Iperammortamento e fotovoltaico. Dure critiche alla norma “pro Enel”

CATEGORIE:

La nuova misura in arrivo con la legge di Bilancio favorisce i moduli della controllata 3Sun a scapito di altri prodotti made in Europe. Una scelta politica senza giustificazioni tecniche.

ADV
image_pdfimage_print

Se per accedere al nuovo iperammortamento disegnato nel Ddl Bilancio gli impianti fotovoltaici dovranno obbligatoriamente avere moduli Made in Europe censiti nel registro Enea, usare i moduli ad eterogiunzione come quelli prodotti al momento solo da Enel 3Sun darà un incentivo maggiorato, senza bisogno di fare interventi di efficienza energetica.

Questa è la norma contenuta nella manovra inviata alla Camera che sta facendo storcere il naso ad alcuni nel settore.

Il registro Enea

Le radici della vicenda affondano nel decreto-legge 181/2023, approvato a dicembre 2023, che ha istituito presso l’Enea un registro dei moduli fotovoltaici “Made in EU ad alta efficienza”.

L’articolo 12 del provvedimento suddivide i prodotti in tre categorie: “A” per i moduli prodotti in Unione europea con efficienza a livello di modulo almeno pari al 21,5%; “B” per moduli prodotti in Ue con efficienza di cella almeno al 23,5%; “C” per moduli “composti da celle bifacciali ad eterogiunzione di silicio o tandem prodotte nell’Ue, con efficienza di cella almeno pari al 24%”.

Già allora QualEnergia.it aveva osservato che la terza categoria sembrava fatta su misura per i moduli di 3Sun, la controllata Enel che nel suo stabilimento di Catania è l’unica realtà europea al momento in grado di produrli, specie dopo che la tedesca Meyer Burger a settembre scorso ha dichiarato insolvenza cessando la produzione.

Oggi, guardando il registro Enea, tra i moduli registrati come categoria “C” figurano infatti solo quelli di Enel 3Sun e alcuni modelli di Meyer Burger, che però hanno interrotto la produzione in Europa. Tutti gli altri moduli “Made in EU” sono classificati nelle categorie A e B.

Il registro è poi stato usato per favorire i moduli di categoria “C” con Transizione 5.0, che garantiva a questi prodotti una maggiorazione del credito d’imposta del 10% maggiore rispetto a quelli “B” e del 20% in più rispetto a quelli “A”. Ora torna in campo per dare un vantaggio a moduli come quelli prodotti da 3Sun anche con il nuovo iperammortamento.

Il nuovo iperammortamento

La legge di Bilancio 2026, nel testo ora all’esame del Parlamento, all’articolo 94, reintroduce l’ex iperammortamento 4.0, consentendo alle imprese che nel 2026 investono in beni strumentali nuovi di maggiorare fiscalmente il costo dell’investimento con aliquote del +180% fino a 2,5 milioni  di euro, +100% tra 2,5 e 10 milioni e +50% tra 10 e 20 milioni.

Tra questi beni rientra anche il fotovoltaico in autoconsumo, purché realizzato con moduli iscritti nel registro Enea, che siano di categoria A, B o C.

Dove c’è un favoritismo per i moduli 3Sun rispetto agli altri Made in EU è nei commi 5 e 6 della norma. Si prevede, infatti, che il beneficio salga ulteriormente – fino a +220%, +140% e +90% – se l’investimento consente una riduzione dei consumi energetici di almeno 3% sulla struttura produttiva o 5% sui processi e, in parallelo, si dispone che la riduzione dei consumi “si considera in ogni caso conseguita” in tre casi, tra cui se si installa un impianto FV con moduli di categoria “C” del registro Enea.

Tradotto: chi installa moduli 3Sun ottiene automaticamente la maggiorazione massima, senza dover dimostrare alcun risparmio energetico. Tutti gli altri impianti, invece, devono certificare la riduzione dei consumi per ottenere lo stesso beneficio.

Le critiche

Tra i primi a farsi sentire contro la norma è stato Nicola Baggio, direttore tecnico di FuturaSun, altro produttore italiano di moduli. In un post pubblico su LinkedIn e poi contattato da QualEnergia.it, Baggio contesta l’impianto tecnico della misura.

“È contro le leggi della fisica dire che installando quei moduli si ottiene automaticamente un risparmio energetico. Saranno, al contrario, gli unici casi in cui non ci sarà nessuna efficienza energetica nelle aziende”, osserva.

