Decine di civili chiusi in container metallici, detenuti per settimane ai margini di un megaprogetto di gas naturale liquefatto (LNG), mentre un’unità speciale dell’esercito presidia le recinzioni per conto di una grande compagnia energetica.
È lo scenario che emerge dalle accuse sul progetto Mozambique LNG di TotalEnergies nella provincia di Cabo Delgado, ora al centro di una denuncia penale per complicità in crimini di guerra presentata a Parigi.
Secondo l’European Center for Constitutional and Human Rights (ECCHR), che il 18 novembre ha depositato un esposto presso il Procuratore nazionale antiterrorismo francese, TotalEnergies avrebbe sostenuto materialmente la Joint Task Force (JTF), un’unità congiunta delle forze armate mozambicane incaricata di proteggere il sito di Afungi, sapendo che quei soldati erano implicati in gravi violazioni dei diritti umani.
Dopo un attacco del gruppo armato Ahl al-Sunnah wa al-Jamma’ah alla città di Palma nella primavera 2021, la JTF avrebbe intercettato civili in fuga e li avrebbe rinchiusi in container all’ingresso del cantiere, tra luglio e settembre dello stesso anno, sottoponendoli ad arresti arbitrari, torture, sparizioni forzate ed esecuzioni sommarie.
L’unità JTF era stata istituita nel 2020 con un memorandum tra la filiale mozambicana di TotalEnergies e il governo di Maputo, come forza di sicurezza dedicata al progetto, parte del più grande investimento privato mai realizzato in Africa.
Nella ricostruzione di ECCHR e in base all’inchiesta di Politico del settembre 2024 e dei successivi approfondimenti di Le Monde, la società avrebbe fornito supporto logistico, alloggi, cibo ed equipaggiamenti e avrebbe contribuito a pagare i bonus dei militari, condizionandoli formalmente al rispetto dei diritti umani, ma continuando la cooperazione anche dopo i primi allarmi sugli abusi.
TotalEnergies respinge le accuse e sostiene di non essere stata a conoscenza delle violenze, ricordando di aver evacuato il personale dal sito nell’aprile 2021 per motivi di sicurezza. La denuncia arriva mentre la società ha appena revocato le cause di “forza maggiore” su Mozambique LNG, annunciando la volontà di riavviare il progetto da circa 20 miliardi di dollari in un contesto in cui il conflitto armato, la crisi umanitaria e le inchieste giudiziarie sono tutt’altro che chiusi.
Il coinvolgimento italiano
La vicenda non riguarda solo una multinazionale francese e il governo mozambicano. Il progetto Mozambique LNG ha un forte coinvolgimento italiano, sia industriale che finanziario.
Il comunicato diffuso da ReCommon ed ECCHR ricorda che l’agenzia pubblica di credito all’esportazione SACE ha deliberato una garanzia da 950 milioni di euro a copertura dei prestiti destinati in particolare alle attività di Saipem, inclusi 650 milioni concessi da Cassa Depositi e Prestiti (CDP).
Nella risposta a un’interpellanza urgente presentata alla Camera dall’onorevole di Alleanza Verdi e Sinistra Angelo Bonelli il 24 gennaio 2024, il governo ha confermato che SACE aveva già valutato positivamente l’operazione all’inizio del 2024, senza aggiornare le analisi ambientali e sociali rispetto alle valutazioni del 2017, cioè prima dell’escalation del conflitto a Cabo Delgado e delle denunce sugli abusi della JTF.
Nello stesso documento si ricorda che SACE ha già sostenuto un altro grande progetto del gas nel Paese, Coral South FLNG, con una garanzia da 700 milioni di euro a favore del consorzio guidato da ENI.
Mozambique LNG, Coral South FLNG e il futuro impianto Rovuma LNG, promosso da ExxonMobil ed ENI sullo stesso sito di Afungi, indicati nell’illustrazione di ReCommon, configurano un distretto del gas in cui interessi industriali francesi, italiani, statunitensi e mozambicani si intrecciano con garanzie pubbliche e finanziamenti agevolati.
Secondo i documenti ottenuti da ReCommon tramite accesso agli atti presso CDP, TotalEnergies disponeva già prima dell’estate 2021 di informazioni sulle violenze commesse dall’esercito mozambicano nell’area del progetto. Se questa ricostruzione sarà confermata dalle indagini francesi, la posizione delle istituzioni italiane che hanno continuato a sostenere il progetto potrebbe diventare più delicata.
In questo quadro, le parole di Clara Gonzales dell’ECCHR, una delle principali organizzazioni europee impegnate sui crimini internazionali, e di Simone Ogno di ReCommon, associazione italiana che indaga gli impatti delle filiere fossili e della finanza che le sostiene, rappresentano un campanello d’allarme non solo per TotalEnergies, ma anche per SACE e CDP.
Nell’appello diffuso il 18 novembre si sottolinea che, qualora la magistratura francese dovesse riconoscere una responsabilità penale della compagnia, anche le due istituzioni italiane rischierebbero di essere chiamate in causa qualora emergesse fossero consapevoli degli abusi mantenendo comunque il proprio sostegno finanziario.
Le due organizzazioni non governative chiedono che il supporto pubblico al progetto venga sospeso e che le forze politiche aprano un confronto trasparente sul ruolo dell’Italia nei grandi progetti fossili in contesti di conflitto.
