Mentre il nucleare, dopo Fukushima, accelera il suo declino, il problema delle scorie delle centrali dismesse o ancor in attività resta e resterà per molto molto tempo. Ieri l’Europa ha fatto un passo avanti per pensare ad una soluzione. Il Consiglio dei Ministri europei ha approvato la direttiva sulla gestione delle scorie. I sottoprodotti dei 143 reattori del vecchio continente – che ne producono 50mila metri cubi l’anno, di cui il 15% ad alta radioattività (dati Foratom) – dovranno essere sepolti in depositi sotterranei sicuri, che però ancora non esistono; inoltre le scorie si potranno esportare.

Secondo la direttiva approvata (vedi allegato), che entrerà in vigore ad agosto, gli Stati membri dovranno consegnare entro il 2015 dei piani specifici che dicano quando e come realizzeranno i depositi, come gestiranno le scorie e una serie di altre informazioni, compresa quella non banale di quanto costerà lo smaltimento e come lo finanzieranno. In seguito la Commissione esaminerà i piani e potrà imporre cambiamenti.

La direttiva rende legalmente vincolanti i criteri di sicurezza stabiliti dall’International Atomic Energy Agency (IAEA) e impone trasparenza nei confronti dell’opinione pubblica. Tra le altre cose stabilisce poi che i depositi possano essere comuni a due o più paesi. Il divieto di esportare rifiuti nucleari in Africa, Antartide, Caraibi e paesi del Pacifico è già contenuto nella legislazione precedente e permane, ma – con un cambiamento introdotto dal Consiglio – la nuova direttiva permette di esportare scorie destinate allo smaltimento definitivo anche verso paesi non UE, a patto che questi dispongano di un sito definitivo di stoccaggio geologico profondo.

La nuova legge europea infatti individua esplicitamente nello stoccaggio geologico profondo il metodo preferibile per smaltire le scorie. Un tipo di stoccaggio per nulla privo di controindicazioni e che è difficile da controllare. Tra le incognite (riassunte efficacemente in un report Greenpeace, vedi Qualenergia.it, Rifiuti nucleari, nessuna soluzione), ci sono le incertezze sulle caratteristiche geologiche dei siti, i pericoli legati alla corrosione accelerata dei sistemi di contenimento, allo sviluppo di gas o surriscaldamento con cedimento della camera di stoccaggio, ad altri rischi come quelli legati a terremoti o a interferenze umane.

Casi che ci ricordano quanto sia difficile realizzare un deposito geologico capace di ospitare in sicurezza scorie che restano pericolose per molte migliaia di anni, d’altra parte, non mancano. Ad esempio il progetto del sito di Yucca Mountain negli Usa, abbandonato dopo anni di impegno e investimenti perché non ritenuto abbastanza sicuro (Qualenergia.it, Usa: la scoria è inquieta); oppure la storia del deposito geologico profondo di Asse 2, in Germania (Qualenergia.it, Bufera sulle scorie tedesche): garantito in un primo momento per poter custodire le scorie in sicurezza per 10mila anni si è poi scoperto che vi si infiltrava acqua e i 126mila fusti radioattivi che contiene dovranno essere rimossi con una spesa di 4 miliardi di dollari, cui va aggiunta una cifra indeterminata per la realizzazione di un nuovo deposito.

Una soluzione, quella dello stoccaggio geologico, non proprio facile: attualmente – specifica la Commissione – non esiste in nessuna parte al mondo un sito del genere, che dovrebbe consistere in una cavità scavata nel granito e nell’argilla tra i 100 e i 700 metri di profondità e per la cui realizzazione servirebbero almeno 40 anni. D’altra parte i depositi in superficie, se più facili da tenere sotto controllo, non sono certo esenti da rischi. Si pensi al pericolo di furto di materiale radioattivo a alla preoccupazione suscitata l’estate scorsa dagli incendi in Russia che hanno minacciato alcuni di questi siti.

La questione quindi è ben lontana dall’essere risolta. Anche se Foratom, l’associazione dell’industria nucleare europea, accoglie con soddisfazione la direttiva e la relativa preferenza per lo stoccaggio profondo, assicurando che “esistono soluzioni tecnicamente ed economicamente praticabili per lo smaltimento di ogni tipo di scoria”. Per Jan Haverkamp di Greenpeace, invece l’approccio UE alla questione rifiuti è “lontano dagli occhi, lontano dal cuore: tutto quello che fanno è scaricare il problema su qualcun altro, mettendo nel contempo a rischio gli europei con convogli carichi di scorie”. Particolarmente criticata da Greenpeace, assieme alla scelta dello stoccaggio geologico, è infatti la possibilità lasciata dalla direttiva di esportare le scorie.

Insomma, il problema scorie resta spinoso, ma almeno va dato atto che con questa direttiva l’Europa finalmente lo affronta. Meglio tardi che mai, viene da dire: sono passati più di 50 anni dall’entrata in funzione della prima centrale atomica.