L’Italia ha tutte le carte in regola per aprire una nuova stagione nell’eolico offshore, ma il settore resta ancora fermo al palo. Eppure le condizioni ci sono: potenziale enorme, tecnologia disponibile e un contesto europeo che spinge sull’acceleratore della transizione energetica.
Per capire perché non siamo mai davvero partiti e quali azioni servano per colmare il gap, l’Anev ha organizzato oggi, 18 luglio, il 3° Summit sull’eolico marino, dal titolo emblematico: “Mai partiti, ma pronti a ripartire. Il tempo dell’eolico offshore in Italia è ora”, ospitato presso la sede del Gse.
93 progetti e 74 GW di potenza, ma tutto fermo per burocrazia
Secondo una mappatura di Legambiente (report in basso), oggi in Italia sono 93 i progetti di eolico offshore presentati per un totale di 74 GW.
La maggioranza (88 progetti) riguarda soluzioni galleggianti, con distanza media dalla costa di circa 33 km, mentre quelli a tecnologia fissa sono più vicini, a circa 10 km. Puglia, Sicilia e Sardegna guidano la classifica delle regioni più interessate, rispettivamente con 26, 25 e 24 progetti.
Nonostante questi numeri, i procedimenti autorizzativi restano il vero collo di bottiglia. La Valutazione di Impatto Ambientale (Via), che per legge dovrebbe concludersi in 175 giorni, nella pratica dura quasi il doppio: 340 giorni in media sui 24 progetti analizzati.
Non va meglio per i pareri del ministero della Cultura, che spesso arrivano in ritardo, costringendo a ulteriori passaggi alla Presidenza del Consiglio e dilatando ancora di più i tempi.
Guardando alle richieste di connessione alla rete, secondo Terna, sono 132 per un totale di 89,9 GW, distribuiti in 12 regioni. Spiccano Trapani (11,2 GW), Sud Sardegna (9,5 GW) e Barletta-Andria-Trani (6,2 GW), ma fanno capolino anche nuove aree come Marche e Veneto.
Lo studio della Sapienza: 60mila posti di lavoro e una filiera nazionale
Durante il Summit è stato presentato anche uno studio del dipartimento di Ingegneria astronautica, elettrica ed energetica dell’Università “La Sapienza”, a cura del prorettore Livio De Santoli e del professor Davide Astiaso Garcia, segretario generale Anev.
La ricerca stima che con investimenti tra 10 e 20 miliardi di euro sia possibile creare in Italia quote significative di manifattura di componenti chiave – come floater e sottostazioni – con un impatto occupazionale fino a 60mila posti di lavoro a tempo pieno.
“Abbiamo suddiviso il ciclo di vita di un impianto offshore galleggiante per individuare dove la filiera italiana può inserirsi e crescere”, ha spiegato Astiaso Garcia.
Gli appelli di Legambiente e Anev: procedure più rapide e porti pronti
In questo contesto, Legambiente ha lanciato un appello al Governo Meloni: accelerare gli iter autorizzativi e sbloccare gli investimenti, anche per attuare il decreto Porti che individua Augusta e Taranto come hub principali, con Brindisi e Civitavecchia a supporto.
Per l’associazione servono più risorse umane nei ministeri e negli enti locali, oltre a una revisione delle regole per le aste, oggi accessibili solo dopo la Via positiva ma senza garanzia di Autorizzazione Unica, un meccanismo che frena la realizzabilità degli impianti.
Il summit si è concluso con la presentazione del documento di proposte dell’Anev al Governo. “Non è più una sfida, ma una necessità: creare una filiera industriale per l’offshore significa ridurre i tempi di approvvigionamento, aumentare la competitività e garantire impatti occupazionali enormi”, ha dichiarato Francesco Ciampa, coordinatore del Gruppo di Lavoro Offshore Anev.
L’eolico offshore galleggiante potrebbe diventare una delle leve strategiche per la sicurezza energetica e la decarbonizzazione del Paese. Ma senza un cambio di passo nelle procedure e nella pianificazione industriale, il rischio è restare ancora fermi in porto, mentre il vento della transizione energetica soffia altrove.
- Il report di Legambiente (pdf)
- Le slide di De Santoli (pdf)





























