Petrolio, il taglio Opec+ tra inflazione e supply crunch

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Era già prevista una probabile ristrettezza dell’offerta. Ora le quotazioni del greggio salgono, aggiungendo timori per l'inflazione. Ma i mercati non sembrano spaventati.

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I nuovi significativi tagli alla produzione annunciati dai paesi Opec+ arrivano durante un periodo di incertezza per i mercati petroliferi globali e timori per le prospettive dell’economia mondiale.

“Le previsioni dell’Agenzia internazionale per l’energia e di altre istituzioni pertinenti, che rappresentano sia i consumatori che i produttori, indicano tutte che i mercati petroliferi globali erano già destinati a contrarsi nella seconda metà del 2023, con la possibilità che emergesse un sostanziale deficit di offerta”.

Tensioni che la chiusura dei rubinetti del cartello “rischia di esacerbare”, facendo salire i prezzi del petrolio “in un momento in cui le forti pressioni inflazionistiche stanno danneggiando i consumatori vulnerabili di tutto il mondo, specialmente nelle economie emergenti e in via di sviluppo”.

Così si legge sul sito della Iea, dopo l’annuncio di domenica 2 aprile, di una riduzione di oltre 1 milione di barili al giorno da parte dei paesi dell’Opec+, ossia del cartello di produttori petroliferi che oltre ai membri Opec (Algeria, Angola, Gabon, Iran, Iraq, Kuwait, Libia, Nigeria, Repubblica del Congo, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Venezuela) ne comprende altri tra cui Russia, Kazakistan e Messico.

Le conseguenze dell’annuncio si sono viste già ieri, lunedì 3 aprile: il greggio Brent, il benchmark globale, è balzato del 5,31% a 84,13 dollari al barile, mentre il WTI, il riferimento statunitense, è salito del 5,48% a 79,83 $/b (al momento in cui scriviamo, mattina di martedì 4, siamo sugli 81,75 e 80,83 $/b) .

Si tratta degli aumenti di prezzo più bruschi in quasi un anno e arrivano dopo che i due indici erano scesi rispettivamente a 73 e 67 $/b nella settimana successiva al crollo della Silicon Valley Bank negli Usa il 10 marzo, quando le turbolenze si sono estese al settore bancario in generale, aumentando i timori di una recessione globale.

La mossa dell’Opec+, secondo alcuni analisti, è dettata da motivi politici: segna un cambiamento strategico da parte dei sauditi e dei loro alleati, piuttosto che una mossa tattica per difendere un prezzo debole del petrolio.

“È una politica saudita. Stanno facendo nuove amicizie, come abbiamo visto con la Cina”, spiega ad esempio Helima Croft, di RBC Capital Markets al Financial Times, riferendosi al recente accordo diplomatico mediato da Pechino tra Arabia Saudita e Iran. Il regno saudita stava inviando un messaggio agli Stati Uniti che ‘non è più un mondo unipolare’“, ha aggiunto l’analista.

L’Opec+ ha un livello storicamente elevato di controllo sui prezzi del petrolio: come spiega l’analista Daan Struyven di Goldman Sachs, l’aggiunta dei paesi “+” al cartello ha aumentato la sua quota di mercato, mentre una maggiore disciplina finanziaria da parte dei produttori non Opec, in particolare degli Usa, ha ridotto l’elasticità al prezzo dell’offerta globale.

E la domanda globale è diventata più anelastica, perché (tra le altre motivazioni) il carburante per i trasporti, che ha pochi sostituti, ora rappresenta una quota maggiore dei consumi totali. Se l’Opec+ vuole arrivare a un aumento sostenuto dei prezzi del petrolio, dunque, ha buone carte in mano.

Quanto all’impatto sull’economia, in primis sull’inflazione, è da segnalare quest’altra lettura data sempre sul Financial Times dall’analista Robert Armstrong, in un intervento dal titolo significativo: “L’Opec non spaventa nessuno”.

Armstrong si dice “colpito” da come i mercati hanno risposto lunedì 3 aprile. Chiaramente i valori delle azioni legate al petrolio sono esplosi, ma ci sono stati guadagni anche in altri settori (sanità, materiali, beni di prima necessità); qualcosa di inaspettato visto l’effetto stagflazionistico che potrebbe minacciare la risalita del prezzo del greggio.

Perché questa relativa indifferenza? La risposta che dà Armstrong sul FT è che il mercato ritiene che ci sarà un indebolimento della domanda sufficiente a ridurre l’inflazione, cosa che neutralizzerebbe in gran parte l’effetto inflazionistico dei rincari del greggio.

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