I reattori nucleari attualmente in fase di studio o di realizzazione sono quelli cosiddetti “avanzati, indicati in passato come quarta generazione”.
Si tratta “di infrastrutture complesse, il cui ingresso in funzione su larga scala è previsto su orizzonti temporali di lungo periodo, a partire dal 2040, in quanto vi è ancora della ricerca e sviluppo da portare avanti”.
La fotografia sullo stato di avanzamento è stata scattata dall’Istituto nazionale di Fisica nucleare, che in un ampio approfondimento pubblicato il 23 gennaio (link in fondo) cerca di fare luce nel dibattito che si è aperto ormai da tempo sul nucleare.
I reattori a fissione sono progettati con l’obiettivo di massimizzare l’utilizzo del combustibile nucleare, ridurre e trasmutare i rifiuti radioattivi a vita lunga e, in alcuni casi, consentire anche la produzione di idrogeno.
Alcuni prototipi o impianti dimostrativi, ricorda l’Istituto, sono già operativi o in costruzione in paesi come Russia e Cina, ma sono in fase avanzata di progettazione anche in Europa e Stati Uniti.
Per farsi un’idea più chiara sulle implicazioni, l’Infn elenca gli aspetti negativi e positivi:
- tecnologia estremamente potente per la produzione di energia su scala industriale,
- assenza di emissioni dirette di gas serra o polveri sottili in atmosfera;
- generazione non intermittente;
- criticità legate alla sicurezza e alla produzione di rifiuti radioattivi.
Più nel dettaglio, “il mantenimento dei più alti standard di sicurezza, nonché la gestione e lo smaltimento in sicurezza delle scorie nucleari, costituiscono una delle principali sfide tecnologiche e sociali associate a questa forma di produzione energetica”.
Sfide che al momento sono state colte, ma certamente non superate (si veda anche Nuovo nucleare in Italia: non prima del 2050 e tante incognite).
Resta la valenza scientifica della questione, come inevitabilmente sottolinea l’istituto nazionale, visto che il processo di fissione, tanto più quello di fusione (approfondito più avanti), e la gestione degli impianti, ancora “richiedono lo sviluppo di tecnologie avanzate, alcune delle quali affondano le proprie radici nella ricerca fondamentale in fisica nucleare e delle particelle”.
Il Ddl Nucleare in Parlamento
L’approfondimento dell’Infn non manca di citare il disegno di legge n. 2669 presentato dal Governo e attualmente al vaglio della Camera, recante la delega in materia di energia nucleare.
L’atto prevede l’elaborazione di un Programma nazionale per il nucleare sostenibile, l’istituzione di un’Autorità indipendente per la sicurezza nucleare, il rafforzamento della ricerca scientifica e industriale, la formazione di nuove competenze specialistiche e la promozione di attività di informazione e sensibilizzazione.
“Il disegno di legge definisce tuttavia un quadro generale – rileva l’Istituto – demandando l’attuazione concreta a una serie di successivi decreti. Per questo motivo, eventuali sviluppi operativi sono previsti su orizzonti temporali di medio-lungo periodo. In tale prospettiva, il contributo della ricerca pubblica e il dialogo tra comunità scientifica, istituzioni e società civile risultano elementi essenziali per un’analisi informata e consapevole delle scelte future in campo energetico”.
Il Ddl è stato assegnato alle commissioni riunite Ambiente e Attività produttive, che dal 27 gennaio avvieranno un ciclo di audizioni con circa 90 soggetti convocati.
Uno dei relatori, Luca Squeri di FI, ha spiegato che l’obiettivo è chiudere le audizioni in tre settimane e inviare il Ddl al Senato entro fine aprile.
A dicembre, si ricorda, la Camera ha approvato le conclusioni di un’indagine conoscitiva sul nucleare che ha già raccolto opinioni e pareri di un’ampia platea di stakeholder (si veda Audizioni sul nucleare: tempi, costi e tecnologie non tornano).
La fusione nucleare
Tornando all’approfondimento sul nucleare pubblicato dall’Infn il 23 gennaio, una parte del documento è stata dedicata alla fusione nucleare; “ancora oggetto di intensa attività di ricerca”.
Sul tema è bene chiarire che, se da un lato c’è “la possibilità di produrre grandi quantità di energia pulita a partire da materiali di larga disponibilità in natura”, dall’altro c’è una “produzione di scorie radioattive con livelli di radioattività e tempi di decadimento significativamente inferiori”; dunque non nulli.
Inoltre, “le sfide scientifiche e tecnologiche da superare per arrivare a un reattore a fusione operativo sono ancora molto complesse e richiedono tempi di sviluppo lunghi, con una prospettiva di applicazione industriale non anteriore alla metà del secolo”.
A riprova di ciò basti pensare che l’iniziativa europea Ifmif-Dones (Demo Oriented Neutron Source), promossa dall’Ue per la qualificazione dei materiali destinati ai reattori a fusione, prevede l’avvio delle operazioni tra il 2034 e il 2035.
È comunque ottimista Paola Batistoni, rappresentante dell’Italia nell’Agenzia europea Fusion for Energy, che nell’ultima newsletter Infn spiega: “La fusione ha la fama di arrivare sempre ‘tra cinquant’anni’. Negli ultimi anni, però, sono stati fatti progressi importanti, è cambiato il livello di impegno, e adesso stanno nascendo molte partnership tra ricerca e industria per lo sviluppo di tecnologie. Se questo impegno sarà confermato, assisteremo a un’accelerazione significativa verso l’energia da fusione, anche perché non esistono ostacoli insormontabili. Ciò che serve è un approccio molto pragmatico, orientato al risultato, che è proprio quello che sta portando l’industria”.



























