L’appello OCSE: agire su fisco e finanza per salvare clima e biodiversità

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Eliminare i sussidi dannosi, aumentare la fiscalità ambientale, valutare i rischi climatici nelle decisioni d’investimento: le raccomandazioni dell’OECD.

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La perdita della biodiversità sul nostro Pianeta è uno dei principali rischi del ventunesimo secolo, perché sta minacciando sempre di più la sopravvivenza di interi ecosistemi, con effetti devastanti per l’uomo e la natura: è l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OECD o OCSE) a rilanciare l’allarme sulla biodiversità, con un rapporto presentato al G7 Ambiente che si è appena svolto a Metz, in Francia.

Nel documento Biodiversity: Finance and the Economic and Business Case for Action (allegato in basso), l’OECD evidenzia come l’attuale modello economico sia in buona parte incompatibile con la tutela ambientale, come confermano alcuni dati sulla velocità con cui si stanno degradando le risorse naturali.

Ad esempio, si legge nel rapporto, in soli cinque anni, dal 2010 al 2015, nel mondo si sono persi in media 6,5 milioni di ettari di foreste ogni anno: in pratica, è come se fosse scomparsa una foresta più grande del Regno Unito; e dal 1970 al 2015 le paludi e le zone acquitrinose si sono ridotte del 35% a livello globale.

Quasi in contemporanea con l’analisi dell’OECD è stato pubblicato il maxi rapporto delle Nazioni Unite sulla biodiversità, con i suoi dati altrettanto allarmanti. In particolare, circa un milione di specie animali-vegetali rischia l’estinzione, in molti casi già nei prossimi decenni.

La perdita di biodiversità poi finisce per accentuare gli effetti dei cambiamenti climatici, portando verso un maggiore surriscaldamento del Pianeta, proprio perché spariscono vaste aree verdi, che funzionano come immensi bacini naturali di assorbimento della CO2.

Nel suo discorso al G7, il segretario generale dell’OECD, Angel Gurría, ha spiegato come andrebbe riequilibrata la finanza mondiale.

Bisogna agire in più direzioni: per prima cosa, bisogna potenziare le politiche fiscali di tipo ambientale (vedi qui il dibattito sul carbon pricing), che al momento coprono una percentuale irrisoria del prodotto interno lordo globale.

Poi occorre eliminare i sussidi dannosi per la biodiversità, soprattutto quelli indirizzati alla produzione e al consumo dei combustibili fossili e alle attività agricole pericolose per gli ecosistemi, ad esempio quelle che prevedono massicci disboscamenti per fare posto alle colture; sussidi che secondo l’OECD ammontano ad almeno 500 miliardi di dollari l’anno, dieci volte più del denaro speso per la conservazione della biodiversità (qui si parla di poco meno di 50 miliardi di $ l’anno, ma sono stime parziali e incomplete).

Un altro punto fondamentale, sottolinea l’OECD, è incorporare le valutazioni sulla biodiversità nelle scelte d’investimento; in altre parole, bisogna considerare con molta più attenzione i rischi climatici/ambientali collegati agli investimenti nei vari settori.

Infine, occorre definire obiettivi ambiziosi e misurabili per la tutela della biodiversità e il ripristino degli ecosistemi degradati.

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