Trump ferma ancora l’eolico offshore, “in ballo la sicurezza nazionale”

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Il dipartimento degli Interni ha ordinato la sospensione delle attività per cinque progetti in mare, tra cui Revolution Wind e Sunrise Wind di Ørsted, citando possibili rischi legati alle interferenze radar.

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La “battaglia” di Donald Trump contro l’eolico offshore non conosce pause e ora chiama direttamente in causa il dipartimento della Guerra (denominazione ripristinata dallo stesso Trump a settembre, con un ordine esecutivo che autorizza il suo uso per riferirsi al dipartimento della Difesa).

Ieri, 22 dicembre, il dipartimento degli Interni ha annunciato la sospensione, con effetto immediato, dei contratti di locazione delle aree pubbliche per tutti i grandi progetti eolici offshore in costruzione negli Stati Uniti, “a causa dei rischi per la sicurezza nazionale identificati dal dipartimento della Guerra in rapporti classificati, recentemente completati”.

Come ha dichiarato il segretario degli Interni Doug Burgum, “il dovere primario del governo degli Stati Uniti è proteggere il popolo americano”; pertanto “l’azione odierna affronta i rischi emergenti per la sicurezza nazionale, tra cui la rapida evoluzione delle tecnologie di difesa più avanzate e le vulnerabilità create dai grandi progetti eolici offshore in prossimità dei centri abitati della nostra costa orientale”.

Le iniziative coinvolte sono:

  • Vineyard Wind 1
  • Revolution Wind
  • Coastal Virginia Offshore Wind Project
  • Sunrise Wind
  • Empire Wind 1

Più in dettaglio, quanto ai rischi per la sicurezza nazionale imputabili all’eolico in mare, si citano rapporti governativi, secondo cui “il movimento delle enormi pale delle turbine e delle torri altamente riflettenti crea interferenze radar chiamate clutter”.

Tali interferenze “oscurano i bersagli mobili legittimi e generano falsi bersagli nelle vicinanze dei progetti eolici”.

In sostanza, la Casa Bianca intende affrontare tali rischi “in modo appropriato” in modo che “il governo degli Stati Uniti mantenga la sua capacità di difendere efficacemente il popolo americano”.

Intanto a inizio dicembre, come abbiamo scritto, la giudice Patti Saris, della Corte distrettuale del Massachusetts, ha annullato la moratoria sull’eolico offshore, contenuta in un memorandum presidenziale del 20 gennaio, che aveva congelato la valutazione di nuove concessioni e autorizzazioni federali.

Un’altra (mezza) bufala

Il tema delle interferenze radar generate dai parchi eolici offshore — il cosiddetto “radar clutter” dovuto alle riflessioni delle torri e al movimento Doppler delle pale — è reale, ma è noto e studiato da oltre vent’anni e assolutamente superabile.

Il problema è stato analizzato in modo sistematico da forze armate, autorità per l’aviazione civile e organismi di ricerca negli Stati Uniti, in ambito Nato e nei principali Paesi europei, a partire dal Regno Unito e dal Nord Europa, dove l’eolico offshore è sviluppato su larga scala.

Le interferenze possono sì ridurre le prestazioni di alcuni radar monostatici tradizionali, generando rumore di fondo o falsi bersagli, ma sono oggi mitigate attraverso una combinazione di soluzioni tecniche e operative: aggiornamenti software per il filtraggio del clutter, radar gap-filler dedicati, sistemi radar multistatici, integrazione con sensori satellitari e una pianificazione spaziale che evita le aree più sensibili per la difesa e il controllo del traffico aereo (si veda ad esempio questo documento del DoE Usa o questo di Eurocontrol) .

Proprio grazie a queste misure, nessun Paese finora aveva mai considerato l’eolico offshore una minaccia strutturale alla sicurezza nazionale. Utilizzare questo argomento per giustificare nel 2025 lo stop a grandi progetti negli Stati Uniti appare quindi meno come una valutazione tecnico-militare e più come una scelta politica, che ignora soluzioni già ampiamente adottate in contesti Nato comparabili.

Le reazioni degli operatori

Maggiori dettagli emergono dalle note diffuse da alcuni operatori dei parchi eolici in costruzione, tra cui il colosso danese Ørsted, che sta sviluppando i progetti Revolution Wind da 704 MW e Sunrise Wind da 924 MW tramite due società omonime (la prima è una joint venture al 50% con Skyborn Renewables di Global Infrastructure Partners, mentre la seconda è una controllata al 100%).

L’ordine di sospendere tutte le attività per 90 giorni – più eventuale proroga di altri 90 – è arrivato dal Bureau of Ocean Energy Management (BOEM) del dipartimento degli Interni.

Ørsted, si legge in una nota, “sta valutando tutte le opzioni per risolvere la questione al più presto, insieme ai suoi partner. Ciò include il coinvolgimento del BOEM e di altri enti autorizzativi, nonché la valutazione di potenziali procedimenti legali”.

Entrambi i progetti, infatti, sono in fase avanzata di realizzazione; in particolare, Revolution Wind dovrebbe iniziare a produrre energia a gennaio 2026.

Revolution Wind e Sunrise Wind, si spiega, “hanno ottenuto tutte le autorizzazioni federali e statali necessarie a seguito di approfondite analisi durate anni”, comprese le consultazioni con il dipartimento della Difesa e il Military Aviation and Installation Assurance Siting Clearinghouse, al fine di “valutare e affrontare i potenziali impatti sulla sicurezza nazionale e sulle capacità di difesa derivanti dalla costruzione e dalla gestione dei progetti”.

Il caso più emblematico degli attacchi di Trump contro le rinnovabili è proprio quello di Revolution Wind, completato per circa l’85%, con le fondazioni già installate in mare, quando ad agosto aveva ricevuto un primo ordine di sospensione dei lavori dal BOEM.

Dopo il ricorso di Ørsted, un giudice federale ha autorizzato la ripresa dei cantieri e l’amministrazione non ha presentato alcun appello.

Anche Dominion Energy parla di uno stop di 90 giorni per il suo progetto da 2,6 GW in Virginia.

Nella nota di commento, la società energetica americana utilizza molti argomenti simili a quelli di Trump contro l’eolico, ma ora per difendere le iniziative offshore: il progetto della Virginia costiera “è essenziale per la sicurezza nazionale americana e per soddisfare il fabbisogno energetico in forte crescita della Virginia”, guidato “dalla necessità di fornire energia affidabile a molte delle più importanti installazioni belliche americane, al più grande produttore di navi da guerra al mondo e alla più grande concentrazione di data center del pianeta”.

Ancora più esplicita la metafora bellica nella parte finale del comunicato diffuso il 22 dicembre: gli impianti eolici “alimenteranno i data center che vinceranno la corsa all’intelligenza artificiale, supporteranno i nostri combattenti e costruiranno le navi da guerra nucleari necessarie per mantenere la nostra supremazia marittima”.

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