Tre storie ci ricordano tutte le possibili criticità collegate al petrolio.
Partiamo da Mohammad Mossadegh, il primo ministro iraniano democraticamente eletto che nel 1953 fu rovesciato da un colpo di stato (Operazione Ajax) orchestrato da CIA (Usa) e MI6 (Regno Unito).
La sua colpa: aver nazionalizzato il petrolio iraniano. Processato per tradimento, venne condannato a tre anni di prigione, seguiti da arresti domiciliari a vita.
Un altro segnale inquietante è stato l’incidente aereo del 1962 in cui perse la vita Enrico Mattei che aveva sfidato il cartello delle “Sette Sorelle” (le sette grandi compagnie petrolifere anglo-americane: Exxon, Mobil, Chevron, Texaco, Gulf Oil, BP e Shell), che controllavano oltre il 90% del mercato mondiale offrendo ai Paesi produttori accordi più equi: 75% dei profitti ai governi locali contro il 50% standard delle Sette Sorelle.
E arriviamo all’arresto di Maduro di questo inizio 2026. Dopo l’operazione militare statunitense che ha portato alla sua cattura, Trump ha annunciato che gli Stati Uniti “gestiranno” temporaneamente il Venezuela e coinvolgeranno pesantemente le compagnie petrolifere americane nello sfruttamento delle sue riserve.
Parliamo di oltre 300 miliardi di barili nel sottosuolo, le maggiori al mondo. Negli ultimi 30 anni la produzione era crollata, arrivando a fatica a produrre circa un milione di barili al giorno, pari all’1% della produzione mondiale. Inoltre, una parte del petrolio venezuelano risulta estremamente pesante, il che lo rende inquinante e costoso da processare. Nel grafico l’andamento della produzione di petrolio in Venezuela dal 1940.
Si stima che con gli investimenti Usa la produzione potrebbe tornare ai livelli pre-crisi di 3 milioni di barili di petrolio al giorno.
Non sarà però un percorso semplice. Aggiungere un altro mezzo milione di barili al giorno di produzione costerebbe secondo alcuni esperti del settore 10 miliardi di dollari e richiederebbe circa due anni. Aumenti maggiori potrebbero richiedere decine di miliardi di dollari distribuiti in tempi più lunghi.
La storia inoltre dimostra che un cambio di regime forzato raramente stabilizza rapidamente l’approvvigionamento di petrolio, come ci ricordano i preoccupanti precedenti della Libia e dell’Iraq.
Vi è poi una seria incognita legata alla produzione interna di petrolio Usa. Il boom dello shale oil statunitense sta infatti raggiungendo un picco, anche se le innovazioni nelle trivellazioni potrebbero stabilizzarne la produzione.
I produttori statunitensi di shale (ad alto costo, con un break-even 50-60 $/barile) potrebbero quindi ridurre investimenti, con tagli di produzione e licenziamenti.
C’è poi un problema più generale che riguarda il mercato mondiale del petrolio.
Un incremento della produzione aggraverebbe il timore di un surplus già presente nel mercato, con l’OPEC+ che ha aumentato la produzione a fronte di una domanda globale tiepida come conseguenza dei rallentamenti economici.
I prezzi del greggio sono scesi di quasi il 20% nel 2025, attestandosi oggi sotto i 60 dollari al barile, a causa del timore di un’eccessiva offerta. L’Agenzia internazionale per l’energia prevede che nel 2026 l’offerta supererà la domanda di ben 3,85 milioni di barili al giorno (bpd), l’equivalente di circa il 4% della domanda globale.
Un calo della domanda post-2030 (scenari Iea) contribuirà ad una pressione ribassista a lungo termine, con prezzi medi potenzialmente su 50-70 $/barile negli anni ‘30.
Rimane inoltre forte l’incognita legata al boom dell’auto elettrica. Entro un decennio ci si aspetta di arrivare ad un plateau o a una lieve riduzione della domanda di petrolio, con le auto elettriche “responsabili” di 5-12 barili al giorno di spiazzamento.
Poi ci sono le conseguenze interne in Venezuela. Ricordiamo che Nixon, vicepresidente Usa, durante una visita nel 1958 per poco non venne ferito o addirittura ucciso quando una folla inferocita attaccò il corteo di macchine che si dirigeva all’aeroporto.
Quico Toro, il fondatore di Caracas Chronicles, costretto a fuggire dalla dittatura venezuelana, ha dichiarato: “Donald Trump e Marco Rubio faranno un giro di vittoria oggi. Se lo meritano, hanno inferto un duro colpo a un regime autenticamente malvagio. Ma non l’hanno rovesciato. Il ‘chavismo’ e ancora saldamente al controllo del Venezuela”.






























