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Negli anni ’60 l’industria del carbone sapeva dei cambiamenti climatici e delle sue cause

Un articolo del 1966, venuto alla luce da poco, ci racconta che l'industria del carbone sapeva già molte delle cose che oggi conosciamo sui cambiamenti climatici. Poi ci sono stati decenni di deliberata disinformazione. I documenti dell'epoca.

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Quando i grandi gruppi energetici ci informano che vogliono diventare grandi promotori delle fonti rinnovabili e ci dicono che vogliono fare il massimo per riuscirci, andiamo a vedere i fatti.

Dietro queste dichiarazioni o a marginali azioni e investimenti che vanno in questa direzione spesso queste aziende seguitano nelle loro tattiche dilatorie rivolte a rinviare una modifica sostanziale del sistema energetico basato sulle fonti convenzionali/fossili che fino al giorno prima rappresentavano il loro vero core business.

Ci sono strategie o approcci più o meno aggressivi come: “il cambiamento deve avvenire con il consenso internazionale”, “servono fonti di accompagnamento (gas) alla transizione 100% rinnovabili”, “le rinnovabili sono ancora troppo costose”. Oppure si punta a mutare la stessa natura “distribuita” delle rinnovabili con mega progetti green che ricalcano quelli della generazione centralizzata fossile e nucleare.

E poi sono soliti comprarsi stampa e scienziati.

Le grandi aziende energetiche sanno che sta cambiando l’atteggiamento dell’opinione pubblica sui cambiamenti climatici e anche loro conoscono chiaramente il pericoloso impatto dell’energia fossile sul clima e sulle popolazioni.

E lo sanno da molto tempo. E per questo spendevano e spendono ingenti risorse per fare disinformazione (caso Exxon è tra i più eclatanti), consapevoli che una politica che acceleri lo sviluppo delle rinnovabili avrebbe effetti negativi sui bilanci delle loro aziende. E fin qui niente di nuovo.

Si sa pure che da almeno 30 anni le più grandi compagnie delle fossili sono a conoscenza del fatto che le loro attività causano il cambiamento climatico. Per questo motivo hanno deliberatamente manipolato l’opinione pubblica, minimizzando i rischi del global warming e mettendo in dubbio la relazione tra clima ed emissioni di CO2 da combustione di carbone, petrolio e gas. Una strategia che purtroppo sembra aver avuto successo.

Alcuni anni fa l’Ong statunitense Union of Concerned Scientists (UCS) ha raccolto in un dossier  una serie di importanti documenti che provano come i grandi del petrolio e del carbone abbiano agito in malafede.

L’industria del carbone lo sa dagli anni ‘60

Ma è interessante scoprire che la consapevolezza di muoversi su un terreno ambientalmente critico, l’industria del carbone statunitense, ad esempio, ce l’ha da oltre 50 anni. Lo rivela un documento degli anni ’60, recentemente riportato alla luce. Si tratta di un articolo che può costituire una delle prime prove della conoscenza della relazione “energia fossile-emissioni-mutamenti del clima” da parte del settore energetico.

In un articolo tecnico pubblicato nell’agosto 1966 della rivista “Mining Congress Journal”, James Garvey, l’allora presidente della Bituminous Coal Research Inc., che sviluppò apparecchiature per il controllo dell’inquinamento, discusse lo stato degli inquinanti e la loro regolamentazione nell’industria carboniera (allegato in basso).

Una buona parte del documento riguarda la questione dello zolfo presente nel carbone, ma un’altra piccola parte all’inizio dell’articolo fa riferimento alle emissioni di anidride carbonica e mette in luce “gli aspetti di vasta portata del problema dell’inquinamento atmosferico”.

Vi sono prove che la quantità di anidride carbonica nell’atmosfera terrestre sta aumentando rapidamente a causa della combustione di combustibili fossili”, scriveva Garvey. “Se il futuro tasso di aumento continuerà come ora, è stato previsto che, poiché la CO2 riduce le radiazioni solari, la temperatura dell’atmosfera terrestre aumenterà e che ciò comporterà grandi cambiamenti nei climi della Terra”.

