Google punta sull’italiana Energy Dome per lo storage alla CO2

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Accordo commerciale e investimento per aumentare di scala la tecnologia di accumulo elettrico basata sull'anidride carbonica. Resta qualche dubbio su efficienza e durata degli impianti.

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Google ha annunciato la settimana scorsa una nuova partnership strategica con Energy Dome, la startup italiana che ha sviluppato una tecnologia innovativa per lo storage di lunga durata basata sull’anidride carbonica.

L’obiettivo dichiarato è accelerare il dispiegamento globale di questa soluzione per immagazzinare elettricità rinnovabile con durata dell’accumulo fino a 24 ore, favorendo così l’integrazione di energia fotovoltaica ed eolica nelle reti elettriche e al servizio di centri dati come quelli dell’azienda californiana.

Secondo il comunicato ufficiale pubblicato da Google, il colosso americano non solo ha siglato un accordo commerciale con Energy Dome per implementare impianti in più Paesi, ma ha anche effettuato un investimento diretto nell’azienda.

L’iniziativa si inserisce nella strategia 24/7 per l’azzeramento delle emissioni di Google, che punta a soddisfare in ogni ora dell’anno il proprio fabbisogno energetico con fonti prive di CO2.

Come funziona la batteria alla CO2

La tecnologia sviluppata da Energy Dome si basa su un ciclo termodinamico chiuso che sfrutta il passaggio di fase dell’anidride carbonica (CO2) per immagazzinare e rilasciare energia.

Quando c’è un surplus di elettricità rinnovabile, la CO2 viene compressa e liquefatta a temperatura ambiente, per poi essere conservata in serbatoi ad alta densità. Al bisogno, il liquido viene fatto evaporare ed espandere in una turbina, generando elettricità.

Il cuore visibile del sistema è appunto una grande “cupola” o “dome” in inglese, che dà il nome all’azienda. Si tratta di un gasometro flessibile che contiene la CO2 nella fase gassosa. L’intero processo non implica né emissioni né consumo di CO2, dato che la sostanza circola continuamente nel sistema chiuso.

Secondo i dati forniti da Energy Dome, la soluzione promette un’efficienza di andata e ritorno fino al 75%, una durata tecnica di 30 anni senza degradazione e costi inferiori rispetto alle batterie al litio per sistemi superiori ai 10 MW con durata di almeno 8 ore.

I nuovi sviluppi e i mercati di destinazione

Negli ultimi due anni circa, Energy Dome ha realizzato una transizione da impianti pilota a iniziative commerciali su scala internazionale. In Sardegna, il primo impianto dimostrativo di 2,5 MW e 4 MWh è operativo dal 2022 e continua a fornire dati essenziali per validare la tecnologia.

Al suo fianco, è in costruzione un impianto commerciale più grande, da 20 MW e 200 MWh, situato nello stesso sito industriale di Ottana, attualmente in fase avanzata di realizzazione, con avvio operativo previsto entro la fine del 2025.

La società milanese ha stipulato un contratto con Engie, che si occuperà di ritiro e ottimizzazione dell’energia prodotta, da immettere sul mercato italiano attraverso un modello di “energy storage as a service”, mentre Energy Dome manterrà la proprietà e l’operatività dell’impianto, in una configurazione di tolling (vedere anche Tolling per batterie: il PPA flessibile che cerca adepti).

Negli Stati Uniti, Energy Dome ha sottoscritto un accordo con la società energetica Alliant Energy per costruire un impianto identico, da 20 MW e 200 MWh, nello Stato del Wisconsin. Il progetto ha ottenuto l’approvazione delle autorità locali nel luglio 2025 e l’inizio dei lavori è previsto nel biennio 2026-2027.

In India, la società pubblica NTPC, in collaborazione con Triveni Turbine, ha avviato le procedure per installare un sistema di accumulo da 20 MW per 160 MWh di energia, equivalente a 8 ore di durata, presso la centrale elettrica di Kudgi, nello Stato del Karnataka.

Oltre a questi Paesi, la società milanese, pur non risultando ancora attivi contratti o collaborazioni, ha menzionato come potenzialmente interessanti mercati come il Cile, l’Australia o il Regno Unito.

Vantaggi e limiti fisici

Tra i punti di forza sottolineati dall’azienda ci sono la non infiammabilità dei materiali utilizzati, l’assenza di metalli rari o tossici, la rapidità dei tempi autorizzativi (1,5-2 anni contro i 6-8 anni del pompaggio idroelettrico), e l’idoneità a impianti di grandi dimensioni, per esempio abbinati a parchi eolici offshore o impianti fotovoltaici di scala utility, come quello nella foto di Energy Dome.

Tuttavia, questa tipologia di accumulo presenta anche limiti strutturali. Fra questi, l’efficienza reale dell’intero ciclo, pur teoricamente vicina al 75%, potrebbe attestarsi più realisticamente sotto il 60%, a causa delle perdite legate al passaggio di fase e alla gestione termica del sistema, come evidenzia un’analisi pubblicata da CleanTechnica lo scorso aprile.

In secondo luogo, l’anidride carbonica liquida è corrosiva in presenza anche di minime tracce d’acqua, il che impone standard molto elevati di purezza e manutenzione.

Inoltre, le cupole pressurizzate gonfiabili usate per contenere il gas hanno solitamente una durata media di 10-15 anni in condizioni ideali, ma potrebbero deteriorarsi più rapidamente se sottoposte a cicli giornalieri di carica/scarica.

Infine, la densità energetica di un sistema a CO2 è sensibilmente inferiore rispetto alle batterie chimiche e richiede una superficie maggiore: un impianto da 20 MW/200 MWh occupa circa 5 ettari, circa il doppio di un equivalente al litio.

Confronto con le alternative e prospettive future

Le tecnologie di accumulo a lunga durata, note come LDES o Long Duration Energy Storage, sono considerate fondamentali per garantire la stabilità delle reti elettriche ad alta penetrazione rinnovabile.

Tuttavia, la competizione è intensa. Oltre al pompaggio idroelettrico, ormai maturo e largamente utilizzato specie in Cina, stanno emergendo soluzioni alternative come le batterie a flusso redox, le batterie ferro-aria e i sistemi termici (Storage di lunga durata, a che punto siamo con le tecnologie?).

Google ha dichiarato l’intenzione di sostenere anche altre tecnologie LDES, ma considera quella italiana tra le più mature e promettenti.

Come ha scritto in una nota Michel Terrell, responsabile energia e clima di Google, questa partnership rappresenta “un passo concreto per accelerare il dispiegamento di soluzioni innovative capaci di rendere le nostre reti elettriche più pulite e resilienti”.

In conclusione, l’investimento di Google in Energy Dome conferisce visibilità e legittimità internazionale a una tecnologia tutta italiana, posizionandola come una delle possibili protagoniste del futuro energetico decarbonizzato.

Secondo il Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti, entro il 2050 il mercato dello storage sarà equamente ripartito fra litio e LDES, ma è difficile prevedere quali specifiche tecnologie avranno le quote di mercato maggiori.

Molto dipenderà dalla possibilità di ridurre costi e ingombri, di dimostrare l’affidabilità su lunga durata, e di ottenere riconoscimento regolatorio nei mercati in cui operano.

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