Attacco all’Iran: impatti su petrolio e gas e possibili scenari

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I prezzi dei combustibili fossili sono in forte aumento dopo la chiusura dello Stretto di Hormuz. Cosa rischiano le forniture globali di greggio e Gnl, mentre a Teheran si apre l'incerta successione di Khamenei.

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Dal petrolio al gas naturale, i prezzi dei combustibili fossili sono in rapido aumento, dopo l’attacco congiunto Usa-Israele all’Iran scattato il 28 febbraio e le ritorsioni di Teheran culminate nella “chiusura” dello Stretto di Hormuz.

Come già osservato all’indomani dei bombardamenti israeliani contro basi militari e nucleari iraniane dello scorso giugno, il nuovo conflitto riapre scenari di grande incertezza non solo sui mercati energetici, ma anche nel quadro geopolitico.

I “future” sul greggio WTI (il benchmark americano West Texas Intermediate) sono aumentati dell’8% a circa 72,4 dollari al barile questo lunedì 2 marzo (ore 13), il livello più alto in oltre otto mesi, evidenzia Trading Economics.

Anche i “future” dell’indice Brent Crude, che include principalmente il greggio estratto nel Mare del Nord, sono saliti oltre l’8% a circa 78,9 dollari al barile, dopo un precedente picco di quasi il 13%, al massimo da gennaio 2025.

Quanto ai “future” europei sul gas naturale, l’incremento è superiore al 40% (lunedì 2 marzo, ore 13,15) a oltre 44 €/MWh, superando i  valori di giugno 2025.

Intanto, domenica 1° marzo, gli otto paesi Opec+ (Arabia Saudita, Russia, Iraq, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Kazakistan, Algeria e Oman) hanno deciso di aumentare la produzione congiunta di 206mila barili giornalieri da aprile, senza però citare il conflitto in corso e motivando la loro scelta “alla luce di una stabile prospettiva economica globale e degli attuali solidi fondamentali di mercato, come riflesso delle basse scorte di petrolio”.

I paesi Opec+, precisa la nota, “continueranno a monitorare e valutare attentamente le condizioni di mercato e, nel loro continuo impegno a sostenere la sua stabilità, hanno ribadito l’importanza di adottare un approccio cauto e di mantenere la massima flessibilità”.

L’ago della bilancia dei prezzi energetici è ancora una volta lo Stretto di Hormuz, un braccio di mare lungo circa 60 km tra Golfo Persico e Golfo dell’Oman che riveste un’importanza strategica di primo piano, poiché vi transita circa il 20% del commercio internazionale di petrolio e gas naturale liquefatto (Gnl). Il 25% del Gnl consumato nel 2025 dall’Italia è proveniente dal Qatar (circa 5-6 miliardi di metri cubi).

Temendo per la sicurezza delle loro navi, molte compagnie di navigazione, tra cui ad esempio il colosso danese Maersk, hanno sospeso gli attraversamenti dello Stretto in via precauzionale; il traffico di petroliere è sostanzialmente bloccato.

I possibili impatti potranno essere rilevanti sulle forniture globali di combustibili fossili: molto dipenderà dalla durata degli scontri e dalle risposte iraniane.

Possibili scenari

Sul fronte petrolifero, secondo Wood Mackenzie i prezzi del barile potrebbero sfondare quota 100 $ se le tensioni nello Stretto di Hormuz dovessero prolungarsi.

Altri analisti, citati dall’agenzia Reuters, parlano di 80-90 $ al barile nei prossimi giorni (Citigroup) e della possibilità di toccare 120-150 $ nel caso “estremo” di una guerra estesa (Bernstein).

Mentre Goldman Sachs stima un premio di rischio in tempo reale sui prezzi del greggio pari a 18 dollari al barile, che scende a 4 dollari se solo il 50% dei flussi attraverso lo Stretto di Hormuz sarà interrotto per un mese. Tuttavia, la stessa Banca d’investimento Usa afferma che “i prezzi del petrolio possono aumentare notevolmente di più, se il mercato richiede un premio per il rischio di interruzioni più persistenti dell’approvvigionamento”.

Come spiega Jorge León, vicepresidente senior e responsabile dell’analisi geopolitica di Rystad, citato da Associated Press, “se i flussi attraverso il Golfo si restringono, una produzione aggiuntiva fornirà un sollievo immediato limitato, rendendo l’accesso alle rotte di esportazione molto più importante degli obiettivi di produzione annunciati”, riferendosi alla nota dell’OPEC+ del primo marzo.

Quanto invece al gas, sottolinea ancora Trading Economics, da Hormuz passa circa il 20% del commercio globale di Gnl, comprese le esportazioni chiave dal Qatar, che fornisce circa il 15% del gas naturale liquefatto acquistato dall’Europa.

Un’interruzione prolungata, “probabilmente influenzerebbe anche gli acquirenti asiatici e aumenterebbe la domanda di Gnl statunitense, restringendo ulteriormente il mercato globale del gas, con ricadute per l’Europa” aggravate dai livelli relativamente bassi di stoccaggio, attualmente inferiori al 31%, rispetto al 40% dello stesso periodo del 2025.

Anche gli analisti dell’Icis (Independent Commodity Intelligence Services) in una nota vista da QualEnergia.it riferiscono che il greggio Brent è aumentato di oltre l’8% nelle prime contrattazioni asiatiche di lunedì 2 marzo, superando brevemente 82 $ al barile prima di tornare sopra 78 $, mentre il WTI si è attestato intorno ai 72 dollari.

“Le spedizioni attraverso lo Stretto di Hormuz si sono di fatto interrotte, portando l’export di petrolio e Gnl del Golfo quasi a un punto morto” vi si legge.

In particolare, dal 28 febbraio non passano più navi metaniere dallo Stretto, interrompendo un flusso di Gnl da Qatar ed Emirati Arabi che vale circa 120 miliardi di metri cubi all’anno, un volume paragonabile al gas che la Russia forniva all’Europa prima della guerra in Ucraina.

Secondo l’Icis, “il rischio di una prolungata interruzione iraniana e della potenziale chiusura dello Stretto sta rimodellando le aspettative del mercato e il comportamento dei prezzi, con il Brent potenzialmente prossimo o superiore a 100 dollari al barile se la chiusura persiste”.

Cosa succederà in Iran post Khamenei?

Molto complesso anche il quadro geopolitico mediorientale dopo l’uccisione della guida suprema iraniana, l’ayatollah Ali Khamenei.

Come scrive Luigi Toninelli, Junior Research Fellow di Ispi (Istituto per gli studi di politica internazionale), in un articolo online del 28 febbraio, “la morte di Khamenei potrebbe sembrare uno scacco matto alla Repubblica islamica, il segnale della fine del suo sistema di potere e l’apertura di un’inedita strada per il futuro del paese”.

In realtà, “è difficile immaginare che la sua scomparsa possa permettere a un outsider al di fuori dei meccanismi già consolidati di governare il paese”.

Per Toninelli si apre quindi “un vaso di Pandora, in grado di condurre il paese lungo molteplici traiettorie politiche e istituzionali”, dove non è da escludere a priori una transizione democratica, anche se “è molto più plausibile che un eventuale cambiamento maturi dall’interno dell’attuale sistema di potere, con i pasdaran in prima linea nella competizione intestina” per assumere la guida del Paese.

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