Il mercato globale delle principali tecnologie per la decarbonizzazione varrà circa 650 miliardi di dollari all’anno entro il 2030, più di tre volte il livello odierno, se i paesi di tutto il mondo attueranno pienamente gli impegni energetici e climatici annunciati.

Ciò significherebbe, nei prossimi sette anni, un raddoppio dei posti di lavoro nelle energie pulite: dagli attuali 6 milioni a quasi 14 milioni, e nei prossimi decenni si prevede una ulteriore rapida crescita industriale e occupazionale.

La stima arriva dalla nuova edizione del report Energy Technology Perspectives dell’Agenzia internazionale per l’energia (Iea), che esce in un momento particolare, con le grandi potenze che, dopo lo sconvolgimento del Covid, hanno capito l’importanza di avere il più possibile in casa le filiere chiave, e sono impegnate a creare strategie industriali a colpi di misure quali l’Inflation Reduction Act degli Stati Uniti.

Il rapporto (link in basso) fa un’analisi completa della situazione industriale per le tecnologie principali della transizione – come moduli fotovoltaici, turbine eoliche, batterie per veicoli elettrici, elettrolizzatori e pompe di calore – oltre a mappare la probabile evoluzione per i prossimi anni.

Le attuali catene di approvvigionamento – si sottolinea – presentano rischi per le elevate concentrazioni geografiche, sia nell’estrazione e lavorazione delle materie prime che nella produzione tecnologica.

Per tecnologie come FV, eolico, batterie per veicoli elettrici, elettrolizzatori e pompe di calore, i tre maggiori paesi produttori rappresentano almeno il 70% della capacità produttiva per ciascuna tecnologia, con la Cina dominante in tutte (si veda il grafico sotto, a luglio scorso l’Agenzia aveva lanciato lo stesso allarme in un report dedicato alla sola filiera del fotovoltaico).

Nel frattempo, gran parte dell’estrazione di minerali critici è concentrata in un piccolo numero di paesi. Ad esempio, la Repubblica Democratica del Congo produce oltre il 70% del cobalto mondiale e solo tre paesi – Australia, Cile e Cina – rappresentano oltre il 90% della produzione mondiale di litio.

I rischi di queste strozzature nelle supply chain negli ultimi anni sono stati evidenti e hanno spinto verso l’alto i prezzi. L’aumento dei costi di cobalto, litio e nichel, ad esempio, ha portato al primo aumento in assoluto dei prezzi delle batterie per veicoli elettrici, che sono aumentati di quasi il 10% a livello globale nel 2022 (si veda anche la rilevazione Bnef). Anche il costo delle turbine eoliche al di fuori della Cina è aumentato dopo anni di calo e tendenze simili possono essere viste nel fotovoltaico.

“Come abbiamo visto con la dipendenza dell’Europa dal gas russo – ha commentato il direttore della Iea Fatih Birol nel presentare il report – quando si dipende troppo da una società, un paese o una rotta commerciale, si rischia di pagare un prezzo elevato in caso di interruzione. Quindi, sono lieto di vedere molte economie in tutto il mondo competere oggi per essere leader nella nuova economia energetica e guidare un’espansione della produzione di tecnologia pulita […]. È importante, tuttavia, che questa competizione sia leale e che ci sia un sano grado di collaborazione internazionale, dal momento che nessun paese è un’isola energetica e le transizioni energetiche saranno più costose e lente se i paesi non collaborano”.

Il rapporto rileva infatti che le principali economie stanno agendo per combinare azione sul clima, sicurezza energetica e politiche industriali.

L’Inflation Reduction Act negli Stati Uniti ne è un chiaro esempio, ma ci sono anche il pacchetto Fit for 55 e il piano REPowerEU nell’Unione Europea, il programma Green Transformation del Giappone e lo schema Production Linked Incentive in India, mentre la Cina sta lavorando per raggiungere e persino superare gli obiettivi del suo ultimo piano quinquennale.

In questo contesto, mostra il report, gli investitori stanno osservando attentamente le politiche per capire dove sia più vantaggioso installarsi (ricordiamo ad esempio la recente vicenda del progetto della gigafactory solare di Rec, che starebbe per cancellare il progetto in Francia attirata dall’IRA Usa e dal PLI indiano).

Tantissimo insomma si sta decidendo ora: i tempi per portare gli impianti in produzione, spiega l’Agenzia, sono relativamente brevi, di circa 1-3 anni in media, e al momento solo il 25% dei progetti nella filiera del FV è già in costruzione o in avvio di cantiere, mentre la stessa quota è al 35% per le batterie e a meno del 10% per gli elettrolizzatori.

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