per la biodiversità, non verrà posizionata alcuna turbina, ha fatto sapere la società.

Circa l’impatto paesaggistico e turistico, la distanza di 60 km del parco eolico dalle coste e di 45 km dalle Isole Egadi consente di escludere impatti negativi, sempre secondo l’operatore eolico, mentre, secondo uno studio di Deloitte, il posizionamento degli aerogeneratori non interferirà con le rotte percorse dalle marinerie locali.

I contrari e gli scettici

Rassicurazioni e modifiche al piano preliminare, sebbene ancora ufficiose, non sembrano però avere fugato i dubbi e le critiche della politica siciliana.

“Non sappiamo – dicono da Cgil, Cisl e Uil Giovanni Di Dia, Franco Nuccio e Tommaso Macaddino – quali conseguenze l’impianto potrebbe portare per settori fondamentali per l’occupazione quali la pesca, l’ittiturismo e il turismo”, riportava ieri l’edizione palermitana de La Repubblica.

“Il problema comunque dipende dal fatto che quest’operazione la Sicilia se l’è vista calata dall’alto, senza alcuna pianificazione a livello nazionale e soprattutto di condivisione dal basso”, ha detto Schillaci a QualEnergia.it.

Renexia, da parte sua, respinge tale critica. Sono stati organizzati a partire dalla fine del 2020 una serie di incontri e colloqui preliminari, online a causa della pandemia, che hanno coinvolto direttamente il Governatore Nello Musumeci, il direttore del dipartimento energia della Regione e altri dirigenti, oltre ad un paio di sessioni informative pubbliche cui sono intervenute organizzazioni ambientaliste, sindaci dei comuni interessati e altri rappresentanti delle comunità locali, secondo la società.

A prescindere da questo, l’onorevole del M5S si chiede se non sia il caso di riconsiderare la dimensione del progetto, in modo da valutare la possibilità di spacchettare questo mega-impianto in una serie di impianti di minore grandezza, distribuiti possibilmente anche in altre regioni.

Si tratta di obiezioni e desideri che non tengono conto di molti altri fattori, sia di costo, che di impatto ambientale, che di tempo.

Costruire 10 impianti da 280 MW invece che uno solo da 2,8 GW, magari in 10 regioni diverse, decuplicherebbe le procedure autorizzative, primo ostacolo in assoluto qui in Italia a una maggiore diffusione delle rinnovabili, ma soprattutto moltiplicherebbe i costi di connessione, finanziamento e installazione, nonché l’impatto ambientale di 10 cavidotti, e molteplici punti di connessione sparsi per l’Italia invece che di un solo cavidotto e un paio di punti di connessione.

Conclusioni

Fatte salve tutte le dovute precauzioni, iter di legge e valutazioni di impatto ambientale che dovranno essere rispettate, ci sono molti aspetti di questa storia che lasciano interdetti e che esemplificano un andamento comune a molte aree del paese.

Un aspetto è quello secondo cui tante amministrazioni locali a corto di cassa tendono a vedere questi progetti come un “sacrificio” che mette sotto pressione le loro limitate capacità e di cui non vedranno necessariamente i frutti politici, visto che si concluderebbero anche anni dopo la fine dei loro mandati. Un “sacrificio”, come lo ha definito Schillaci, che le comunità locali devono “sobbarcarsi”, quando invece riteniamo sia abbastanza chiaro che si tratterebbe di un’opportunità.

I “sacrifici” in questo caso sono riferibili ai timori circa eventuali ripercussioni su settori come la pesca e il turismo – timori che però sembrerebbero infondati rispetto all’indotto di lavoro e investimenti di cui l’Italia in generale e la Sicilia in particolare beneficerebbero e alle rassicurazioni contenute nella relazione di VIA.

Sulla possibilità che la VIA stabilisca effettivamente che il trade-off fra costi e benefici di questo impianto sia tutto sommato positivo, Schillaci ha chiesto che si riuniscano in seduta comune tutte e tre le commissioni interessate, per capire meglio la situazione, aggiungendo che “aspettiamo di vedere questa nuova VIA”.

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