Parliamo della transizione energetica come di un cambiamento tecnologico: il passaggio dai combustibili fossili alle fonti rinnovabili. Ma dietro pannelli solari, turbine eoliche e batterie esiste un livello meno visibile, eppure fondamentale, quello delle materie prime critiche.
Questi materiali non sono più semplici commodity, ma risorse strategiche, capaci di influenzare il ritmo, la direzione e persino la geopolitica della transizione energetica globale. E al centro di questa trasformazione emergono due attori chiave, i cui interessi sono sempre più intrecciati: Europa e Africa.
Domanda mondiale in forte crescita e offerta concentrata
La domanda dell’Unione Europea di materie prime critiche è destinata a crescere in modo significativo nei prossimi anni. Secondo la Iea, la domanda di materiali come il litio che dovrebbe aumentare fino a 12 volte entro il 2030 rispetto ai livelli del 2020; quella di terre rare — un gruppo di elementi chimici utilizzati, tra l’altro, in magneti permanenti, turbine eoliche e dispositivi elettronici — è destinata a crescere di 6 volte entro il 2030 e di 7 volte entro il 2050.
Non si tratta di una dinamica guidata esclusivamente dal settore energetico: queste risorse sono ormai essenziali per le catene di approvvigionamento di un’ampia gamma di industrie. Materiali che sono al centro di intere filiere industriali, dalla mobilità elettrica alle infrastrutture digitali. La transizione in corso è quindi, come definita dall’Ue, una “trasformazione sociale generazionale”, che però si scontra con una sfida strutturale: l’approvvigionamento.
Oggi, le supply chains globali per molti di questi materiali restano fortemente concentrate. La Cina, ad esempio, domina l’offerta di elementi delle terre rare, esponendo l’Europa a rischi significativi proprio mentre la domanda accelera. Questo crescente squilibrio tra domanda e offerta sta già alimentando timori di future carenze, soprattutto per materiali come il rame, la cui domanda legata alle tecnologie per l’energia pulita potrebbe aumentare del 40% rispetto ai livelli attuali.
Come evitare, dunque, che la transizione energetica si trasformi in un collo di bottiglia?
Il ruolo dell’Africa e nuovi modelli di partneriato con l’Europa
La risposta è nella diversificazione e nelle partnership. Ed è qui che entra in gioco l’Africa. Il continente africano dispone di alcune delle più ricche riserve di materie prime critiche al mondo ed è un attore chiave nella transizione energetica globale.
Tuttavia, la narrativa sta cambiando: i Paesi africani non intendono più limitarsi al ruolo di esportatori di materie prime, ma cresce invece la volontà di creare valore a livello locale, promuovere l’industrializzazione e rafforzare la propria integrazione nelle supply chains globali.
Iniziative come l’African Green Minerals Strategy (link in fondo all’articolo per visionare il report del 2024) riflettono questa evoluzione: l’obiettivo non è solo estrarre risorse, ma lavorarle, produrre componenti e costruire veri e propri ecosistemi industriali sul continente. Questo cambiamento apre una finestra di opportunità unica.
Una cooperazione rafforzata tra Unione Europea e Africa sulle materie prime critiche può rispondere a due esigenze complementari: garantire all’Europa catene di approvvigionamento più resilienti e sostenere l’ambizione africana di salire nella value chain.
Esempi concreti esistono già. Il Corridoio di Lobito, che collega Angola, Repubblica Democratica del Congo e Zambia, è un esempio significativo di sviluppo infrastrutturale e industriale sostenuto da una più ampia convergenza internazionale di attori pubblici e privati, tra cui anche l’Ue. Il progetto mira a rafforzare le connessioni logistiche e industriali della regione, creando al contempo le condizioni per trasferimento tecnologico, sviluppo delle competenze e crescita industriale di lungo periodo.
Parallelamente, si sta rafforzando anche la volontà politica. L’ultimo vertice tra Unione Africana e Unione Europea, tenutosi nel novembre 2025, ha segnato un punto di svolta: l’Europa ha espresso un sostegno più esplicito ai processi di industrializzazione africani, impegnandosi a superare modelli puramente estrattivi per orientarsi verso partenariati basati su co-investimenti e creazione di valore condiviso.
Ma l’ambizione, da sola, non basta. Per trasformare questa visione in realtà, la cooperazione deve tradursi in progetti concreti, investimenti scalabili e strategie industriali di lungo periodo. I partner africani chiedono sempre più di andare oltre le dichiarazioni: si aspettano una reale integrazione nelle catene del valore, supportata da trasferimento tecnologico, accesso ai finanziamenti e rafforzamento delle capacità.
RES4Africa è in una posizione privilegiata per contribuire in modo concreto alla definizione di questa agenda.
Riunendo competenze del settore privato, facilitando il policy dialogue e mobilitando conoscenze tecniche, la Fondazione agisce come un ponte tra le capacità industriali europee e le priorità di sviluppo africane.
Grazie al proprio lavoro analitico e alla forza della sua rete multi-stakeholder, RES4Africa traduce queste competenze in azioni concrete — dai dialoghi di alto livello alle iniziative di capacity building — contribuendo a costruire partnership che siano non solo strategiche, ma anche eque, sostenibili e saldamente radicate nelle dinamiche reali delle value chains delle materie prime critiche.
La vera posta in gioco non è solo l’accesso alle risorse, ma il modello di cooperazione che si vuole costruire. Le materie prime critiche non sono quindi soltanto una questione di approvvigionamento per la transizione energetica, ma un fattore che potrà ridefinire i rapporti tra Europa e Africa.
Replicare modelli estrattivi del passato o costruire una partnership industriale fondata su valore condiviso? Oggi, la finestra per cambiare è aperta. Ma non lo resterà a lungo.



























