“La nostra convinzione è che l’unico strumento per ridurre il prezzo dell’energia nel Paese sia uno sviluppo importante delle rinnovabili, tecnologie immediatamente disponibili”, ha dichiarato in qualità di vicepresidente di Elettricità Futura, in audizione in Commissione Ambiente del Senato sul decreto legge 175/2025 (Transizione 5.0 e aree idonee).
“Per noi – ha proseguito – è fondamentale accelerare questo processo. Oggi c’è l’opportunità, forse per la prima volta nel Paese, di migliorare il livello di autonomia energetica e di competitività, ma per la transizione e il riequilibrio del mix energetico sono fondamentali i tempi, in particolare dei processi autorizzativi, che sono la grande criticità”. Così in audizione Giuseppe Argirò, che dal 2021 è anche amministratore delegato di CVA (Compagnia Valdostana delle Acque).
Entrato nel gruppo industriale valdostano, pubblico e rinnovabile, giusto in tempo per intercettare le prime avvisaglie dello shortage di gas russo, che si sarebbe concretizzato con l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia il 24 febbraio dell’anno successivo, ha condiviso le sue riflessioni sull’attuale situazione energetica in un libro, “Energy shock – Governare la transizione energetica nel disordine mondiale”, pubblicato da poco dalla casa editrice Marietti.
L’Ad di CVA e vicepresidente di EF parte proprio dallo shock energetico del 2022 e dalle conseguenze per l’intero sistema energetico europeo dovuto alla scarsità di gas in arrivo fino a quel momento dalla Russia anche grazie ai gasdotti realizzati in passato.
Sono poi arrivate la guerra di Israele a Gaza e Trump, che continua ad avere posizioni piuttosto ambigue rispetto ai processi di pace, ma molto chiare sulla politica americana: usare i conflitti per sostenere l’economia americana scambiando l’appoggio politico con l’imposizione di dazi sulle esportazioni verso gli Usa, con la pretesa di chiudere accordi commerciali per l’acquisto di materie prime, anche energetiche, tecnologia e armi americane.
Nel suo libro, Argirò, cita la dichiarazione di Trump secondo cui “l’Unione Europa deve colmare il suo enorme deficit nei confronti degli Stati Uniti acquistando il nostro petrolio e il nostro gas su larga scala. Altrimenti ci saranno dazi per sempre”.
Comunque la si pensi, questa situazione, pur non del tutto nuova, oggi potrebbe, anche, diventare un’opportunità per affrancarsi da una forte dipendenza che affligge l’Europa e l’Italia da decenni, soprattutto dalla fine degli anni ‘60 e fino agli anni 2000, quando si sono raggiunti accordi con l’Unione Sovietica per la costruzione di gasdotti che dalla Russia avrebbero portato gas all’Europa.
Argirò paragona i gasdotti ai “… matrimoni, ma più vincolanti. Creano una dipendenza indissolubile, se non a costi altissimi, tra paesi che non condividono un’alleanza strategica di lunghissimo periodo, fondata soprattutto su un sistema di valori e di norme comuni e non semplicemente costruita su un temporaneo interesse economico.”
Ecco che il processo di progressiva decarbonizzazione della produzione di energia, per contrastare il cambiamento climatico attraverso la produzione distribuita di energia da fonti rinnovabili, potrebbe affrancare l’Europa e l’Italia dall’import delle fossili, grazie alla disponibilità di risorse come acqua, sole e vento.
Rimandando alla lettura del libro per la sua disamina di questa crisi, delle cause, degli effetti, della stretta correlazione tra energia e geopolitica e delle opportunità che potrebbero nascere, abbiamo chiesto ad Argirò uno sforzo di sintesi per rispondere ad alcune questioni trattate nel suo libro.
Perché quello innescato nel 2022 è stato ed è tuttora, come lei scrive, uno shock energetico superiore per effetto anche a quello petrolifero degli anni ‘70? Considerando che in entrambi i casi abbiamo subito una riduzione della disponibilità di materia prima energetica, quali sono le differenze?
Lo shock del gas russo ha generato un’impennata dei prezzi del gas e dell’elettricità con volatilità e durata dei picchi senza precedenti. Negli anni Settanta gli shock derivavano da strategie di controllo dell’offerta, come da parte dell’Opec, mentre nel 2022 la riduzione del gas è stata drastica e rapidissima, imponendo interventi d’emergenza sia pubblici che monetari. L’impatto è stato diverso fra i Paesi europei secondo il grado di dipendenza energetica, struttura industriale e mix di generazione. Italia e Germania sono state le nazioni più esposte.
