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Energia da biomassa condivisa: limiti delle Cer e vantaggi delle società benefit

Il progetto di realizzare un impianto alimentato a biomassa legnosa che produca e condivida energia elettrica e termica. Ostacoli, soluzioni, costi e replicabilità del caso pilota curato da Fiper. Ne parliamo con il suo presidente, Walter Righini.

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Le Comunità di energia rinnovabile permettono la condivisione di elettricità, ma quando si prevede un impianto a biomassa è possibile condividere anche energia termica, calore.

In Italia, le comunità energetiche (Cer) e le cooperative di energia rinnovabile (RESCoops) – che producono calore attraverso la bioenergia – sono ancora poche rispetto al loro sviluppo potenziale.

Uno dei motivi è legato alla normativa: mentre a livello europeo le Cer permettono la produzione di energia sia elettrica che termica, in Italia la normativa finora ha fatto riferimento solo a quella elettrica.

Questo è solo uno dei fattori che ha ostacolato la Federazione di Produttori di Energia da Fonti Rinnovabili (Fiper) nella realizzazione di un caso pilota italiano che prevedeva la costituzione di una Cer a biomassa legnosa per produrre e condividere energia elettrica e termica. Un progetto pilota che rientra nel progetto europeo “Becoop” e coinvolge tre comuni in provincia di Sondrio: Tovo, Lovero e Mazzo.

Abbiamo chiesto a Walter Righini, Presidente di Fiper, di raccontarci come sta andando questo progetto: ostacoli, soluzioni e replicabilità.

Righini, prima di scendere nel dettaglio del caso studio, potrebbe dirci perché e in che modo in Italia gli impianti a biomassa sono efficienti?

“Fiper rappresenta circa cento impianti di teleriscaldamento, localizzati in altrettanti Comuni italiani, che usano solo biomassa e sono destinati principalmente alla produzione di calore. Una ventina di questi impianti sono anche cogenerativi, ciò significa che oltre al calore producono energia elettrica. L’uso della biomassa è più efficiente se la usiamo per produrre entrambe le energie, visto che con la biomassa abbiamo un rendimento lordo sul calore del 70-80%, invece sull’energia elettrica il rendimento va dal 13 al 20%. In Italia, quando si parla di energia tutti fanno riferimento soprattutto a quella elettrica, ma il 50% dell’energia usata nel nostro Paese invece è termica”.

In cosa consiste il progetto Becoop?

“Si tratta di un progetto ancora in corso, finanziato da Horizon Europe e che come Fiper stiamo portando avanti insieme a Spagna, Polonia e Grecia. Tutti e quattro i partner svolgono attività che riguardano proprio l’uso della biomassa. Nello specifico Fiper si occupa dello sviluppo di Comunità dell’energia o Società benefit, anche realizzando un caso pilota”.

Potrebbe spiegarci meglio il caso pilota?

“L’idea è creare una società in tre piccoli comuni della provincia di Sondrio: Tovo, Lovero e Mazzo. Il vantaggio è che sono territori baricentrici, quindi con un’unica centrale, ubicata nel comune di mezzo; Con due chilometri di rete a destra e altri due a sinistra è quindi possibile raggiungere anche gli altri due comuni. Si tratta di tre cittadine più o meno con le stesse problematiche e nelle quali risiedono anche i proprietari di alcuni boschi locali privati, e per questo potrebbero essere molto interessati allo scopo”.

Quali sono gli ostacoli che state incontrando?

“Per il nostro caso pilota l’idea iniziale era di fare una Cer, ma per diversi fattori la Comunità non era adatta. Il primo problema è che in Italia la normativa per le CER fa riferimento solo all’energia elettrica; in parole povere, mettendo quattro pannelli sul tetto di un edifico ho risolto. Ma a livello europeo si parla di CER con energia tout court, perciò sia elettrica che termica. E per noi la produzione congiunta era indispensabile. Un secondo ostacolo è che le CER prevedono realizzazioni condivise fino a 5mila abitanti, condizione che complicava l’attuazione del nostro caso pilota. Un’altra difficoltà è che le CER non devono avere scopo di lucro. Ma realizzare un impianto cogenerativo e non avere uno scopo di lucro è complicato. Il discorso cambia se la CER consiste in impianti fotovoltaici sul tetto di un condominio: in questo caso è chiaro che i residenti possono stare nella comunità dell’energia riducendo il costo delle bollette”.

Come avete risolto?

“Abbiamo optato per una società benefit, che ha lo scopo di lucro ma anche sociale e ambientale. Chi meglio di una società di teleriscaldamento che utilizza biomassa locale può avere scopo di benefit? In questo modo l’aspetto economico potrebbe essere mitigato da nuovi posti di lavoro e dalla gestione dei boschi locali, anche privati. La società, che in una prima fase sarà una srl, avrà una quota di partecipazione riservata ai Comuni e agli Enti pubblici, e un’altra destinata ai cittadini e alle imprese locali, che vorranno aderire”.

