Povertà e transizione energetica: perché la soluzione tecnocratica non basterà

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La transazione energetica richiede un approccio socio-ecologico per affrontare seriamente la crisi climatica. Il vero compito è coinvolgere tutte le persone affinché nessuno resti indietro.

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Articolo pubblicato sul n.1/2022 della rivista bimestrale QualEnergia

Nella lotta contro i cambiamenti climatici fa bene ricordarsi del passato per capire come salvare il futuro.

La speranza, alla fine dell’ultimo secolo, era quella di poter risolvere la crisi del clima nell’arco di uno, al massimo due decenni, con misure di mitigazione tutto sommato di “business as usual”.

Negli anni Zero divenne ovvio che di “crisi” non si trattava più, ma di una nuova, anche se falsa, realtà di caos climatico che avrebbe richiesto misure incisive di adattamento per convivere con gli impatti e una trasformazione molto radicale del sistema energetico per non distruggere la base naturale della vita umana.

Le barriere e gli ostacoli alla transizione energetica sono imponenti. Poteri economici e politici consolidati, ma anche una cultura fossile radicata nella vita quotidiana di tutti e tutte nei paesi ricchi e di un gruppo crescente dei paesi poveri. Negli ultimi anni, mentre emergevamo le dimensioni della trasformazione energetica, diventavano più evidenti le implicazioni sociali ed economiche di ciò.

Tra le possibili trasformazioni energetiche sarà decisivo scegliere che tipo di sistema energetico costruire, dove e con quale distribuzione di costi e benefici.

L’Unione europea ha preso atto delle implicazioni normative ed etiche e dei relativi conflitti, con la formula “transizione giusta” e ancora in modo più deciso con lo slogan “per non lasciare indietro nessuno”.

Un’immagine accattivante, alla quale corrisponde poco nella realtà. Suggerisce un movimento di massa a favore della transizione energetica, nel quale alcune persone sono più avanti, altre indietro, e dove occorre non lasciare indietro nessuno. In Europa invece una maggioranza dei cittadini e delle cittadine non si considera parte di questo processo, sta ferma a guardare, spesso con sfiducia e ansia.

Per non lasciare indietro qualcuno, si deve dare una buona ragione ai soggetti in questione affinché si attivino per rivendicare la propria cittadinanza energetica. Perché dovrebbero? Per curare i propri interessi e diritti e non lasciare le decisioni sul sistema energetico del futuro a banche e investitori, policy maker, esperti, ingegneri e funzionari dentro e fuori le pubbliche amministrazioni e tantomeno ai movimenti ambientalisti.

Nella misura in cui emerge la dimensione socio-ecologica della transizione energetica, diventa evidente che una soluzione tecnocratica non funzionerà. Forse sarà fattibile, ma sicuramente non desiderabile e, quasi sicuramente, non raggiungerà il suo obiettivo, cioè abbassare e portare a zero le emissioni di CO2.

Il compito è un altro: portare i due terzi che attualmente stanno a guardare all’interno del processo di trasformazione energetica. Come? Un primo passo potrebbe essere riconoscere che queste persone esistono e che hanno diritti e doveri in un futuro energetico sostenibile, passo che richiederà comunque una profonda svolta eco-culturale.

Nel Piano d’Azione Energia Sostenibile e Clima di un grande comune italiano con un buon rating di sostenibilità, come azione per combattere la povertà energetica si legge: «L’Amministrazione comunale intende promuovere un tavolo di lavoro per individuare le situazioni di fragilità che comportano anche una condizione di povertà energetica a partire dai percettori dei bonus acqua luce e gas».

Il giorno in cui chi percepisce il bonus acqua luce e gas si siederà a quel tavolo di lavoro come partecipante a pieno titolo insieme ai funzionari dell’ufficio tecnico e dei servizi sociali, sarà compiuto un grande passo in avanti per combattere la povertà e mandare avanti la transizione energetica.

L’articolo è stato pubblicato sul n.1/2022 della rivista bimestrale QualEnergia con il titolo “Povertà”.

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