Il pasticcio degli sconti in fattura: l’offensiva dei grandi mette gli installatori FV alle strette

Piccole e medie imprese fotovoltaiche chiedono lo stralcio della norma, ma politicamente potrebbe essere difficile. Poi ci sono i rischi per i consumatori.

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Grandi aziende della distribuzione elettrica e della vendita al dettaglio non hanno perso tempo nello sfruttare l’opportunità offerta dai cosiddetti “sconti in fattura”, possibili grazie all’articolo 10 del Decreto Crescita.

Il decreto dà la possibilità di cedere al fornitore la detrazione fiscale, permettendo ai consumatori di risparmiare subito il 50% sui prezzi standard pagati fino a pochi mesi fa per gli impianti fotovoltaici e per altri interventi di risparmio energetico.

I big energetici, all’indomani dell’approvazione del decreto, lo scorso luglio, hanno così cominciato a pubblicizzare impianti FV a prezzi dimezzati, come si può vedere di seguito, in alcuni esempi di comunicazione online di alcune grandi aziende, qui a titolo puramente esemplificativo.

Quelli che i clienti residenziali effettivamente pagano a queste grandi aziende sono prezzi finora spuntati dai proprietari di grandi impianti da decine di MW; il resto del costo è coperto dallo sgravio fiscale, che va direttamente al venditore.

Per fare un esempio, Ikea fa un prezzo di poco più di  887 €/kWp per un impianto “chiavi in mano” da 2,8 kWp con moduli Trina Solar, JA Solar o simili e inverter ABB. Prezzo finale al cliente con la cessione del credito: 2.485 euro, Iva inclusa.

Se l’impianto Ikea è da 3,2 kWp, il prezzo scende a poco più di 878 €/kWp. Se ci si aggiunge un sistema di accumulo Azzurro agli ioni di litio da 5 kWh, il prezzo complessivo di impianto da 3,2 kWp più storage, con cessione del credito, è di 5.090 €, meno di quanto fino a pochi mesi fa spesso si pagava per un impianto da 3 kWp senza accumulo.

Il prezzo al kWp scende ulteriormente con Enel X, che pubblicizza il suo impianto “chiavi in mano” da 3 kWp a 2.495 euro, corrispondenti a poco più di 831 €/kWp.

Se le grandi aziende sembrano aver accolto bene l’iniziativa del governo, riducendo drasticamente l’addebito in fattura per il cliente finale, non altrettanto si può dire delle piccole e medie imprese, di cui difficilmente si riescono a trovare offerte simili online.

Secondo Confartigianato, infatti, si tratta di “una misura insostenibile che, di fatto, costituisce un ulteriore ostacolo per l’artigianato ed è l’ennesimo regalo fatto ai grossi gruppi industriali che stanno già lentamente, ma inesorabilmente, assorbendo le tante commesse che non possono essere assolte, a queste condizioni, da imprese meno strutturate a causa dell’impossibilità di portarle a compimento”.

Il provvedimento al centro delle critiche da parte delle PMI consente ai contribuenti di avere uno sconto immediato in fattura pari all’importo detraibile sugli impianti fotovoltaici, il noto “50% in 10 anni.”

Invece di detrarre il 50% in 10 anni, l’acquirente dell’impianto FV può cedere all’impresa installatrice il proprio credito, che l’azienda riconosce all’acquirente come sconto immediato in fattura e che questa può poi: o recuperare con un credito d’imposta in compensazione di imposte e contributi dovuti, oppure cedere a sua volta ai propri fornitori di beni e servizi, ad esclusione di banche e pubbliche amministrazioni.

Le società di installazione FV medio-piccole in questo momento si sentono spinte ai margini del mercato e in difficoltà nel trovare contromosse sull’unico terreno che consentirebbe loro di competere, cioè la forza finanziaria.

“Non si sa dove sbattere la testa”, ci spiega Massimo Venturelli, Vicepresidente dell’Associazione Tecnici Energie Rinnovabili (ATER). “Non è una questione di lavorare meglio, devi trovare degli escamotage a livello fiscale, finanziario”.

