La Francia ha scelto 109 territori che raggruppano quasi un quinto di tutti i comuni francesi per accelerare l’elettrificazione di riscaldamento, mobilità e attività economiche.
L’87% dei comuni interessati è rurale o si trova in territori a insediamento rurale disperso o molto disperso e, nel complesso, il programma interessa quasi un francese su quattro.
I territori selezionati (pdf), annunciati l’11 settembre, dovranno definire entro il 1° dicembre una tabella di marcia pluriennale, con l’avvio operativo dalla fine del 2026.
I partecipanti al programma, nato lo scorso aprile e denominato “100 territoires d’électrification”, sono saliti a 109 dopo che l’iniziativa aveva riscosso circa 200 candidature.
L’obiettivo è favorire la sostituzione di gas e gasolio negli usi termici con soluzioni elettriche, ed elettrificare trasporti e attività economiche dove densità, distanze e capacità amministrativa complicano la transizione. Nonostante la prevalenza di piccoli centri, il programma comprende comunque anche diverse metropoli.
Ogni territorio avrà un referente dell’Agence de la transition écologique (Ademe), il coordinamento del locale prefetto e accesso facilitato agli strumenti nazionali già esistenti. Non è previsto un nuovo fondo autonomo e si intende quindi in parte spostare l’enfasi dal “quanto spendere” al come trasformare gli incentivi già esistenti in progetti cantierabili, una questione ben nota in Italia e emersa anche in altri programmi europei rivolti ai territori rurali.
Come funzionano i “laboratori” francesi
Le amministrazioni devono preparare con abitanti e soggetti locali una traiettoria su quattro direttrici:
- uscita dal gas
- uscita dal gasolio da riscaldamento
- elettrificazione della mobilità
- sostegno agli altri usi elettrici.
“Spetta agli eletti definire, sul territorio, con i loro abitanti, la propria tabella di marcia pluriennale”, ha spiegato il gabinetto della ministra delegata all’Energia, Maud Bregeon. La selezione ha considerato esposizione ai combustibili fossili e potenziale di elettrificazione, abitazioni riscaldate a gasolio, quota di veicoli elettrici, densità dei punti di ricarica, progetti industriali e piani locali.
Il piano prevede una cellula finanziaria in ogni prefettura regionale, strumenti di pianificazione e controllo e accesso preferenziale all’assistenza della Banque des Territoires. Fra gli interventi figurano ricarica, pompe di calore, edilizia sociale, edifici pubblici e progetti per imprese.
Un comitato regionale presieduto dal prefetto validerà tabelle di marcia e struttura finanziaria, mentre un comitato locale seguirà l’attuazione.
Sulla mobilità, il programma si innesta su una rete già ampia, poiché in primavera, la Francia contava oltre 190.000 punti di ricarica pubblici e le a
uto elettriche avevano raggiunto il 20% delle immatricolazioni nel 2025. Il programma Advenir aveva contribuito dal 2016 a finanziare oltre 135.000 punti di ricarica. Nei territori meno densamente popolati conta non soltanto quante colonnine installare, ma dove collocarle, come mantenerle e come combinare iniziativa pubblica e privata.
Nell’illustrazione della Banque des Territoires, la mappa dei territori interessati, che comprende anche alcune giurisdizioni d’oltremare.
Uscire dal gas significa ridisegnare le reti
Il passaggio più delicato riguarda la rete del gas. Nei territori rurali, può diventare costoso mantenere chilometri di tubazioni quando gli utenti diminuiscono.
Il governo vuole usare i 109 territori anche per pianificare la dismissione progressiva di alcune diramazioni, partendo da quelle con pochi consumatori. Lo scopo non è chiudere reti indispensabili all’industria, ma evitare infrastrutture sovradimensionate dove esistono alternative elettriche a costi accettabili.
La scelta ha anche una dimensione di sicurezza energetica. Secondo Eurostat, le importazioni francesi di gas russo, da gasdotto più gas naturale liquefatto (GNL), sono scese da 10,7 miliardi di metri cubi nel 2021 a 7,4 miliardi nel 2024. Nello stesso periodo il solo GNL russo è però più che raddoppiato, da 3,4 a 7,4 miliardi di metri cubi.
Dieci miliardi l’anno, ma senza un fondo dedicato
Come accennato, i 109 territori non dispongono di una dotazione separata: avranno soprattutto priorità nell’accesso ai programmi esistenti e a quelli in preparazione.
Il piano nazionale francese prevede di portare entro il 2030 a 10 miliardi di euro l’anno le risorse destinate all’elettrificazione, dai circa 5,5 miliardi indicati dal governo come livello attuale, secondo il Ministero della Transizione Ecologica (pdf).
Il governo (pdf) punta quindi ad aumentare di circa 4,5 miliardi di euro l’anno le risorse destinate all’elettrificazione, facendo ampio ricorso alla riallocazione di strumenti esistenti, fra cui i certificati di risparmio energetico per trasporti, edifici e industria e un riorientamento degli incentivi alla ristrutturazione energetica, in particolare per favorire l’abbandono delle caldaie a gas negli edifici. Una seconda fase del piano dovrebbe inoltre estendere gli interventi su trasporto pubblico e ricarica.