Garvey conclude il paragrafo, osservando: “Tali cambiamenti di temperatura causeranno lo scioglimento delle calotte polari, che a sua volta comporterà l’inondazione di molte città costiere tra cui New York e Londra”. L’esistenza dell’articolo è stata scoperta questo agosto dall’ingegnere Chris Cherry dell’Università del Tennessee, Knoxville, che lo ha trovato casualmente su vecchie riviste che stavano per essere gettate via.

Le osservazioni di Garvey dimostrano una certa, sebbene ancora grezza, consapevolezza scientifica sui cambiamenti climatici anche a metà degli anni ’60.

In un articolo su Huffpost, l’ing. Cherry ha detto: “Ha descritto abbastanza bene una versione di ciò che oggi conosciamo come cambiamento climatico: aumento delle temperature medie dell’aria, fusione delle calotte polari, innalzamento del livello del mare. È tutto lì dentro.

Ma l’articolo di Garvey non è l’unica voce che riconosce i pericoli dell’inquinamento prodotto dal carbone nello stesso numero di quella rivista pubblicata nell’agosto del 1966.

In un articolo che segue quello di Garvey, l’ingegnere della combustione James Jones di Peabody Coal (ora la società si chiama Peabody Energy, la più grande azienda privata di carbone al mondo), non affronta il problema del riscaldamento globale, ma ammette che gli standard di inquinamento dell’aria per proteggere la salute hanno un posto rilevante, dicendo che “la situazione è urgente” (allegato in basso).

“Siamo favorevoli a ripulire la nostra aria – scrive Jones – e in effetti, stiamo acquistando tempo. Ma dobbiamo usare questo tempo in modo produttivo per trovare le risposte ai molti problemi irrisolti”.

Nei decenni successivi, Peabody Energy avrebbe poi finanziato diversi gruppi politici e industriali che si opponevano alle norme ambientali e che negano gli effetti della CO2 sui cambiamenti climatici. Un negazionismo spinto alla sua forma più radicale (“la CO2 fa bene”), ed è tutto documentato.

Quindi, Peabody avrebbe guadagnato molto più tempo di quanto Jones avesse mai immaginato. Insomma, nel 1966 gli impatti del carbone su clima e temperature globali non erano sconosciuti o tenuto segreti. Tanto che l’anno prima, nel novembre del 1965, un comitato consultivo scientifico degli Stati Uniti informò il presidente Lyndon Johnson dei processi di riscaldamento globale in corso a causa della combustione di combustibili fossili (il documento del comitato).

“L’uomo sta conducendo inconsapevolmente un vasto esperimento geofisico. Nel giro di poche generazioni sta bruciando i combustibili fossili che lentamente si sono accumulati nella terra negli ultimi 500 milioni di anni”, dice il rapporto. “I cambiamenti climatici che possono essere prodotti dall’aumento di CO2 potrebbero essere deleteri per gli esseri umani”.

Ma sappiamo pure che anche allora questa era una vecchia notizia. I pericoli del cambiamento climatico avevano occupato le prime pagine dei giornali già nel lontano 1912, cioè più di 100 anni fa. E anche la stampa popolare ne parlò per tutta la prima metà dello scorso secolo.

Quale posizione prese oltre 50 anni fa l’industria del carbone alla luce di questi rischi? Nel suo articolo l’ingegnere Jones della Peabody si chiese infatti: “Cosa può fare un individuo con un interesse personale nel futuro della nostra industria?

Tra le risposte che diede a sé e ai suoi colleghi del settore eccone alcune: “sii un emissario di pubbliche relazioni per l’industria carboniera; spiega ai tuoi vicini, amici e al pubblico quanto sia importante il carbone per la loro esistenza quotidiana; parla anche degli sforzi cooperativi a tutto campo dell’industria carboniera per ridurre l’inquinamento atmosferico”.

I consigli sono stati accolti dai successori e diventati un modus operandi dell’azienda e di tante altre, ma in forme meno trasparenti e molto più subdole e aggressive, tanto che per moltissimi anni non abbiamo avuto nemmeno le prove di chi operasse concretamente a favore di questa disinformazione sul tema.

Gli articoli del “Mining Congress Journal” (agosto 1965) su ClimateFiles

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