Quando le fonti fossili si accompagnano ai militari
Il caso mozambicano non è un’eccezione. Negli ultimi decenni, e ancora oggi in procedimenti in corso, emergono diversi esempi in cui grandi compagnie del petrolio e del gas sono accusate di aver beneficiato della protezione di eserciti, polizie o milizie responsabili di violazioni dei diritti umani.
Secondo un’analisi autonoma basata su rapporti di organizzazioni come Amnesty International e Global Witness e su inchieste giornalistiche, esiste un canovaccio ricorrente: gli investimenti nelle infrastrutture fossili in aree fragili si accompagnano alla creazione di dispositivi di sicurezza straordinari, spesso fuori da ogni controllo democratico.
Nel Delta del Niger, Amnesty International ha documentato come Shell abbia sollecitato negli anni ’90 l’intervento delle forze armate nigeriane per reprimere le proteste delle comunità ogoni contro l’inquinamento petrolifero. Un rapporto del 2017 parla di un coinvolgimento profondo dell’azienda nella campagna di repressione che portò all’esecuzione di Ken Saro-Wiwa e di altri otto attivisti, vicenda ancora oggi al centro di cause civili.
Gli stessi dossier mostrano che, tra il 2007 e il 2009, Shell (pdf) ha speso almeno 383 milioni di dollari solo in Nigeria per attività di sicurezza, una cifra in gran parte destinata a forze dell’ordine e unità speciali, inclusa la Joint Task Force nigeriana più volte accusata di gravi abusi.
In Indonesia, undici abitanti della provincia di Aceh hanno intentato un’azione legale negli Stati Uniti contro ExxonMobil, accusando la compagnia di essere responsabile, insieme all’esercito indonesiano, di torture, stupri e omicidi commessi tra il 1999 e il 2001 attorno al giacimento di gas di Arun. ExxonMobil aveva ingaggiato soldati come guardie a protezione degli impianti; dopo oltre vent’anni di contenzioso, nel 2023, la causa si è chiusa con un accordo extragiudiziale, senza che la compagnia riconoscesse responsabilità.
Un altro caso riguarda il petrolio del Sudan del Sud. Rapporti di Global Witness mostrano come le joint venture che gestiscono i giacimenti, in particolare compagnie cinesi, malesi e indiane, abbiano continuato a operare durante la guerra civile iniziata nel 2013, mentre le entrate petrolifere alimentavano la capacità bellica delle fazioni governative e delle milizie alleate, responsabili di uccisioni di massa, stupri sistematici e sfollamenti forzati.
Nel 2023, la stessa Global Witness ha accusato banche e investitori europei di aver fornito oltre 700 milioni di euro di finanziamenti a queste società, contribuendo indirettamente a prolungare il conflitto.
Cosa ci vuole nell’intreccio tra clima, pace, rinnovabili e finanza pubblica
Questa serie di casi mostra che le fonti fossili non sono solo una questione di emissioni e obiettivi climatici, ma anche di violenza politica, sicurezza e qualità della democrazia.
I casi citati indicano che, in molti contesti, petrolio e gas funzionano da moltiplicatore di potere: offrono risorse straordinarie a governi e attori armati, che possono usarle per comprare armi, alimentare apparati repressivi e conflitti altrimenti insostenibili.
Per i Paesi esportatori e per quelli che, come l’Italia, partecipano attraverso le proprie imprese e istituzioni finanziarie, questo pone una questione politica: fino a che punto è legittimo usare garanzie pubbliche e capitali di origine fiscale per sostenere progetti che, secondo denunce documentate, sono intrecciati a possibili crimini di guerra, torture e sparizioni forzate?
Il caso Mozambique LNG mostra che il confine tra gestione del rischio e corresponsabilità può assottigliarsi rapidamente quando le forze armate di un Paese fragile diventano, di fatto, la guardia giurata di un’infrastruttura fossile.
In prospettiva, le scelte su come allocare il sostegno pubblico, se verso nuovi impianti del gas in aree di conflitto o verso infrastrutture energetiche a basse emissioni, non sono neutre rispetto alla pace e ai diritti umani.
I casi citati mostrano che i combustibili fossili sono spesso intrecciati a conflitti armati, apparati militari e repressione delle comunità locali. Ma anche le filiere delle tecnologie delle energie rinnovabili non sono esenti da gravi violazioni: basti pensare al lavoro forzato degli Uiguri nella produzione di polisilicio per il fotovoltaico nello Xinjiang o allo sfruttamento, anche minorile, documentato nelle miniere di cobalto per batterie della Repubblica Democratica del Congo (Lavoro forzato e due diligence ambientale, altri passi avanti verso le nuove leggi Ue).
Continuare a finanziare progetti come Mozambique LNG, senza una revisione profonda delle condizioni di sicurezza, dei meccanismi di controllo e dei rischi legali per tutti gli attori coinvolti, significa accettare che le violenze denunciate possano ripetersi.
Orientare la finanza pubblica verso tecnologie a basse emissioni può ridurre la dipendenza da grandi infrastrutture fossili presidiate da militari, ma non basta: sono necessari criteri stringenti di tracciabilità delle catene di fornitura rinnovabili, clausole sui diritti umani e strumenti efficaci per evitare che, questa volta per le energie “pulite”, siano altri lavoratori e altre comunità a pagare il prezzo della transizione energetica.



