Prima parlava dei proprietari dei boschi privati. Ci sono vantaggi anche per loro?

“Certo. Spesso i proprietari di boschi privati, tra successioni e divisioni, non sanno neanche più dove si trovano questi boschi. Ma aderendo al nostro progetto possono ricevere un beneficio economico perché la società acquisterebbe la biomassa locale e quindi anche la loro”.

Il cuore di questa società sarà la centrale: può darci allora qualche dato tecnico dell’impianto?

 “Tutto dipenderà da quanti cittadini e imprese decideranno di allacciarsi alla rete. Nel territorio ci sono molte aziende, per esempio c’è un consorzio delle mele che ha bisogno sia di energia elettrica che termica; ci sono fabbriche che fanno bresaole che potrebbero avere bisogno di calore anche durante l’estate per essiccare i prodotti. Secondo le nostre previsioni potrebbe trattarsi di un impianto con una potenza di 5 megawatt termici e potrebbe arrivare fino a 1 megawatt di energia elettrica, calcolando un rapporto di circa il 20%. Sempre nell’ambito di Becoop abbiamo coinvolto il Politecnico di Milano per fare uno studio sulla quantità di biomassa è sulle potenzialità della centrale, ma al momento non possiamo parlare di un vero e proprio dimensionamento perché le valutazioni sono ancora in corso”.

Ad oggi, a che punto siamo con l’implementazione del caso pilota?

“I Sindaci dovrebbe deliberare in consiglio comunale la decisione di partecipare e di mettere una quota di capitale. Dopo di che faremo un’assemblea pubblica per dire ai cittadini che le questioni da affrontare sono due: la costituzione della società e chi decide di allacciarsi. È stato già inviato ai cittadini un questionario da compilare finalizzato all’assemblea pubblica, per condividere e valutare la fattibilità del progetto. Partendo dalle adesioni si costituirà la Società benefit per affidare, entro la fine di quest’anno, l’incarico di realizzare il progetto esecutivo definitivo. Entro l’anno si dovrebbe anche cominciare a fare gli appalti e acquisire i terreni per realizzare la centrale. Durante il primo anno si farà l’impianto e gli allacciamenti più vicini, e nel giro di tre o quattro anni dovrebbe entrare a regime”.

Per la realizzazione dell’impianto avete già degli incentivi?

“Le attività svolte fino ad ora sono state possibili grazie alle risorse finanziarie di Becoop, ma la parte dell’infrastruttura dovrà essere fatta dalla Società benefit. Purtroppo con gli incentivi del PNRR siamo rimasti fuori perché il tempo per presentare i progetti è scaduto a ottobre; stiamo aspettando l’insediamento dei nuovi decisori politici della Regione Lombardia. Altrimenti dobbiamo considerare gli istituti di credito per avere dei finanziamenti a tasso agevolato. Il supporto dovrebbe riguardare soprattutto l’incentivo iniziale perché questi impianti a lungo andare si sostengono da soli: un impianto di teleriscaldamento richiede un grosso investimento iniziale ma poi dura dai 30 ai 50 anni e chiaramente c’è tutto il tempo per rientrare nelle spese sostenute”.

Vi aspettate un sostegno a livello di istituzioni?

“Da parte di governo e banche ci vorrebbero aiuti finanziari da ripagare in 15 anni, non in 3 anni; ovviamente se poi ci fosse una quota a fondo perduto sarebbe ancora meglio. È anche da considerare che, mentre nel caso di impianti solari ed eolici una volta che ho installato i pannelli o turbine ho finito, con il teleriscaldamento il discorso è diverso, perché l’impianto costruito dovrà essere alimentato per i successivi 30 anni. Questo significa anche che permette a una filiera di continuare a lavorare. Inoltre, le centrali a biomassa legnosa interessano le zone montane e marginali; sarebbe allora importante dare una mano per realizzare questi impianti”.

Quanto costa realizzare l’impianto?

“Noi avevamo calcolato dai 4 milioni ai 6 milioni di euro. La stima è comunque indicativa perché varia a seconda dell’utilizzo che verrà richiesto: una caldaia che fa solo calore costa di meno rispetto a una caldaia che fa anche energia elettrica. Se in estate non si avrà vendita di calore, converrà mettere una caldaia più piccola per l’acqua sanitaria. Se invece aderiranno delle aziende che consumano calore anche nelle stagioni calde, allora opteremo per una caldaia con una taglia più grande”.

Il vostro caso pilota, secondo lei, si può replicare in altre città italiane?

