Il disegno di legge sul “nuovo” nucleare in Italia è pronto per essere esaminato alla Camera.
Il provvedimento, infatti, è stato assegnato ieri (1 dicembre) in sede referente alle commissioni riunite Ambiente e Attività produttive di Montecitorio, le stesse che hanno condotto un’indagine conoscitiva sul tema, chiusa lo scorso marzo.
Il 2 ottobre il Consiglio dei ministri ha dato l’ok definitivo al testo (a luglio era arrivato il parere positivo in Conferenza Unificata), sulla delega al governo in materia di energia nucleare sostenibile.
Come abbiamo scritto, il Ddl si compone di quattro articoli; in particolare, l’articolo 1 prevede che entro 12 mesi dall’entrata in vigore del disegno di legge, il governo emani uno o più decreti legislativi per disciplinare la produzione di energia da fonte nucleare.
In tale ambito si potrà disciplinare l’eventuale generazione combinata di idrogeno, la disattivazione e lo smantellamento degli impianti esistenti, la gestione dei rifiuti radioattivi e del combustibile nucleare esaurito, la ricerca, lo sviluppo e l’utilizzo dell’energia da fusione.
Nelle analisi che accompagnano il testo trasmesso alla Camera, si chiarisce che la definizione di “nucleare sostenibile” utilizzata nel Ddl deriva dall’inserimento delle tecnologie nucleari nella tassonomia Ue delle attività economiche sostenibili, ossia quelle che possono contribuire in modo sostanziale alla mitigazione dei cambiamenti climatici.
La tesi centrale a sostegno del nucleare italiano è che “oltre una certa soglia di penetrazione di solare ed eolico, tali tecnologie non risultano più l’opzione di minimo costo, perché il loro impatto sul costo di sistema più che compensa il vantaggio in termini di Lcoe” (Lcoe, Levelized cost of electricity, il costo “tutto compreso” per produrre un kWh con una determinata tecnologia).
Pertanto, “le opzioni di minimo costo complessivo divengono altre risorse di generazione low-carbon” programmabili, come appunto il nucleare.
Si ricorda poi che nell’ipotesi di scenario al 2050, inserita nel Pniec, che non prevede l’utilizzo dell’atomo, il ruolo di risorse “pulite” programmabili è svolto dalla generazione a gas naturale e bioenergie con sistemi CCS (Carbon Capture and Storage) per catturare le emissioni di CO2.
Nell’analisi si parla anche di “imminente avvento degli SMR”, i piccoli reattori modulari che secondo i promotori di questa tecnologia dovrebbero assicurare tempi e costi di realizzazione inferiori rispetto al nucleare tradizionale.
Tuttavia, come abbiamo più volte riportato, diversi studi evidenziano che la soluzione SMR è ben lontana da una maturità industriale e commerciale, con rinvii e sforamenti di budget dei pochissimi progetti finora avviati su scala globale.
Ad esempio, un rapporto di JP Morgan (pdf), pubblicato a marzo 2025, sottolinea che esistono solo tre reattori SMR al mondo: uno in Cina e due in Russia, con un quarto in fase di costruzione in Argentina.
Si sono rilevati sforamenti di costo del 300% per il progetto cinese, del 400% per quello russo e del 700% per quello argentino. Tutte le unità promettevano tempi di costruzione di 3-4 anni, ma ne sono serviti molti di più, fino a 12.
Il primo Outlook sul nucleare pubblicato di recente dall’E&S – School of Management del Politecnico milanese, sottolinea la fattibilità ma con molte cautele del programma nuclearista del governo Meloni; in verità le critiche sono piuttosto timide, presumibilmente per evitare uno “scontro” con il piano dell’esecutivo (si veda Nuovo nucleare in Italia: non prima del 2050 e tante incognite).
Quanto alla competitività presunta dei reattori SMR, le ipotesi di una loro convenienza nella produzione elettrica si scontrano con altre stime, ad esempio quelle del Commonwealth Scientific and Industrial Research Organisation australiano, che indicano valori Lcoe 3-4 volte superiori rispetto a eolico e solare con batterie (Il nucleare mondiale rallenta, le rinnovabili corrono).
- Ddl alla Camera – Delega al Governo in materia di energia nucleare sostenibile (pdf)



























