Fotovoltaico: la Nuova Zelanda semplifica, l’Italia complica

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I due paesi agli antipodi anche sulle regole per il fotovoltaico. In Nuova Zelanda meno autorizzazioni, connessioni più rapide e controlli proporzionati al rischio. In Italia continuiamo ad aggiungere vincoli, costi e complessità.

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Tutti ricordiamo la curiosità infantile che suscitò scoprire il concetto di antipodo e l’esistenza di un Paese che si trova diametralmente dalla parte opposta del mappamondo rispetto all’Italia: la Nuova Zelanda.

In questi giorni una notizia pubblicata dalla stampa di settore mi ha riportato a questo ricordo. La riflessione che ne è scaturita è che Italia e Nuova Zelanda non sono solo agli antipodi geograficamente ma recentemente anche per temi legati alla normativa per la realizzazione degli impianti fotovoltaici.

La “solare” semplificazione neozelandese

Il 30 luglio il Ministero per la Regolazione della Nuova Zelanda ha pubblicato i risultati di uno studio, dal titolo “Improving the solar installation process“, avviato alcuni mesi fa per eliminare la burocrazia nel settore del fotovoltaico residenziale e su piccola-media scala.

L’obiettivo principale è stato quello di rendere il Paese “il luogo più semplice al mondo per l’adozione del fotovoltaico, pur mantenendo gli standard di qualità e sicurezza”.

L’attività si è articolata in survey online e interviste a tutti gli stakeholder della catena del valore ed è stata anche analizzata la situazione in alcuni stati australiani che già da tempo hanno introdotto semplificazioni autorizzative.

Il risultato si è concretizzato in 15 raccomandazioni, ciascuna delle quali con una scadenza per l’implementazione (al massimo 18 mesi) e il relativo Ente/Ministero preposto all’attuazione.

Le principali proposte di semplificazione includono:

  • Connessioni alla rete rapide: i tempi per ottenere l’autorizzazione all’allacciamento da parte delle aziende distributrici passeranno da una media di 10 giorni lavorativi a un solo giorno lavorativo.
  • Esenzione dai permessi edilizi: verranno uniformate le regole a livello locale per eliminare la necessità di autorizzazioni urbanistiche ed edilizie superflue.
  • Metering: saranno ridotti i ritardi per l’installazione dei contatori di scambio.
  • Riforma delle ispezioni degli impianti: dall’attuale obbligatorietà dell’ispezione dell’impianto propedeutica alla connessione, si passerà a un sistema di ispezioni condizionate al rischio effettivo, alla taglia di impianto e alla presenza di installatori accreditati.
  • Legalizzazione dei kit solari plug-in: sarà consentito l’uso di piccoli impianti fai-da-te (come i pannelli da balcone) che si collegano direttamente alle normali prese di corrente domestiche.

In sintesi, la riforma punta ad abbattere i costi e i tempi di attesa per i cittadini, standardizzando le regole a livello nazionale e liberalizzando le tecnologie solari più accessibili. Nulla di sorprendente; in effetti molti dei temi toccati sono già da tempo stati affrontati in Europa e in Italia con provvedimenti anche in vigore. Quindi perché ho pensato di parlarne?

Italia e fotovoltaico: ufficio complicazioni

Essenzialmente perché in Italia stiamo vivendo, al contrario, una stagione involutiva di progressiva “complicazione” del complesso di norme che regolano la realizzazione di impianti fotovoltaici, come se non avessimo di fronte le evidenze del cambiamento climatico e i prezzi dell’energia elettrica alle stelle.

Facciamo qualche esempio.

Per cominciare, ci sono le linee guida di settembre 2025 dei VVFF per gli impianti su edifici. Di certo è un tema importante, ma siamo sicuri che non ci si poteva ispirare a criteri di maggiore semplicità e snellezza?

Fra pratiche, relazioni tecniche, adeguamenti elettrici e requisiti dei materiali, ecco che di colpo gli impianti in edifici soggetti a CPI (anche un semplice condominio con una rimessa auto coperta) subiscono aumenti dei costi di realizzazione di almeno il 10%, in alcuni casi stimati fino al 30%. E a volte il cliente rinuncia perché si trova di fronte a interpretazioni ambigue dei tecnici locali o perché l’intervento diventa troppo complesso e costoso.

E che dire del Parere del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici dell’ottobre 2025 inerente alla progettazione degli impianti a terra con inseguimento monoassiale?

A differenza di tutto il resto del mondo e della stessa Europa, in Italia i sistemi attivi di protezione da condizioni estreme di vento non possono essere tenuti in conto per la verifica strutturale.

