Chi va a fare il pieno alla pompa oppure spera che le entrate della Russia calino, accelerando la pace, potrebbe essere confortato nel vedere l’indice del greggio americano, il West Texas Intermediate (WTI), scendere sotto ai 60 dollari al barile (oggi è intorno ai 59,6 $).
Ma le cose appaiono diverse se viste nelle città del Bacino Permiano del Texas, l’antico fondo di un mare di 250 milioni di anni fa, grande come due terzi dell’Italia, che si stima contenga mezzo miliardo di metri cubi di gas e 9 miliardi di barili di petrolio.
In quell’area, responsabile di aver trasformato gli Usa da principale importatore di petrolio al mondo al più grande produttore di idrocarburi, e fra i maggiori esportatori, la preoccupazione sta crescendo.
Lo rivelano una serie di interviste rilasciate alla Reuter da operatori del settore petrolifero, che stanno assistendo al montare di una crisi economica del settore.
La ragione è appunto il petrolio e il gas del Bacino Permiano che sono estratti con una tecnica particolare: la fratturazione idraulica o fracking.
In pratica le rocce o scisti (shale in inglese) dell’area, pur essendo sature di idrocarburi, sono troppo compatte per far sì che questi si muovano spontaneamente verso i pozzi, così, prima di cominciare le estrazioni, gli strati rocciosi a migliaia di metri di profondità vengono sbriciolati, pompandoci dentro acqua ad altissima pressione, attraverso lunghissime trivellazioni orizzontali.
In questo modo greggio e gas percolano verso i pozzi di estrazione e possono essere recuperati, ma ovviamente con costi economici, ambientali, climatici e di sicurezza molto più alti rispetto ad aree dove gli idrocarburi sono contenuti in rocce permeabili ed escono spontaneamente da sottoterra.
Inoltre, ogni pozzo funziona solo per un paio di anni, con un calo produttivo del 50% nel corso dei primi 12 mesi. Successivamente viene abbandonato e se ne devono scavare altri per sostituirlo: nel 2021 erano stati censiti 53mila pozzi per fracking nel solo Bacino Permiano, tutti realizzati nel corso dei dieci anni precedenti.
Questo tipo di produzione di idrocarburi si regge economicamente solo se il petrolio è quotato oltre 65-70 dollari al barile; al di sotto di questo prezzo estrarlo fa perdere denaro.
Attualmente sul mercato del greggio c’è un surplus di offerta, in buona parte dovuta proprio all’estrazione non convenzionale negli Usa e alle decisioni Opec di mantenere un’elevata produzione, rispetto a una domanda debole, soprattutto per il rallentamento economico causato dai dazi Usa e dalle tensioni geopolitiche.
Il risultato è che il WTI si trova stabile sotto i 60 dollari e secondo l’Energy Information Administration nel 2026 la media potrebbe scendere a 51,26 dollari.
A questo si aggiungono poi altri fattori negativi.
“I ritorni degli investimenti in nuove trivellazioni non sono quelli di cinque anni fa, perché i pozzi migliori sono già stati perforati”, hanno detto dalla società Admiral Permian. “Bisogna fare più trivellazioni in zone meno favorevoli, solo per ottenere le stesse rese”.
E questo è un grosso problema, perché, come ricorda Kirk Edwards, presidente della texana Latigo Petroleum “completare un pozzo per lo shale oil costa oggi tra i 10 e i 12 milioni di dollari, con un aumento del 5-10% rispetto allo scorso anno. L’economia di questi progetti è completamente capovolta rispetto a gennaio: costa di più trivellare un pozzo e poi ottieni il 20% in meno”.
Insomma, più passa il tempo e più lo shale oil statunitense avrebbe bisogno, per restare competitivo, di prezzi del barile via via più alti, il contrario del trend previsto.
Gli effetti della congiuntura si cominciano a notare nelle città dell’area, come Midland e Odessa, che di greggio vivono, come hanno spiegato gli intervistati alla Reuter.
L’agenzia di aste Superior Energy, per esempio, ha visto aumentare la quantità di materiale messo all’incanto perché non più utilizzato, mentre i grandi camion usati per trasportare i trailer di fratturazione idraulica e le varie attrezzature hanno ottenuto il 30% in meno di commesse ad agosto rispetto ad aprile.
Torri di trivellazione alte 30 metri riempiono i piazzali dei depositi a Midland, mentre i principali produttori hanno cominciato a licenziare personale.
In tutti gli Usa l’occupazione nel settore petrolifero e del gas era diminuita di 4.000 unità nella prima metà del 2025, secondo i dati del Bureau of Labor Statistics, ma le cose peggioreranno verso la fine dell’anno: sommando quanto annunciato dai maggiori operatori nel Bacino Permiano (ConocoPhillips, Chevron e BP), prima del 2026 altri 16mila lavoratori del settore petrolifero resteranno disoccupati.
“Ci sono più trivelle che lavoro”, ha detto Terrel Hardin, presidente di King Well Service, che fornisce impianti per la manutenzione dei pozzi esistenti. “Quest’anno, solo due o tre impianti dell’azienda sono stati utilizzati, contro quattro o cinque dell’anno scorso: a questi prezzi non si pagano i conti, e allora tutti tirano i freni”.
Non è la prima volta che il Permian Basin va incontro a una crisi, con conseguenti licenziamenti in massa. Il suo modello di business, basato sul continuo aprire nuovi, costosissimi, pozzi, supportato dai prezzi alti del greggio e da un continuo afflusso di investimenti, lo rende molto vulnerabile.
Ma in passato, nonostante molti lo dessero per spacciato, lo shale oil e gas americano è sempre riuscito a superare i momenti difficili, come quello del Covid, grazie non solo alle risalite del prezzo WTI, ma anche ai miglioramenti tecnologici che hanno aumentato produttività e aree sfruttabili, riducendo i costi.
Stavolta, però, potrebbe essere diverso: i margini di aumento della produttività grazie a miglioramenti tecnologici secondo gli esperti sono ormai praticamente esauriti.
Il doversi spostare in aree meno favorevoli per scavare nuovi pozzi farà sì che per continuare a estrarre petrolio e gas dal Bacino serviranno prezzi degli idrocarburi sempre più alti, ma diversi fattori non rendono più questa eventualità così certa, come la rapida avanzata delle energie rinnovabili e dei veicoli elettrici.
Quindi, se nel 2026 i prezzi del greggio scenderanno quanto previsto, potremmo assistere a un drastico ridimensionamento della capacità produttiva degli Usa di shale oil e gas.
Questo calo potrà solo in parte essere compensato da un aumento di estrazione dai giacimenti tradizionali, includendo anche quelli offshore e artici, gli unici che avrebbero ormai margini di crescita produttiva, ma che sono anche molto più costosi da sfruttare dei giacimenti dei principali concorrenti, come Arabia Saudita, Canada, Iraq, Russia, Venezuela o Nigeria.
Insomma, la stagione del dominio americano nelle energie fossili, iniziata appena pochi anni fa proprio grazie al fracking, potrebbe già avviarsi alla fine.
Visto che questo dominio nel campo energetico tradizionale ha aumentato negli ultimi anni la libertà di azione geopolitica e l’influenza economica dell’America nel mondo (basti pensare a quanto l’Ue sia oggi dipendente dal metano liquefatto in arrivo da oltre Atlantico, in sostituzione di quello russo), il suo capolinea potrebbe aggiungere un altro tassello a quello che molti avvertono con il declino degli Usa come superpotenza globale.
Un altro fattore in grado di rendere ancora più caotica questa già parecchio confusa epoca storica.





























