Come rilanciare le filiere di fotovoltaico e storage europee insieme alla Cina

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Proteggersi non basta: secondo uno studio ECCO l’Italia deve costruire filiere nelle tecnologie pulite sfruttando anche know-how e interdipendenze con la Cina.

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La transizione energetica ci espone a rischi competitivi, soprattutto con la Cina, che non possono essere risolti con misure unicamente “protettive”. La politica industriale deve orientarsi verso una visione di lungo periodo, capace anche di sfruttare competenze e tecnologie cinesi per creare valore.

Sono alcuni dei principali spunti emersi venerdì scorso, 6 marzo, all’evento organizzato dal think tank italiano ECCO alla fiera KEY di Rimini, intitolato “Clean tech in Europa e Italia: contesto geopolitico e politiche industriali nella transizione”.

Per l’occasione, Cecilia Trasi, Senior Policy Advisor Industry&Trade, ha presentato uno studio (link in basso) sulle interdipendenze tra Italia e Cina in tre settori strategici delle tecnologie pulite: fotovoltaico, batterie e pompe di calore.

Quanto al fotovoltaico, l’esperta ha evidenziato che l’Italia finora ha puntato su “politiche spot senza una strategia sistemica”, citando come esempio l’asta del Fer X transitorio con criteri per escludere i prodotti Made in China.

Secondo l’analista, c’è una contraddizione tra il tentativo di restringere l’import cinese senza attuare al contempo misure volte a creare una filiera manifatturiera locale competitiva.

Fotovoltaico: il nodo della manifattura europea

Sulla necessità di sfruttare le interdipendenze tra Italia e Cina si è soffermato Alessandro Barin, amministratore delegato di FuturaSun. Barin è convinto che si debba “usare” la Cina e il suo know-how sviluppato negli ultimi 15-20 anni, per ricostruire una filiera produttiva europea.

“Siamo partiti con un’esperienza imprenditoriale in Cina e poi siamo venuti in Italia con l’idea di fare industria, ma è un po’ demoralizzante”, ha spiegato.

Il riferimento è al progetto di rimpatrio manifatturiero fotovoltaico per uno stabilimento con una capacità produttiva di moduli FV pari a 2 GW/anno, che ha già ottenuto 21 milioni di euro di contributi europei a fondo perduto tramite l’Innovation Fund ed è in attesa di trovare altri finanziamenti (Strategie europee per il reshoring della filiera fotovoltaica).

Non è mancata una critica alla proposta di regolamento europeo dell’Industrial Accelerator Act (Iaa). 

“Ben venga che si parli di criteri Made in Europe”, ha dichiarato Barin, evidenziando però che il provvedimento “sembra fatto dietro le quinte” per favorire solo le grandi aziende del settore.

La proposta della Commissione europea sul fotovoltaico prevede che, a partire da tre anni dall’entrata in vigore del regolamento, i progetti aggiudicati tramite appalti pubblici, aste per tecnologie Net Zero e regimi di sostegno pubblico, debbano includere inverter e celle solari (o componenti equivalenti) fabbricati nell’Ue.

L’amministratore delegato di FuturaSun ritiene “sorprendente” che nel regolamento si parli solo delle celle, che al momento non produce quasi nessuno in Europa, escludendo i moduli e il loro assemblaggio.

Dal dibattito è poi emerso che l’idea di Bruxelles è utilizzare in modo selettivo il criterio Made in Europe per rilanciare le filiere industriali continentali, creando una maggiore domanda interna dei relativi prodotti.

Batterie e nuove opportunità industriali per l’Italia

Riguardo alle batterie, Cecilia Trasi ha evidenziato che le aziende italiane possono salire sul “secondo treno” di questa corsa industriale, puntando sulle filiere del riciclo, dell’economia circolare e dello stoccaggio energetico di lunga durata.

In particolare, si legge tra le raccomandazioni dello studio, l’Italia potrebbe richiedere che una quota minima delle batterie dei veicoli elettrici venduti sul suo mercato venga riciclata a livello nazionale, oltre a offrire incentivi mirati ai produttori cinesi di apparecchiature originali (OEM) che basano le loro attività di recupero/riciclaggio nel nostro Paese.

Ciò consentirebbe di sfruttare i punti di forza dell’Italia nel settore chimico e ingegneristico, ridurre la dipendenza dalle materie prime critiche importate e rafforzare la cooperazione con le imprese cinesi.

Tornando al fotovoltaico, occorre “sostenere la scalabilità della manifattura fotovoltaica domestica in un quadro europeo”, si spiega.

Ad esempio, le quote di Made in Ue nelle aste conformi al regolamento Net Zero Industry Act (Nzia) dovrebbero essere “legate a chiari benchmark di competitività e a traiettorie di riduzione dei costi, e non utilizzate come scudi permanenti negli appalti”.

Inoltre, i premi associati al rispetto dei criteri Nzia dovrebbero essere coperti in parte con risorse di bilancio dedicate, come ad esempio un fondo nazionale per la resilienza o strumenti a livello Ue, anziché interamente attraverso incentivi più elevati assegnati nelle aste.

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