Si applica, cioè, un criterio nato per gli edifici a dispositivi meccanici che per loro natura sono corredati di sistemi di controllo. Basti pensare alle turbine eoliche che sono dimensionate per andare in blocco al superamento di alcuni parametri di velocità del vento e di turbolenza. Anche qui evidentemente i principi di cautela e di ridondanza, applicati ai massimi livelli, penalizzano costi e competitività del fotovoltaico in Italia rispetto a quello degli altri Paesi.

Recentemente, poi, assistiamo all’applicazione rigida e da parte di alcune Regioni del principio di invarianza idraulica del suolo indicato dal DLgs 190/2024 nel caso di un impianto fotovoltaico a terra, secondo il principio per il quale la superficie dei moduli viene erroneamente considerata come fosse una copertura che sigilla il suolo.

Anche in questo caso, un criterio eccessivamente cautelativo e non realistico comporta extra costi (stimati nell’ordine di 10-15 k€/MW, vedi articolo su QualEnergia.it) e una riduzione della potenza installabile per una determinata porzione di suolo.

Ancora, nei primi giorni di agosto, la Camera dei Deputati ha approvato il disegno di legge relativo alla “Tutela degli oliveti destinati a regimi di qualità”.

C’è da dire che il nuovo testo, rispetto a quello inizialmente prospettato, risulta meno restrittivo e penalizzante ma c’è da chiedersi se davvero ce n’era necessità, visto che la disciplina vigente in merito è già chiara ed esplicita, indicando in generale il divieto all’abbattimento degli olivi salvo specifiche deroghe eccezionali, oppure se invece si tratta di messaggi politici a fini elettorali, senza alcun valore aggiunto. Vedremo…

Vorrei citare il tema delle Comunità Energetiche Rinnovabili e in generale dei meccanismi di incentivazione all’autoconsumo diffuso.

Dalla Direttiva europea ci abbiamo messo 5 anni per rendere operativo tutto il meccanismo (la Direttiva europea RED II è del 2019, il decreto CACER del 2024) e ancora siamo ai blocchi di partenza: meno di 500 MW installati a fronte di un obiettivo di 5 GW al 2027.

Il resto dell’Europa è cresciuto a ritmi più elevati, come ad esempio la Germania e la Spagna. Come mai? Forse perché in Italia è molto complesso creare una CER o un Gruppo di autoconsumo collettivo?

Infine, vorrei di nuovo tornare sul “papocchio”, tutto Italiano, dell’agrivoltaico.

Per un consumo di suolo agricolo legato agli impianti fotovoltaici del tutto marginale (innumerevoli le fonti che lo dimostrano, cito per attualità quella di Gianni Silvestrini in una audizione al Senato del 1° luglio scorso), abbiamo messo in atto un complesso di legislazione nazionale (Correttivo Testo Unico FER e DL 175/2025) e regionale (Decreti aree idonee) di una complessità fenomenale che, di fatto, rende residuale la possibilità di realizzare un impianto fotovoltaico tradizionale a terra.

Quindi, in pratica, l’agrivoltaico italiano è passato da una interessante opzione da valutare caso per caso a un obbligo di fatto con conseguenti generalizzati extra CAPEX e OPEX, vincoli nel tempo per le colture sottostanti e minore potenza installabile per superficie. Un altro colpo alla prospettiva di ridurre in modo sostenibile la bolletta elettrica italiana.

Alla contraddizione fra quanto si sta facendo in Nuova Zelanda e quanto a casa nostra, vorrei aggiungere una considerazione di natura più generale.

Ritengo per tutti noi di grande ispirazione la semplicità disarmante con la quale i risultati dello studio neozelandese vengono esposti e l’immediatezza delle dirette azioni che vengono definite. Esemplare inoltre il ricorso ad una fase preliminare di ascolto di tutta la filiera del settore per distillare gli aspetti comuni e condivisi.

Leggere questi documenti fa riflettere. Forse anche in Italia si potrebbe lavorare per rendere le cose più dirette e comprensibili e ispirate a principi di semplicità. Purtroppo, quello a cui assistiamo sempre più nei nostri ponderosi documenti di normativa tecnica e nelle nostre articolatissime leggi è a provvedimenti complessi e contradditori magari finalizzati a legittimare e/o tutelare organismi di varia natura o a inviare messaggi elettorali. E forse così ci si potrebbe aspettare un installato annuo di fotovoltaico in linea con le nostre potenzialità e con i nostri obiettivi.

Arrivare ad essere l’Italia “il luogo più semplice al mondo per l’adozione del fotovoltaico pur mantenendo gli standard di qualità e sicurezza” mi sembra esagerato ma magari potremmo ambire a un posticino fra i primi dieci?

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