Nel suo libro sostiene che la transizione richiede scelte tecnologiche senza pregiudizi. Il 2023 ha registrato un record globale di rinnovabili installate, ma ci troviamo anche una dipendenza legata a queste fonti, nonostante sole, vento e acqua siano abbondanti…
Un Paese privo di materie prime energetiche rimane strutturalmente dipendente dall’estero, anche nel caso di una forte diffusione delle rinnovabili. Occorre tuttavia precisare che la dipendenza ha una gradualità, un’incidenza e un livello di esposizione che sono differenziati in funzione dei paesi con cui questa dipendenza si determina, così come dal tipo di materia prima energetica alla base di questa stessa dipendenza industriale e soprattutto dalla tecnologia adottata.
Può fare qualche esempio?
La dipendenza dal gas russo era elevata perché basata su gasdotti che garantiscono un flusso continuo, interrompibile unilateralmente e, quindi, utilizzabile come leva geopolitica. Nel fotovoltaico, invece, la dipendenza è tecnologica: la produzione globale di pannelli è dominata dalla Cina grazie a una precisa strategia industriale. Ma è l’Europa che non ha saputo mantenere una capacità produttiva adeguata.
Per il fotovoltaico la risorsa energetica non è scarsa. Come distinguerebbe questa dipendenza da quella del gas?
Una volta acquistati i pannelli, il produttore dispone dell’impianto per circa trent’anni: la dipendenza riguarda la fase iniziale dell’approvvigionamento tecnologico, non certo il flusso continuo della materia prima. In questo caso, la dipendenza tecnologica dalla Cina si basa su un know how non particolarmente complesso e peraltro facilmente replicabile, posto che riguarda esclusivamente la competitività del prezzo, come dimostra in Italia il caso 3Sun. Per aumentare la sovranità energetica occorre valutare attentamente questi aspetti e agire di conseguenza.
Stiamo entrando nell’era della progressiva elettrificazione dei trasporti, dei processi industriali e del riscaldamento. Quali sono le sfide?
L’aumento delle rinnovabili porta benefici in termini di autonomia e riduzione dei costi, ma deve essere accompagnato dall’elettrificazione dei consumi. Se la generazione diventa più pulita, ma i consumi non si elettrificano, la transizione resta incompleta e non garantisce una maggiore sicurezza energetica.
Serve una visione complessiva delle modalità di produzione e consumo?
Sì. È necessario un equilibrio che tuteli i settori industriali più esposti, evitando approcci ideologici, ma affrontando con decisione un cambiamento inevitabile. Le tecnologie energetiche, comprese le rinnovabili, stanno diventando un fattore abilitante della competitività industriale. Per un Paese come l’Italia si tratta di un’occasione preziosa per ridurre i rischi, migliorare la sicurezza e rafforzare l’autonomia energetica.
Ma cosa risponde a chi sostiene che la transizione è troppo onerosa, in particolare per le fasce di popolazione più vulnerabili e causerebbe una perdita di posti di lavoro?
Ogni trasformazione industriale ha costi economici e sociali, e gli Stati devono governarla proteggendo le fasce più vulnerabili e i settori più esposti. Gli investimenti nelle nuove tecnologie energetiche hanno però un ritorno positivo nel lungo periodo: maggiore autonomia, minore volatilità dei prezzi e nuove opportunità occupazionali. In un contesto geopolitico ancora instabile è essenziale procedere con politiche che mitighino gli impatti nel breve periodo e sostengano la competitività industriale ed energetica dell’Europa.
Il prezzo dell’energia in Italia è ancora tra i più alti d’Europa a causa dell’impatto del gas che continua a determinare il prezzo elettrico. Come si può superare questo ostacolo?
La quota di fonti rinnovabili non è ancora sufficiente. Per ridurre i prezzi occorre aumentare significativamente eolico e fotovoltaico, rafforzare le reti e integrare sistemi di accumulo. Sebbene la quota rinnovabile sia in crescita, del 42-45%, con un contributo idroelettrico rilevante, non è ancora abbastanza per disancorare il prezzo dell’elettricità dal gas. Servono più impianti e procedure autorizzative molto più snelle.
In quale direzione deve muoversi la politica affinché il prezzo dell’energia possa calare?
La politica deve dare un segnale chiaro e stabile, con decisioni coerenti e un orizzonte temporale adeguato agli investimenti. Solo così si evita di restare bloccati in un vecchio mix energetico che ostacola gli investimenti in rinnovabili da parte anche degli operatori termoelettrici e ne rallenta la crescita. Con un quadro regolatorio certo e una governance unificata, le rinnovabili potranno guidare la formazione del prezzo riducendo significativamente il costo dell’energia per il Paese.


