“Certo, più che altro la decisione è politica. Da un nostro studio è emerso che in Italia ci sono circa 450 comuni target, non ancora metanizzati e con accesso a biomasse forestali. Purtroppo si sta boicottando l’uso della legna perché c’è l’idea che fare impianti di teleriscaldamento significa distruggere boschi e creare desertificazione. Ma è esattamente il contrario. Il Professore Franco Cotana dell’Università di Perugia ha detto che in Italia un terzo del territorio è bosco, nonostante ciò siamo i primi importatori di legna da ardere, pellet, eccetera”.

Quanta ne potremmo usare?

“Noi tagliamo il 20% dell’accrescimento annuo dei boschi, per cui per ogni 10 metri cubi che crescono ne prendiamo 2 e chiaramente abbiamo boschi che stanno diventando vecchi. Se ho boschi giovani è molto più difficile bruciarli o avere dissesti idrogeologici, perché quando la pianta è vecchia ha radici deboli. Bisogna coltivare le foreste come si fa con frutteti e vigne. In Italia abbiamo circa 30 milioni di tonnellate all’anno di legna nuova grazie agli accrescimenti dei boschi. Le potature di vigneti e meleti forniscono circa 7 milioni di tonnellate all’anno e gli scarti dall’agricoltura il più delle volte vengono addirittura bruciati in campo, aumentando l’inquinamento dell’aria. Abbiamo circa 3 milioni di tonnellate all’anno di potature del verde urbano, che viene smaltito come rifiuto invece di essere utilizzato come fonte energetica. Ecco perché questi progetti possono essere replicati”.

Ci sono casi interessanti e virtuosi in Italia?

“Sì, per esempio a marzo i tre sindaci coinvolti in Becoop, andranno in Trentino Alto Adige per conoscere l’impianto di teleriscaldamento a biomasse legnose nella Val di Fiemme, che serve il Comune di Cavalese, una cittadina di 4mila abitanti. Per produrre energia elettrica e termica qui si utilizzano gli scarti del legno che arrivano dalla segheria della Magnifica Comunità di Fiemme, proprietaria del patrimonio boschivo della Valle. La segheria è dotata di un impianto di cogenerazione, che sfruttando il cippato produce energia termica. Invece con la segatura, la società del teleriscaldamento produce il “Fiemme pellet” e lo commercializza in tutto il Trentino”.

Quali sono le vostre altre esperienze?

“In Valtellina abbiamo già realizzato quattro centrali di teleriscaldamento, a Tirano, Sondalo, Santa Caterina Valfurva e Morbegno. Anche in Alto Adige, nella Val Pusteria ogni comune ha il proprio impiantino di teleriscaldamento. Stiamo anche avendo parecchie richieste di zone già metanizzate che chiedono di potersi riorganizzare utilizzando la biomassa legnosa, come sta facendo per esempio il Comune di Pomaretto e altri Comuni delle Valli di Lanzo in Piemonte”.

Fiper può supportare i Comuni interessati realizzare una comunità o società benefit a biomassa?

“Certo, il nostro scopo non è solo dare una mano ai soci. Non siamo in grado di fornire tutta l’assistenza tecnica, ma possiamo accompagnarli lungo il percorso. Per esempio in una fase successiva, nei rapporti con Arera per il monitoraggio degli impianti, oppure con i Ministeri dell’ambiente e dell’agricoltura. I Sindaci del Piemonte sono molto interessati e si stanno muovendo su questa strada, ma anche in Provincia di Varese e Bergamo stanno chiedendo la nostra collaborazione”.

Esiste una guida per aiutare gli Amministratori locali a capire quali sono i passi da fare per costituire una Comunità o Società della bioenergia?

“Nel nostro sito ci sono dei report che danno un’idea del percorso da intraprendere e che raccolgono i nostri progetti già realizzati. Poi ovviamente ogni caso è da contestualizzare in base al territorio di riferimento. Per esempio nel Comune di Dobbiaco, in Alto Adige, invece di costituire una società hanno costituito una cooperativa, poiché lì sono presenti molti albergatori con la priorità di mantenere le tariffe più basse per gli ospiti. Invece, nel comune di Santa Caterina tutti i giorni verso le ore 17 rientrano negli alberghi i turisti che vogliono fare la doccia e per questo c’è una richiesta di calore concentrata nelle ore pre-serali. Poi ci sono anche altre zone in cui questa punta di richiesta c’è al mattino quando la gente va a lavorare”.

Insomma, secondo il presidente di Fiper, gli impianti cogenerativi condivisi sono il modo più efficiente per utilizzare la biomassa, generando allo stesso tempo benefici al territorio locale attraverso l’attivazione della filiera del legno.

In Italia, soprattutto nel nord c’è già molto interesse da parte delle Amministrazioni locali, e i Comuni nei quali si potrebbero replicare questi progetti sono tanti.

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