“È falso – prosegue – che i moduli di categoria C siano più efficienti: si gioca in modo scorretto tra efficienza di cella e di modulo. Se ordinate i modelli sul portale Enea, vedrete che i moduli meno efficienti sono tutti di tipo C”.

In realtà, l’analisi delle schede pubblicate da Enea mostra che i cinque pannelli più efficienti del registro appartengono tutti alla categoria “A”, con efficienze di modulo tra il 23,1% e il 23,6%, mentre i cinque meno efficienti sono tutti di categoria “C”, con efficienze di modulo comprese tra il 20,1% e il 20,7%.

In sostanza, la categoria che oggi dà accesso ai massimi benefici fiscali risulta quella con i moduli meno efficienti dal punto di vista reale.

Una questione politica

“Qui l’arbitro – il ministero dell’Economia e delle Finanze – è anche giocatore, perché è azionista di Enel, e si scrive una norma per garantirsi un flusso di cassa di decine di milioni di euro. Così si danneggiano gli altri produttori europei e si scoraggia chi vuole investire in Ue”, denuncia il CTO di FuturaSun.

Anche Alessandro Virtuani, fisico e ricercatore con lunga esperienza nel fotovoltaico – già al JRC della Commissione europea e oggi collaboratore di EPFL e CSEM – condivide l’analisi critica. “Quella postilla nella legge di Bilancio è sfacciatamente pro Enel – osserva –tanto che in Europa, sull’eterogiunzione, è rimasta solo 3Sun, mentre Meyer Burger ha già chiuso. È una scelta politica, non tecnologica, pensata per sostenere un impianto che non regge il confronto di mercato con i moduli cinesi”.

Va ricordato, aggiungiamo noi, che se dal punto di vista tecnico e tecnologico la scelta non è giustificabile e senz’altro va a minare la concorrenza, come denuncia Baggio, dal versante politico potrebbe anche avere un senso.

Si tratta di sostenere una partecipata pubblica che crea lavoro di qualità in un’area come quella del catanese, e in un settore che guarda avanti come la produzione di moduli FV: l’obiettivo occupazionale dichiarato da 3Sun è di circa 900-1.000 posti di lavoro diretti più circa 1.000 nell’indotto.

QualEnergia.it ha chiesto al Mef di chiarire quali criteri tecnici e procedurali abbiano portato all’inserimento di quella specifica tecnologia nell’articolo 94 e se, considerando la partecipazione statale in Enel, non vi sia un conflitto d’interesse. Ma al momento non abbiamo avuto risposta, anche se l’ufficio stampa sta esaminando la questione. Anche Enel per ora non ha risposto alle nostre richieste di commento.

Le difficoltà nel promuovere il FV Made in EU

La tecnologia HJT (eterogiunzione), ci spiega Virtuani, aveva alcuni vantaggi di efficienza e stabilità, ma la TopCon “è arrivata più in fretta e a costi più bassi“, con prestazioni oggi comparabili.

Allo stesso tempo, avverte, “le TopCon restano una tecnologia senza vero track record, con problemi di degradazione da umidità e raggi UV, celle sempre più sottili e materiali poco standardizzati: stiamo cambiando troppi parametri insieme e l’affidabilità a 25-30 anni è tutta da dimostrare”.

Più in generale, l’esperto ritiene che l’Europa debba evitare norme “ad personam” e adottare criteri orizzontali e verificabili per sostenere la manifattura fotovoltaica. “Meglio, ad esempio, fissare requisiti di impronta di CO₂ e di contenuto europeo validi per tutti, come fa la Francia nei suoi bandi, invece di inserire una lettera messa lì per un produttore”, spiega Virtuani.

Ma questo richiede una strategia più ampia: “Servono barriere contro le vendite sotto costo e incentivi stabili di medio periodo, sul modello dell’Inflation Reduction Act statunitense. Solo una di queste due cose non basta”.

In conclusione, per Virtuani “non può essere una legge di Bilancio a decidere la tecnologia ‘migliore’. Se l’Europa vuole davvero riportare la manifattura fotovoltaica deve premiare l’affidabilità e la sostenibilità reale, non creare vantaggi nominali per un’unica tecnologia”.

ADV
×
Privacy Policy Cookie Policy