L’accompagnamento può aiutare piccoli enti a orientarsi meglio fra incentivi, autorizzazioni, banche pubbliche, gestori di rete e operatori privati. Sarà questo il banco di prova principale dell’iniziativa, se riuscirà cioè a trasformare una nuova priorità amministrativa nel dispiegamento effettivo sul territorio delle risorse. La Corte dei conti europea, da parte sua, aveva criticato REPowerEU proprio per la difficoltà di collegare investimenti, finanziamenti e risultati misurabili.
Italia, i fondi non bastano senza capacità locale
In Italia, il precedente più vicino al caso francese è rappresentato dalle Green Communities del Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR): 37 aggregazioni di enti locali, soprattutto rurali e montani, finanziate con 135 milioni di euro per piani integrati su rinnovabili, efficienza energetica, mobilità sostenibile e gestione delle risorse naturali.
Le Green Communities non vanno confuse con le comunità energetiche rinnovabili: sono strategie territoriali multisettoriali che possono includere, tra i vari strumenti, anche comunità energetiche.
A luglio, il Dipartimento per gli Affari regionali indicava come concluso il 92% dei 524 progetti, superando l’obiettivo del 90% fissato dal PNRR. Da notare che il dato misura soprattutto lo stato di avanzamento dei progetti, non ancora i loro risultati energetici: non consente cioè di confrontare in modo uniforme riduzione dei consumi fossili, risparmi energetici o nuova produzione rinnovabile.
Il nuovo Piano strategico nazionale per le aree interne (PSNAI) (pdf) indica tra gli interventi possibili efficienza energetica, filiere rinnovabili e comunità energetiche, oltre a colonnine, fotovoltaico e sistemi intelligenti negli uffici postali del progetto Polis.
Il confronto con il caso francese diventa meno favorevole sul piano della capacità amministrativa. Lo stesso PSNAI individua fra gli ostacoli delle precedenti Strategie d’area procedure complesse, carenza di personale e risorse, debole coordinamento istituzionale e tempi lunghi di programmazione.
Nell’aprile 2026, risultavano approvate 22 delle 43 nuove Strategie d’area e il governo segnalava ancora risorse della programmazione 2014-2020 in larga parte non impegnate o non spese, secondo Coesione Italia. È precisamente il collo di bottiglia che la Francia sta tentando di affrontare assegnando ai territori assistenza tecnica, regia prefettizia e un referente Ademe.
Cosa insegna l’esperienza europea
In Spagna, il programma DUS 5000, rivolto ai comuni con meno di 5.000 abitanti, finanzia efficienza energetica, autoconsumo, calore rinnovabile, illuminazione e mobilità sostenibile. Partito nel 2021 con 75 milioni di euro, è stato portato a 675 milioni per rispondere alla domanda e ha assegnato aiuti a 1.358 progetti, secondo l’Instituto para la Diversificación y Ahorro de la Energía (Idae). Nel novembre 2025, il governo ha però concesso altri due mesi, fino a gennaio 2026, per completare la giustificazione dei progetti, segno che la domanda elevata ha dovuto fare i conti con problemi di esecuzione.
L’Austria offre invece un precedente di lunga durata con le Klima- und Energie-Modellregionen (regioni modello per clima ed energia o KEM). Una valutazione (pdf) del Wuppertal Institut e di KMU Forschung Austria ha attribuito al programma un miglioramento delle reti di collaborazione nell’89% dei casi all’interno dei comuni, nel 99% fra comuni della stessa regione e nel 97% fra regioni. La presenza locale di un responsabile e il coinvolgimento dei sindaci emergono fra gli elementi decisivi. Più difficile è misurare e aggregare gli effetti finali sulle emissioni.
In Gran Bretagna, l’iniziativa Local Electric Vehicle Infrastructure (infrastrutture locali per veicoli elettrici o LEVI) conferma che la capacità amministrativa conta quanto il capitale. Ha assegnato 343 milioni di sterline agli investimenti e 45,8 milioni a competenze e personale.
Nella valutazione governativa sulla fase iniziale, il 57% degli enti intervistati avrebbe installato meno ricariche senza LEVI e il 39% non avrebbe avuto altre risorse. I progetti pilota hanno registrato ritardi per organici insufficienti, autorizzazioni, rincari, connessioni alla rete e gare, secondo uno studio (pdf) commissionato dal governo britannico. Al 1° luglio 2026 risultavano 1.268 punti finanziati da LEVI, con gran parte del programma ancora in attuazione.
Il programma francese sembra incorporare molte delle lezioni emerse altrove, cercando di mettere a fattore comune obiettivi territoriali, coordinamento pubblico, assistenza tecnica e accesso combinato a più strumenti (Aree rurali in Europa, ruolo chiave nella produzione di energia rinnovabile).
Resta da verificare se questa architettura produrrà risultati misurabili nei territori dove investimenti e servizi sono più difficili da realizzare. Se riuscirà, il valore dei 109 “laboratori” sarà di aver dimostrato e rafforzato un modello più efficace per trasformare programmi e fondi già esistenti in elettrificazione reale.






























