Sarà una donna, la prima in assoluto a guidare l’Organizzazione mondiale del commercio (Wto: World Trade Organization), a promuovere un sistema economico più “verde”?

Ngozi Okonjo-Iweala, nigeriana naturalizzata statunitense, 66 anni, è stata nominata al vertice del Wto, sostenuta dalla maggior parte dei paesi membri dell’organizzazione, compresi gli Stati Uniti grazie al cambio di rotta di Joe Biden (Donald Trump aveva posto il veto alla sua candidatura).

La nuova direttrice del Wto ha guadagnato l’appoggio di molti governi con la sua “promessa” di aggiornare le regole degli scambi commerciali globali alle sfide del nostro secolo: cambiamenti climatici, economia circolare, lotta contro la povertà, crescita delle tecnologie pulite. Come ha scritto su Twitter dopo la sua elezione: “Forget Business as usual!”

Ma il suo sarà un compito difficile: il Wto potrebbe diventare un terreno di scontro sulle politiche per il clima, con una possibile nuova guerra commerciale all’orizzonte.

Certo l’esperienza non manca a Ngozi Okonjo-Iweala. Si è formata in economia negli Stati Uniti (Harvard e Massachusetts Institute of Technology), è stata ministra delle Finanze della Nigeria (prima donna a ricoprire quel ruolo, per ben due volte), ha lavorato per 25 anni come economista presso la Banca Mondiale ed è membro di vari consigli di amministrazione, tra cui Standard Chartered Bank e Twitter.

I possibili conflitti in seno al Wto, per quanto riguarda l’azione climatica e la volontà di accelerare la transizione ecologica-energetica, si giocheranno su due fronti in particolare.

Il primo è quello delle tasse sulla CO2 alle frontiere nazionali.

L’Europa sembra molto agguerrita e punta a introdurre un meccanismo di “aggiustamento” del carbonio (CBAM: carbon border adjustment mechanism), per far pagare le emissioni di anidride carbonica alle importazioni di determinati prodotti.

La Commissione per l’ambiente dell’Europarlamento (Envi: Committee on Environment) ha appena adottato una risoluzione che appoggia questo provvedimento.

L’obiettivo è garantire che tutte le imprese, europee e straniere, possano competere tra loro con le stesse regole ambientali, in virtù di un prezzo del carbonio sulle importazioni volto a perseguire obiettivi climatici e strettamente collegato al mercato europeo ETS (Emissions Trading Scheme).

Per un approfondimento si veda l’articolo Chi inquina paga, anche alla frontiera: ecco come l’Europa pensa di “tassare” la CO2.

Gli eurodeputati della Envi sostengono che il prezzo del carbonio alla frontiera, entro il 2023 dovrà riguardare tutte le importazioni di prodotti e materie prime che ricadono sotto l’ombrello dell’ETS: non solo gli impianti che producono energia, ma anche le industrie pesanti come acciaio, cemento, alluminio, vetro, fertilizzanti e così via.

Anche Stati Uniti e Gran Bretagna sono favorevoli a introdurre misure di carbon pricing, mentre paesi come Russia e Australia sono contrari; resta da chiarire il ruolo della Cina.

Il punto è che il prezzo del carbonio alle frontiere rischia di cozzare contro le norme di libera concorrenza del Wto, trasformandosi in un vero incubo diplomatico e legale.

Il secondo fronte di possibili tensioni al Wto è la proposta europea di rimuovere le tariffe su alcuni prodotti che contribuiscono a determinati obiettivi ambientali come la mitigazione climatica: ad esempio, prodotti che contribuiscono direttamente a ridurre le emissioni di CO2, come le tecnologie pulite per le energie rinnovabili (pannelli solari, turbine eoliche e così via).

Una proposta per un accordo in tal senso (EGA: Environmental Goods Agreement) si era già arenata nel 2016, perché non si trovava una posizione comune sulla lista di beni da considerare con un elevato valore ambientale. Vedremo allora se e come riprenderanno i negoziati.

Se ne parlerà al prossimo vertice generale del Wto a giugno, in Kazakhstan.