Circa la possibilità che i piccoli installatori riescano ad offrire gli stessi sconti dei grandi facendo fronte comune, per esempio, fra di loro o con i fornitori di materiali, cedendo cioè a questi il credito, Venturelli è pessimista.

“Nemmeno i fornitori hanno tutto questo margine, hanno pochi punti percentuali; dove li vanno a trovare tutti questi margini?”, si è chiesto.

“Quello che può fare un piccolo è una cosa tipo un ‘concorso a premi’, uno su 10 vince e a quello gli fai il 50% di sconto. Però sono tutti discorsi in cui più che fare una strategia si gioca un po’ d’azzardo. Non vince la professionalità… conta solo il prezzo; allora la cosa migliore a questo punto è allearsi direttamente con i cinesi, tanto loro i soldi ce li hanno e abbiamo risolto”.

I piccoli, insomma, già lavorano con margini risicati all’osso e rinunciare subito a metà del fatturato, per  recuperarlo eventualmente dopo molti mesi, pone ostacoli finanziari e di cassa insormontabili, aggirabili solo ricorrendo a scorciatoie sulla qualità dei materiali, dei servizi e della sicurezza.

Si rischia, insomma, che i consumatori si ritrovino con impianti fatti male, di fretta, da parte di piccole società che, pur di non perdere il cliente e fatturare qualcosa, cercano di ritagliarsi nuovi minimi margini, risparmiando sul numero delle staffe di ancoraggio, sul tipo di morsetti, sulla qualità dei cavi, sulla guaina per isolare i fori sul tetto e su una miriade di altri componenti e servizi da cui dipende il buon funzionamento dell’impianto negli anni.

Secondo Venturelli, fra l’altro, il settore è ancora in una situazione d’impasse nel suo complesso. “Non è che questa cosa abbia creato una corsa agli impianti, perché probabilmente i clienti alla fine sospettano che da qualche parte potrebbe esserci una fregatura”, ha detto.

Secondo il Presidente di ATER, parte del problema è che spesso le grandi aziende non hanno installatori propri e si affidano a subappaltatori, solitamente proprio società medio-piccole che operano sotto l’ombrello dei grandi marchi sperando di alimentare il fatturato.

Si tratta di società che, sovente, soffrono gli stessi problemi delle piccole imprese indipendenti. Anche loro “vengono messe sotto strozzo” e tenderanno a lesinare sulla qualità per far quadrare i conti, ha detto Venturelli.

Sarebbe un risultato paradossale per un provvedimentobandiera” che nelle intenzioni del governo doveva aprire la porta delle detrazioni fiscali e di una maggiore autonomia energetica anche ai contribuenti incapienti, cioè a quei consumatori meno abbienti che, per l’insufficienza dei propri redditi, non avevano alcuna capienza fiscale, cioè niente da poter detrarre rispetto ai propri guadagni.

Buone intenzioni, insomma, che rischiano di diventare un boomerang, non solo per le aziende piccole e medie, ma proprio per gli stessi consumatori che la norma doveva favorire.

Adesso, il governo sta cercando, forse, di trovare dei rimedi per salvare capra e cavoli, ma ponendo l’orecchio al suolo della politica non si capisce ancora se siano veramente in arrivo dei cambiamenti.

Da ambienti del Movimento 5 Stelle al Senato trapela solo che “si sta ancora discutendo”, ma al momento non si capisce se ci saranno modifiche ed eventualmente “il punto di caduta quale sarà,” in termini di possibili emendamenti alla legge di Stabilità o di modifiche al decreto.

Gli installatori medio-piccoli e le associazioni di settore chiedono la cancellazione della norma. Ma la strada di un semplice stralcio dal decreto potrebbe essere politicamente in salita.

Una dei possibili miglioramenti della norma che più spesso viene citato è consentire alle piccole imprese di cedere a propria volta alle banche il credito, cosa per ora non prevista. Si è anche parlato di circoscrivere il meccanismo dello sconto in fattura solo agli interventi più costosi.

Difficile dire come andrà a finire. Sicuramente è un bel pasticcio, che si sarebbe potuto evitare con il coinvolgimento di tutti gli operatori prima dell’approvazione della norma.

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